di Omar Franini, Antonio Orrico, Cecilia Parini, Arturo Garavaglia e Lorenzo Sartor
NC-279
24.02.2025
Uno dei cambiamenti più drastici della Berlinale di quest’anno è stata l’eliminazione di Encounters, la sezione creata da Carlo Chatrian per presentare lungometraggi sperimentali, un mix affascinante di opere narrative e documentaristiche. Al suo posto è stata introdotta Perspectives, una sezione dedicata a opere prime, scelte senza un criterio ben definito. Guardando il programma del Festival, infatti, si nota che in ogni sezione sono stati presentati lungometraggi d’esordio, suscitando spontaneamente la domanda sul motivo della creazione di questa nuova categoria. Nonostante ciò, visionare i film di Perspectives si è rivelato un’esperienza affascinante, che ci ha offerto uno sguardo su alcune delle voci emergenti del panorama cinematografico, destinate a calcare i più grandi palcoscenici internazionali. Oggi vi proponiamo una panoramica delle principali opere che ci hanno colpito di più.
BLKNWS: Terms and Conditions, di Kahlil Joseph
Dopo una travagliata lavorazione, segnata da difficoltà produttive e continui rinvii a causa della pandemia, Joseph Khalil è finalmente riuscito a presentare BLKNWS: Terms and Conditions, prima al Sundance e poi nella sezione Perspectives della Berlinale. Questo film rappresenta l’evoluzione di un’installazione video artistica che Khalil aveva creato anni prima. Il suo talento visivo è ben noto: per anni ha costruito una carriera nel mondo dei videoclip musicali, tra cui spicca la co-regia di Lemonade, il secondo album audiovisivo di Beyoncé. Il filo conduttore di tutti i suoi lavori è l’esplorazione dell’esperienza afroamericana negli Stati Uniti, e il suo primo lungometraggio può essere considerato la massima espressione della sua poetica. Partendo dal testo Afrikana Encyclopedia, un progetto letterario avviato da W. E. B. Du Bois e completato successivamente da Henry Louis Gates e Kwame Anthony Appiah, Khalil porta avanti un’operazione introspettiva che non si limita a uno sguardo documentaristico o citazionista. Il film affronta anche temi come l’imperialismo e la tratta degli schiavi africani, evolvendosi poi verso un immaginario futuristico e distopico. Quest'ultimo aspetto, sebbene ambizioso e lodevole nella sua narrativa, stona leggermente con il resto del lungometraggio. BLKNWS: Terms and Conditions colpisce maggiormente quando Khalil mescola diverse forme audiovisive, creando un metissage multimediale che fonde materiale d’archivio, citazioni musicali e cinematografiche, interviste e meme. Il montaggio frenetico di queste immagini, accompagnato da una colonna sonora dal ritmo incalzante e una narrazione non lineare, rende il film un’esperienza visiva ipnotica. Il risultato è impressionante e dimostra il grande potenziale di Khalil come cineasta.
Come la notte, di Liryc Dela Cruz
Liryc Dela Cruz è un regista filippino che negli ultimi anni ha conquistato la scena mondiale, affermandosi come una nuova voce del cinema in grado di raccogliere l’eredità di grandi autori come Lav Diaz. Proprio con Diaz, Dela Cruz muove i suoi primi passi nella Settima Arte, iniziando la sua carriera come aiuto regista in due film dell'autore, Prologo Sa Ang Dakilang Desaparecido (2013) e soprattutto Norte, Hangganan ng Kasaysayan (2013), quest’ultimo presentato al Festival di Cannes dello stesso anno. La sua collaborazione con Diaz prosegue anche con un cameo in Mula Sa Kung Ano Ang Noon (2014), consolidando la sua presenza nel panorama del grande cinema filippino contemporaneo. Il debutto ufficiale alla regia arriva nel 2015 con il cortometraggio The Ebb of Forgetting, una riflessione onirica e sognante sulla memoria, dove due sorelle si confrontano sui grandi dilemmi della vita, come il legame tra esistenza e morte, e il rapporto con i propri cari. Successivamente, Dela Cruz realizza il suo primo lungometraggio, Notes From Unknown Maladies (2018), in cui torna nella sua città natale per raccontare, attraverso uno stile documentaristico, la malattia della nonna, Concepcion, una donna di 94 anni tormentata dai ricordi del passato e dai traumi legati alle guerre interne filippine, oltre che dalla perdita della memoria. Anche On Endings (2020), in cui Dela Cruz racconta in prima persona il distacco forzato dalla madre a causa del COVID, e Santelmo (2021), un mediometraggio ispirato al fenomeno atmosferico che si crea nei campi elettrici dei temporali, sono opere degne di nota. Tuttavia, è proprio in questo 2025 che il regista filippino ha compiuto il suo esordio ufficiale nel circuito dei Festival presentando alla Berlinale Come la notte. Il film segue un percorso simile a quello delle opere precedenti, raccontando una riunione tra tre fratelli, lavoratori domestici stabiliti in Italia, in una villa ereditata da una delle sorelle. Rispetto ai lavori precedenti, però, questo lungometraggio è caratterizzato da un maggior senso di alienazione, espressione perfetta del sentimento legato all’immigrazione e all’immaginario coloniale che avvolge il popolo filippino. Con immagini filmate con camera fissa e un bianco e nero che richiama lo stile di Diaz, il film racconta un "colonialismo 2.0", soprattutto attraverso i silenzi e i non detti dei protagonisti. Questi ultimi mantengono una crescente tensione che culmina nel finale, dove il lavoro sul suono e sulla diegesi acquisisce un’importanza ancora maggiore.
Eel, di Chun-Teng Chu
Non bastano immagini esteticamente affascinanti per fare un bel film. Non basta ricalcare pedissequamente gli stilemi dei registi a cui ci si ispira per realizzare un'opera che sia valida. Non basta avere un’idea interessante. C’è tutto, eppure, nel film d’esordio del taiwanese Chun-Teng Chu, sembra non esserci nulla. C’è una costruzione dell’immagine mutuata e una concezione della relazione tra i personaggi che richiama la filmografia di Kim Ki-duk, c’è una storia che, già dal titolo e dall’incipit, sembra citare Shohei Imamura, e c’è una citazione iniziale che tenta di conferire al film un tono nichilista. Tuttavia, arrivati alla fine dei 102 minuti, non si può che rimanere delusi da un lungometraggio che, pur avendo diversi elementi che potrebbero piacere agli amanti di un certo cinema d’autore orientale, centrato sulla corporeità e sul sesso, non è animata dalla stessa forza, passione e precisione ideologica degli autori a cui si ispira. Eel non è, dunque, una brutta pellicola. Anzi, basterebbe osservare il lavoro sulla costruzione delle inquadrature e sui movimenti degli attori per notare che il film, almeno dal punto di vista visivo, è tutt’altro che semplice. A mancare, però, è la fantasia. La capacità di distaccarsi da un modello di partenza per produrre un lavoro che, pur mantenendo chiari riferimenti, sia in grado di sviluppare una propria identità. Non si richiedono nuovi punti di vista, né tantomeno nuove immagini. Si chiede, almeno, una variazione, anche minima, dalle proprie ispirazioni, che apra allo spettatore piccoli nuovi orizzonti di senso. In alternativa, si richiede almeno la stessa forza espressiva e simbolica dei propri maestri. Purtroppo, tutto ciò manca, e Eel ne risente.
Growing Down, di Bálint Dániel Sós
C’è molta personalità nell’esordio alla regia dell’ungherese Bàlint Dàniel Sòs. Growing Down unisce dramma e commedia per raccontare un anti-coming of age incentrato sulla complessa relazione tra un padre vedovo e un figlio con problemi di gestione della rabbia. Nei primi venti minuti, il regista è abile nel costruire una solida base narrativa che permetta allo spettatore di empatizzare con il personaggio del padre. Tuttavia, con il proseguire della trama, il pubblico è messo alla prova e costretto a rivedere le proprie valutazioni, senza però riuscire ad adottare un punto di vista definito. È un peccato che un film che lavora così bene sui personaggi e presenta diverse soluzioni registiche interessanti si disperda in vari punti, cercando soluzioni estetiche e di montaggio che appaiono un po’ eccessive. Queste scelte appesantiscono il film, rendendolo ridondante e facendo emergere lo spettro dell’esercizio di stile tipico di molti esordi. Nonostante ciò, Growing Down rimane una storia ben scritta, con i giusti ingredienti, e un’ottima prova degli attori protagonisti. Memorabile l’interpretazione di Szabolcs Hajdu, nel ruolo di un padre diviso tra l’amore per una donna e quello per il proprio figlio, che si avvia inesorabilmente verso il proprio fallimento. Un personaggio tragicomico, ma profondamente umano, che rimane impresso nella mente dello spettatore.
How to be normal and the oddness of the other world, di Florian Pochlatko
Cosa significa essere normali in un mondo dove ogni differenza viene celebrata solo di facciata? Il regista austriaco Florian Pochlatko non ha fiducia nell'idea che chi è diverso venga realmente accolto nella società dell'immagine, che si presenta superficialmente come inclusiva. Nella storia di Pia (Luisa-Celine Gaffron), che deve imparare a riadattarsi a ciò che sembra normale dopo essere uscita da un ospedale psichiatrico, il cineasta sembra dirci che non esiste alcuna vera normalità a cui conformarsi. La vita di Pia è finzione, e lo stesso cineasta fa riferimento al mezzo del cinema per mostrare come ogni tentativo di adattarsi a uno status quo sia una messa in scena artificiale, un forzato adeguarsi a una realtà preconfezionata. Scegliendo un’estetica pop e un montaggio iper-cinetico moderno, Pochlatko mostra come il contesto sociale in cui la protagonista cerca di inserirsi sia fasullo, svelando le contraddizioni che si celano dietro l’immagine pulita e patinata della società contemporanea. La paura di non essere visti, di non essere notati, risulta ancora più forte di quella di non poter essere sé stessi. L'uso di formati diversi da parte del regista simboleggia la differenza tra una realtà privata insoddisfacente e un'immagine pubblica che deve essere invece appariscente e attraente. Esteticamente, rappresenta la volontà di non rientrare in schemi prevedibili o didattici, lasciando al film la libertà di concedersi momenti di follia gratuita o satira demenziale per evidenziare le assurdità che si nascondono nelle aspettative sociali. A questo proposito, il regista riesce a deviare dai luoghi comuni sulla rappresentazione cinematografica delle malattie mentali, evitando di rendere la sua protagonista una macchietta. Le paranoie e fragilità di Pia sono mostrate in un modo con cui ogni spettatore può empatizzare, senza mai sentirsi distante dal personaggio. Allo stesso modo, è fondamentale la presenza di Elfie (Elke Winkens), la madre di Pia, che rappresenta il contraltare ideale per dimostrare come anche chi è considerato "normale" secondo i canoni sociali faccia fatica a inserirsi in determinati contesti, sia lavorativi che familiari. L’opera prima di Pochlatko, pur non brillando per ambiguità o sottigliezza, riesce comunque a trasmettere un messaggio poco convenzionale attraverso una forma altrettanto particolare.
Le rendez-vous de l’été, di Valentine Cadic
La prima immagine di Le rendez-vous de l’été mostra un campo lunghissimo dell’arco di trionfo di Parigi. In sottofondo, si sente quella che sembra un voice-over: una ragazza sta parlando al telefono, ma lo spettatore fatica a riconoscerla nella moltitudine di persone. La ragazza è Blandine (Blandine Madec), arrivata a Parigi dalla Normandia per assistere alle Olimpiadi. Ben presto, però, il suo proposito si infrange e, da quel momento, inizia una peregrinazione in una città stressata dall’evento. Riallaccerà i rapporti con la sorellastra, conoscerà sua nipote, verrà scambiata per un’antagonista e avrà una storia d’amore con un elettricista che lavora in una delle piscine adibite per le Olimpiadi. Il film d’esordio di Valentine Cadic si fonda sul corpo della sua protagonista adottandone il punto di vista. Il risultato è un’opera che, tramite lo sguardo di uno spettatore interno, trasmette perfettamente l’atmosfera di una città sovraccarica in un’estate afosa. Una metropoli isterica, che snerva chi la vive e che si muove con un ritmo completamente alieno a Blandine, abituata alla quiete del suo paese d’origine. L’eccellente interpretazione di Blandine Madec, già protagonista di un corto di Valentine Cadic, restituisce al pubblico il disorientamento e la sensazione del suo personaggio. Le rendez-vous de l’été è dunque un film sullo spaesamento, sulle possibilità di disperdersi e sui suoi contraccolpi. È una presentazione estremamente efficace di un tipo umano, Blandine, con cui ogni spettatore si sarà confrontato almeno una volta nella vita. Nel finale dell'opera, sentiamo di nuovo la voce della protagonista, tornata nel suo piccolo paese della Normandia. Questa volta il voice-over è reale, ma Blandine è finalmente riconoscibile nell’immagine. Un ritorno alla normalità.
Mad Bills to Pay (or Destiny, dile que no soy malo), di Joel Alfonso Vargas
La vita di Rico, un diciannovenne svogliato con poche ambizioni che trascorre la maggior parte della giornata a vendere bevande alcoliche su una spiaggia, cambia drasticamente quando mette incinta Destiny, una sedicenne appena conosciuta. Mad Bills to Pay (or Destiny, dile que no soy malo) di Joel Alfonso Vargas esplora il falso mito dell'indipendenza legata al far nulla, e Rico ne è la prova più evidente. Il ragazzo infatti continua a illudere se stesso e la propria famiglia, convinto che il suo stile di vita gli permetterà di costruire un futuro stabile. La regia di Vargas compie un interessante esperimento formale che, tuttavia, non funziona del tutto: il cineasta usa per lo più inquadrature statiche, tableaux che sembrano mantenere una certa distanza dal protagonista. Una scelta peculiare e contraddittoria, considerando che Vargas punta a un approccio neorealista simile a quello di Andrea Arnold o Sean Baker. L'opera risulta a tratti piuttosto ripetitiva nel mostrare la continua mancanza di cambiamento nel protagonista, ma la convincente performance dell'esordiente Juan Collado riesce comunque a esprimere diverse sfaccettature, rendendo interessante questo "loop di immaturità". L'andamento prevedibile del film cambia nella sequenza finale, dove, con quello che sembra un omaggio a The Graduate (1967) di Mike Nichols, l'iniziale ottimismo mostrato da Vargas svanisce. Una scelta ingegnosa che rende Mad Bills to Pay (or Destiny, dile que no soy malo) non solo una buona opera prima, ma anche una delle migliori presentate nella sezione Perspectives.
Two Times João Liberada, di Paula Tomás Marques
Paula Tomás Marques è una regista e insegnante portoghese che vive tra Porto e Lisbona. Dopo aver conseguito un master in sociologia all'ISCTE di Lisbona, si è laureata in regia cinematografica all'Elías Querejeta Zine Eskola di Bilbao. Successivamente, ha frequentato con ottimi risultati il corso di regia e fotografia presso la Lisbon Theatre and Film School. Dopo il suo primo cortometraggio, Barehanded (2016), presentato all'Università, che affronta il tema della violenza adolescenziale e della mancanza di reazione da parte degli adolescenti per paura, la regista queer ha realizzato un altro corto, In Case of Fire (2019), che riprende le stesse tematiche adolescenziali focalizzandosi sul modo in cui si devono affrontare le diversità create dai costrutti sociali. Quest'ultimo lavoro ha ricevuto molti apprezzamenti, permettendo alla regista di proseguire con altri due cortometraggi: Cabra Cega (2021), una storia di bullismo e vendetta, presentata all'IndieLisboa - International Film Festival con grande successo, e When We Dead Awaken (2022), un'affascinate favola sperimentale. Dopo i successi dei suoi lavori precedenti, Paula Tomás Marques approda finalmente alla Berlinale con il suo primo lungometraggio, Duas Vezes João Liberada. Un film che attinge a piene mani dalla recente tradizione cinematografica portoghese, a cominciare dalla casa di produzione Furia De Boi, che richiama O Som e a Fúria, leggendaria casa di produzione che ha dato inizio alla carriera di grandi registi come Miguel Gomes. La natura meta-cinematografica del film di Marques si inserisce perfettamente in questa tradizione, sia per la giocosità della narrazione, sia per l'uso stilistico di soluzioni visive decisamente interessanti. Il film esplora il potere del corpo e della libertà sessuale all’interno di un contesto conservatore, facendo riferimento al periodo storico del colonialismo, mentre si oppone alla repressione della sessualità. Marques stabilisce un’analogia tra religione e libertà, paragonando irriverentemente le persecuzioni cattoliche alle persecuzioni queer nel mondo contemporaneo, con riferimenti anche al cinema di João Pedro Rodrigues. Attraverso questa analogia, il lungometraggio illustra il potere dell'immagine, il cui controllo non deve mai essere perso. Il montaggio di Duas Vezes João Liberada è energico e vivace, e alimenta il mistero del protagonista attraverso scelte stilistiche più o meno condivisibili (come il voice-over o l'uso di vignette che illustrano ironicamente atti di sodomia, senza ricorrere all'effetto shock), ma tutte molto interessanti. Queste scelte arricchiscono il film, indirizzandolo su una rotta di libertà, che esplora la necessità di un mondo in cui si possa perdere completamente il controllo della propria immagine, senza temere conseguenze.
The Settlement, di Mohamad Rashad
Dopo la morte per via di un incidente nella fabbrica dove lavorava, un uomo lascia soli la moglie malata e i due figli, Hossam (Adham Shoukry) e Maro (Ziad Islam). L’unica compensazione per il tragico evento è il posto vacante del padre offerto ai due figli che hanno rispettivamente ventitré e dodici anni. La situazione diventa sempre più difficile per Hossam che, oltre ad avere un passato da spacciatore che non riesce a lasciarsi alle spalle, viene a scoprire che l’uomo responsabile della morte del padre lavora ancora nella fabbrica. L’opera prima di Mohamad Rashad a tratti risulta essere il classico dramma di critica sociale sugli stereotipi di classe o sul lavoro minorile, ma lo sguardo del cineasta non risulta mai eccessivamente moralista e adotta uno stile documentarista per mostrare la realtà alienante di queste persone e, più nello specifico, la monotona quotidianità indotta da delle condizioni di vita precarie. The Settlement è un dramma discreto, uno spaccato di vita che ricorda vagamente il cinema dei fratelli Dardennes, elevato dalle due buone interpretazioni centrali di Adham Shoukry e Ziad Islam, la cui chimica permette allo spettatore di instaurare un attaccamento emotivo nei loro confronti permettendogli di ignorare alcuni problemi a livello di scrittura, come la mancanza di profondità in alcuni personaggi secondari, o l'incauta decisione di optare per una non risoluzione finale.
On vous croit, di Arnaud Dufeys e Charlotte Devillers
Charlotte Devillers e Arnaud Dufeys si presentano a Berlino nella categoria Perspectives con il loro film On vous croit (We Believe You), che racconta la storia di Alice, una donna che si presenta davanti al giudice per la tutela dei propri figli. La regista belga affronta il tema della separazione e della tutela in modo singolare. La fotografia, dai toni bianchi, conferisce al film una crudezza che gli dona un’impronta documentaristica. I primi piani dei vari personaggi portano lo spettatore a empatizzare con loro e a cercare di capire, insieme alla giudice, chi tra i due genitori in lite abbia il diritto di ottenere la piena custodia dei figli. Portando in scena un dramma giudiziario e familiare, Devillers e Dufeys, con l’uso di una colonna sonora basata su suoni ritmici e inquadrature strette, rendono On vous croit a tratti ansiogeno e carico di angoscia. Il lungometraggio, che gioca prevalentemente sui primi piani, è sostenuto magistralmente dai due attori protagonisti, Myriem Akheddiou e Laurent Capelluto, che con le loro interpretazioni tengono lo spettatore incollato allo schermo. Il confronto tra i due è vivo, pieno di tensione, tra mezze verità e non detti, che spingono a chiedersi: “A chi credo?”.
di Omar Franini, Antonio Orrico, Cecilia Parini, Arturo Garavaglia e Lorenzo Sartor
NC-279
24.02.2025
Uno dei cambiamenti più drastici della Berlinale di quest’anno è stata l’eliminazione di Encounters, la sezione creata da Carlo Chatrian per presentare lungometraggi sperimentali, un mix affascinante di opere narrative e documentaristiche. Al suo posto è stata introdotta Perspectives, una sezione dedicata a opere prime, scelte senza un criterio ben definito. Guardando il programma del Festival, infatti, si nota che in ogni sezione sono stati presentati lungometraggi d’esordio, suscitando spontaneamente la domanda sul motivo della creazione di questa nuova categoria. Nonostante ciò, visionare i film di Perspectives si è rivelato un’esperienza affascinante, che ci ha offerto uno sguardo su alcune delle voci emergenti del panorama cinematografico, destinate a calcare i più grandi palcoscenici internazionali. Oggi vi proponiamo una panoramica delle principali opere che ci hanno colpito di più.
BLKNWS: Terms and Conditions, di Kahlil Joseph
Dopo una travagliata lavorazione, segnata da difficoltà produttive e continui rinvii a causa della pandemia, Joseph Khalil è finalmente riuscito a presentare BLKNWS: Terms and Conditions, prima al Sundance e poi nella sezione Perspectives della Berlinale. Questo film rappresenta l’evoluzione di un’installazione video artistica che Khalil aveva creato anni prima. Il suo talento visivo è ben noto: per anni ha costruito una carriera nel mondo dei videoclip musicali, tra cui spicca la co-regia di Lemonade, il secondo album audiovisivo di Beyoncé. Il filo conduttore di tutti i suoi lavori è l’esplorazione dell’esperienza afroamericana negli Stati Uniti, e il suo primo lungometraggio può essere considerato la massima espressione della sua poetica. Partendo dal testo Afrikana Encyclopedia, un progetto letterario avviato da W. E. B. Du Bois e completato successivamente da Henry Louis Gates e Kwame Anthony Appiah, Khalil porta avanti un’operazione introspettiva che non si limita a uno sguardo documentaristico o citazionista. Il film affronta anche temi come l’imperialismo e la tratta degli schiavi africani, evolvendosi poi verso un immaginario futuristico e distopico. Quest'ultimo aspetto, sebbene ambizioso e lodevole nella sua narrativa, stona leggermente con il resto del lungometraggio. BLKNWS: Terms and Conditions colpisce maggiormente quando Khalil mescola diverse forme audiovisive, creando un metissage multimediale che fonde materiale d’archivio, citazioni musicali e cinematografiche, interviste e meme. Il montaggio frenetico di queste immagini, accompagnato da una colonna sonora dal ritmo incalzante e una narrazione non lineare, rende il film un’esperienza visiva ipnotica. Il risultato è impressionante e dimostra il grande potenziale di Khalil come cineasta.
Come la notte, di Liryc Dela Cruz
Liryc Dela Cruz è un regista filippino che negli ultimi anni ha conquistato la scena mondiale, affermandosi come una nuova voce del cinema in grado di raccogliere l’eredità di grandi autori come Lav Diaz. Proprio con Diaz, Dela Cruz muove i suoi primi passi nella Settima Arte, iniziando la sua carriera come aiuto regista in due film dell'autore, Prologo Sa Ang Dakilang Desaparecido (2013) e soprattutto Norte, Hangganan ng Kasaysayan (2013), quest’ultimo presentato al Festival di Cannes dello stesso anno. La sua collaborazione con Diaz prosegue anche con un cameo in Mula Sa Kung Ano Ang Noon (2014), consolidando la sua presenza nel panorama del grande cinema filippino contemporaneo. Il debutto ufficiale alla regia arriva nel 2015 con il cortometraggio The Ebb of Forgetting, una riflessione onirica e sognante sulla memoria, dove due sorelle si confrontano sui grandi dilemmi della vita, come il legame tra esistenza e morte, e il rapporto con i propri cari. Successivamente, Dela Cruz realizza il suo primo lungometraggio, Notes From Unknown Maladies (2018), in cui torna nella sua città natale per raccontare, attraverso uno stile documentaristico, la malattia della nonna, Concepcion, una donna di 94 anni tormentata dai ricordi del passato e dai traumi legati alle guerre interne filippine, oltre che dalla perdita della memoria. Anche On Endings (2020), in cui Dela Cruz racconta in prima persona il distacco forzato dalla madre a causa del COVID, e Santelmo (2021), un mediometraggio ispirato al fenomeno atmosferico che si crea nei campi elettrici dei temporali, sono opere degne di nota. Tuttavia, è proprio in questo 2025 che il regista filippino ha compiuto il suo esordio ufficiale nel circuito dei Festival presentando alla Berlinale Come la notte. Il film segue un percorso simile a quello delle opere precedenti, raccontando una riunione tra tre fratelli, lavoratori domestici stabiliti in Italia, in una villa ereditata da una delle sorelle. Rispetto ai lavori precedenti, però, questo lungometraggio è caratterizzato da un maggior senso di alienazione, espressione perfetta del sentimento legato all’immigrazione e all’immaginario coloniale che avvolge il popolo filippino. Con immagini filmate con camera fissa e un bianco e nero che richiama lo stile di Diaz, il film racconta un "colonialismo 2.0", soprattutto attraverso i silenzi e i non detti dei protagonisti. Questi ultimi mantengono una crescente tensione che culmina nel finale, dove il lavoro sul suono e sulla diegesi acquisisce un’importanza ancora maggiore.
Eel, di Chun-Teng Chu
Non bastano immagini esteticamente affascinanti per fare un bel film. Non basta ricalcare pedissequamente gli stilemi dei registi a cui ci si ispira per realizzare un'opera che sia valida. Non basta avere un’idea interessante. C’è tutto, eppure, nel film d’esordio del taiwanese Chun-Teng Chu, sembra non esserci nulla. C’è una costruzione dell’immagine mutuata e una concezione della relazione tra i personaggi che richiama la filmografia di Kim Ki-duk, c’è una storia che, già dal titolo e dall’incipit, sembra citare Shohei Imamura, e c’è una citazione iniziale che tenta di conferire al film un tono nichilista. Tuttavia, arrivati alla fine dei 102 minuti, non si può che rimanere delusi da un lungometraggio che, pur avendo diversi elementi che potrebbero piacere agli amanti di un certo cinema d’autore orientale, centrato sulla corporeità e sul sesso, non è animata dalla stessa forza, passione e precisione ideologica degli autori a cui si ispira. Eel non è, dunque, una brutta pellicola. Anzi, basterebbe osservare il lavoro sulla costruzione delle inquadrature e sui movimenti degli attori per notare che il film, almeno dal punto di vista visivo, è tutt’altro che semplice. A mancare, però, è la fantasia. La capacità di distaccarsi da un modello di partenza per produrre un lavoro che, pur mantenendo chiari riferimenti, sia in grado di sviluppare una propria identità. Non si richiedono nuovi punti di vista, né tantomeno nuove immagini. Si chiede, almeno, una variazione, anche minima, dalle proprie ispirazioni, che apra allo spettatore piccoli nuovi orizzonti di senso. In alternativa, si richiede almeno la stessa forza espressiva e simbolica dei propri maestri. Purtroppo, tutto ciò manca, e Eel ne risente.
Growing Down, di Bálint Dániel Sós
C’è molta personalità nell’esordio alla regia dell’ungherese Bàlint Dàniel Sòs. Growing Down unisce dramma e commedia per raccontare un anti-coming of age incentrato sulla complessa relazione tra un padre vedovo e un figlio con problemi di gestione della rabbia. Nei primi venti minuti, il regista è abile nel costruire una solida base narrativa che permetta allo spettatore di empatizzare con il personaggio del padre. Tuttavia, con il proseguire della trama, il pubblico è messo alla prova e costretto a rivedere le proprie valutazioni, senza però riuscire ad adottare un punto di vista definito. È un peccato che un film che lavora così bene sui personaggi e presenta diverse soluzioni registiche interessanti si disperda in vari punti, cercando soluzioni estetiche e di montaggio che appaiono un po’ eccessive. Queste scelte appesantiscono il film, rendendolo ridondante e facendo emergere lo spettro dell’esercizio di stile tipico di molti esordi. Nonostante ciò, Growing Down rimane una storia ben scritta, con i giusti ingredienti, e un’ottima prova degli attori protagonisti. Memorabile l’interpretazione di Szabolcs Hajdu, nel ruolo di un padre diviso tra l’amore per una donna e quello per il proprio figlio, che si avvia inesorabilmente verso il proprio fallimento. Un personaggio tragicomico, ma profondamente umano, che rimane impresso nella mente dello spettatore.
How to be normal and the oddness of the other world, di Florian Pochlatko
Cosa significa essere normali in un mondo dove ogni differenza viene celebrata solo di facciata? Il regista austriaco Florian Pochlatko non ha fiducia nell'idea che chi è diverso venga realmente accolto nella società dell'immagine, che si presenta superficialmente come inclusiva. Nella storia di Pia (Luisa-Celine Gaffron), che deve imparare a riadattarsi a ciò che sembra normale dopo essere uscita da un ospedale psichiatrico, il cineasta sembra dirci che non esiste alcuna vera normalità a cui conformarsi. La vita di Pia è finzione, e lo stesso cineasta fa riferimento al mezzo del cinema per mostrare come ogni tentativo di adattarsi a uno status quo sia una messa in scena artificiale, un forzato adeguarsi a una realtà preconfezionata. Scegliendo un’estetica pop e un montaggio iper-cinetico moderno, Pochlatko mostra come il contesto sociale in cui la protagonista cerca di inserirsi sia fasullo, svelando le contraddizioni che si celano dietro l’immagine pulita e patinata della società contemporanea. La paura di non essere visti, di non essere notati, risulta ancora più forte di quella di non poter essere sé stessi. L'uso di formati diversi da parte del regista simboleggia la differenza tra una realtà privata insoddisfacente e un'immagine pubblica che deve essere invece appariscente e attraente. Esteticamente, rappresenta la volontà di non rientrare in schemi prevedibili o didattici, lasciando al film la libertà di concedersi momenti di follia gratuita o satira demenziale per evidenziare le assurdità che si nascondono nelle aspettative sociali. A questo proposito, il regista riesce a deviare dai luoghi comuni sulla rappresentazione cinematografica delle malattie mentali, evitando di rendere la sua protagonista una macchietta. Le paranoie e fragilità di Pia sono mostrate in un modo con cui ogni spettatore può empatizzare, senza mai sentirsi distante dal personaggio. Allo stesso modo, è fondamentale la presenza di Elfie (Elke Winkens), la madre di Pia, che rappresenta il contraltare ideale per dimostrare come anche chi è considerato "normale" secondo i canoni sociali faccia fatica a inserirsi in determinati contesti, sia lavorativi che familiari. L’opera prima di Pochlatko, pur non brillando per ambiguità o sottigliezza, riesce comunque a trasmettere un messaggio poco convenzionale attraverso una forma altrettanto particolare.
Le rendez-vous de l’été, di Valentine Cadic
La prima immagine di Le rendez-vous de l’été mostra un campo lunghissimo dell’arco di trionfo di Parigi. In sottofondo, si sente quella che sembra un voice-over: una ragazza sta parlando al telefono, ma lo spettatore fatica a riconoscerla nella moltitudine di persone. La ragazza è Blandine (Blandine Madec), arrivata a Parigi dalla Normandia per assistere alle Olimpiadi. Ben presto, però, il suo proposito si infrange e, da quel momento, inizia una peregrinazione in una città stressata dall’evento. Riallaccerà i rapporti con la sorellastra, conoscerà sua nipote, verrà scambiata per un’antagonista e avrà una storia d’amore con un elettricista che lavora in una delle piscine adibite per le Olimpiadi. Il film d’esordio di Valentine Cadic si fonda sul corpo della sua protagonista adottandone il punto di vista. Il risultato è un’opera che, tramite lo sguardo di uno spettatore interno, trasmette perfettamente l’atmosfera di una città sovraccarica in un’estate afosa. Una metropoli isterica, che snerva chi la vive e che si muove con un ritmo completamente alieno a Blandine, abituata alla quiete del suo paese d’origine. L’eccellente interpretazione di Blandine Madec, già protagonista di un corto di Valentine Cadic, restituisce al pubblico il disorientamento e la sensazione del suo personaggio. Le rendez-vous de l’été è dunque un film sullo spaesamento, sulle possibilità di disperdersi e sui suoi contraccolpi. È una presentazione estremamente efficace di un tipo umano, Blandine, con cui ogni spettatore si sarà confrontato almeno una volta nella vita. Nel finale dell'opera, sentiamo di nuovo la voce della protagonista, tornata nel suo piccolo paese della Normandia. Questa volta il voice-over è reale, ma Blandine è finalmente riconoscibile nell’immagine. Un ritorno alla normalità.
Mad Bills to Pay (or Destiny, dile que no soy malo), di Joel Alfonso Vargas
La vita di Rico, un diciannovenne svogliato con poche ambizioni che trascorre la maggior parte della giornata a vendere bevande alcoliche su una spiaggia, cambia drasticamente quando mette incinta Destiny, una sedicenne appena conosciuta. Mad Bills to Pay (or Destiny, dile que no soy malo) di Joel Alfonso Vargas esplora il falso mito dell'indipendenza legata al far nulla, e Rico ne è la prova più evidente. Il ragazzo infatti continua a illudere se stesso e la propria famiglia, convinto che il suo stile di vita gli permetterà di costruire un futuro stabile. La regia di Vargas compie un interessante esperimento formale che, tuttavia, non funziona del tutto: il cineasta usa per lo più inquadrature statiche, tableaux che sembrano mantenere una certa distanza dal protagonista. Una scelta peculiare e contraddittoria, considerando che Vargas punta a un approccio neorealista simile a quello di Andrea Arnold o Sean Baker. L'opera risulta a tratti piuttosto ripetitiva nel mostrare la continua mancanza di cambiamento nel protagonista, ma la convincente performance dell'esordiente Juan Collado riesce comunque a esprimere diverse sfaccettature, rendendo interessante questo "loop di immaturità". L'andamento prevedibile del film cambia nella sequenza finale, dove, con quello che sembra un omaggio a The Graduate (1967) di Mike Nichols, l'iniziale ottimismo mostrato da Vargas svanisce. Una scelta ingegnosa che rende Mad Bills to Pay (or Destiny, dile que no soy malo) non solo una buona opera prima, ma anche una delle migliori presentate nella sezione Perspectives.
Two Times João Liberada, di Paula Tomás Marques
Paula Tomás Marques è una regista e insegnante portoghese che vive tra Porto e Lisbona. Dopo aver conseguito un master in sociologia all'ISCTE di Lisbona, si è laureata in regia cinematografica all'Elías Querejeta Zine Eskola di Bilbao. Successivamente, ha frequentato con ottimi risultati il corso di regia e fotografia presso la Lisbon Theatre and Film School. Dopo il suo primo cortometraggio, Barehanded (2016), presentato all'Università, che affronta il tema della violenza adolescenziale e della mancanza di reazione da parte degli adolescenti per paura, la regista queer ha realizzato un altro corto, In Case of Fire (2019), che riprende le stesse tematiche adolescenziali focalizzandosi sul modo in cui si devono affrontare le diversità create dai costrutti sociali. Quest'ultimo lavoro ha ricevuto molti apprezzamenti, permettendo alla regista di proseguire con altri due cortometraggi: Cabra Cega (2021), una storia di bullismo e vendetta, presentata all'IndieLisboa - International Film Festival con grande successo, e When We Dead Awaken (2022), un'affascinate favola sperimentale. Dopo i successi dei suoi lavori precedenti, Paula Tomás Marques approda finalmente alla Berlinale con il suo primo lungometraggio, Duas Vezes João Liberada. Un film che attinge a piene mani dalla recente tradizione cinematografica portoghese, a cominciare dalla casa di produzione Furia De Boi, che richiama O Som e a Fúria, leggendaria casa di produzione che ha dato inizio alla carriera di grandi registi come Miguel Gomes. La natura meta-cinematografica del film di Marques si inserisce perfettamente in questa tradizione, sia per la giocosità della narrazione, sia per l'uso stilistico di soluzioni visive decisamente interessanti. Il film esplora il potere del corpo e della libertà sessuale all’interno di un contesto conservatore, facendo riferimento al periodo storico del colonialismo, mentre si oppone alla repressione della sessualità. Marques stabilisce un’analogia tra religione e libertà, paragonando irriverentemente le persecuzioni cattoliche alle persecuzioni queer nel mondo contemporaneo, con riferimenti anche al cinema di João Pedro Rodrigues. Attraverso questa analogia, il lungometraggio illustra il potere dell'immagine, il cui controllo non deve mai essere perso. Il montaggio di Duas Vezes João Liberada è energico e vivace, e alimenta il mistero del protagonista attraverso scelte stilistiche più o meno condivisibili (come il voice-over o l'uso di vignette che illustrano ironicamente atti di sodomia, senza ricorrere all'effetto shock), ma tutte molto interessanti. Queste scelte arricchiscono il film, indirizzandolo su una rotta di libertà, che esplora la necessità di un mondo in cui si possa perdere completamente il controllo della propria immagine, senza temere conseguenze.
The Settlement, di Mohamad Rashad
Dopo la morte per via di un incidente nella fabbrica dove lavorava, un uomo lascia soli la moglie malata e i due figli, Hossam (Adham Shoukry) e Maro (Ziad Islam). L’unica compensazione per il tragico evento è il posto vacante del padre offerto ai due figli che hanno rispettivamente ventitré e dodici anni. La situazione diventa sempre più difficile per Hossam che, oltre ad avere un passato da spacciatore che non riesce a lasciarsi alle spalle, viene a scoprire che l’uomo responsabile della morte del padre lavora ancora nella fabbrica. L’opera prima di Mohamad Rashad a tratti risulta essere il classico dramma di critica sociale sugli stereotipi di classe o sul lavoro minorile, ma lo sguardo del cineasta non risulta mai eccessivamente moralista e adotta uno stile documentarista per mostrare la realtà alienante di queste persone e, più nello specifico, la monotona quotidianità indotta da delle condizioni di vita precarie. The Settlement è un dramma discreto, uno spaccato di vita che ricorda vagamente il cinema dei fratelli Dardennes, elevato dalle due buone interpretazioni centrali di Adham Shoukry e Ziad Islam, la cui chimica permette allo spettatore di instaurare un attaccamento emotivo nei loro confronti permettendogli di ignorare alcuni problemi a livello di scrittura, come la mancanza di profondità in alcuni personaggi secondari, o l'incauta decisione di optare per una non risoluzione finale.
On vous croit, di Arnaud Dufeys e Charlotte Devillers
Charlotte Devillers e Arnaud Dufeys si presentano a Berlino nella categoria Perspectives con il loro film On vous croit (We Believe You), che racconta la storia di Alice, una donna che si presenta davanti al giudice per la tutela dei propri figli. La regista belga affronta il tema della separazione e della tutela in modo singolare. La fotografia, dai toni bianchi, conferisce al film una crudezza che gli dona un’impronta documentaristica. I primi piani dei vari personaggi portano lo spettatore a empatizzare con loro e a cercare di capire, insieme alla giudice, chi tra i due genitori in lite abbia il diritto di ottenere la piena custodia dei figli. Portando in scena un dramma giudiziario e familiare, Devillers e Dufeys, con l’uso di una colonna sonora basata su suoni ritmici e inquadrature strette, rendono On vous croit a tratti ansiogeno e carico di angoscia. Il lungometraggio, che gioca prevalentemente sui primi piani, è sostenuto magistralmente dai due attori protagonisti, Myriem Akheddiou e Laurent Capelluto, che con le loro interpretazioni tengono lo spettatore incollato allo schermo. Il confronto tra i due è vivo, pieno di tensione, tra mezze verità e non detti, che spingono a chiedersi: “A chi credo?”.