di Omar Franini, Antonio Orrico, Cecilia Parini, Arturo Garavaglia e Lorenzo Sartor
NC-278
23.02.2025
In questo quarto, e ultimo, appuntamento vi parleremo degli ultimi film presentati in Competizione alla Berlinale, tra cui El Mensaje di Iván Fund e O último azul, due opere sudamericane che ci hanno ammaliato per la loro originalità, per poi passare a Yunan, secondo lungometraggio di Fakher Eldin che vanta nel cast Hanna Schygulla in un ruolo secondario. Continueremo con la nostra panoramica sui film presentati nelle sezioni secondarie, tra cui Ancestral Visions of the Future di Lemohang Mosese, The Longing di Toshizo Fujiwara, La memoria de las mariposas di Tatiana Fuentes Sadowski, The Botanist di Jing Yi, Seaside Serendipity di Satoko Yokohama ed infine Leibniz - Chronicle of a Lost Painting di Edgar Reitz, cineasta che alla veneranda età di 92 anni ha presentato uno dei migliori film del Festival.
El Mensaje, di Iván Fund
El Mensaje di Ivan Fund è un film sulla comunicazione, su come cerchiamo di creare una connessione con gli altri, che siano esseri umani o, perché no, un porcospino solitario che ogni giorno soffre per la sua condizione. "¿Dónde están mis hermanos?", è questa la domanda che la piccola creatura ripete ad Anika (Anika Bootz), una bambina di nove anni con il dono della telepatia, che le consente di comunicare con gli animali. Questa capacità, sfruttata spesso dalla nonna Miriam (Mara Bestelli) a scopo di lucro, offre sollievo alle persone in cerca di connessione con i loro animali domestici. El Mensaje è un road movie dalla struttura narrativa semplice, che richiama il cinema di Wenders degli anni '70, in particolare Alice in the Cities (1974) e Kings of the Road (1976). La piccola Anika, accompagnata dalla nonna Miriam e dal nonno Roger (Marcelo Subiotto), incontra e comunica con vari animali, tra cui un gatto, un cane, una tartaruga, il già citato porcospino, e infine entra in contatto con un capybara e un cavallo, due momenti onirici che evidenziano il legame tra l'uomo e il mondo animale. Tutti questi animali condividono un senso universale di solitudine, una mancanza di connessione personale, e Ivan Fund adopera questo parallelismo per esplorare nel dettaglio le dinamiche del piccolo nucleo familiare. Miriam, infatti, non riesce a stabilire un legame emotivo solido con la nipote. Le loro conversazioni si limitano spesso al “business” familiare, mostrando una certa distanza tra le due. Questo distacco può essere ricondotto all’assenza della madre di Anika, che è ricoverata in una clinica psichiatrica. Sebbene Fund non espliciti mai direttamente la causa di questo distacco, è possibile intuire il motivo attraverso una scena chiave del film. Al contrario, con il nonno Roger, figura taciturna che rappresenta il cuore emotivo del film, la relazione è tutta un’altra storia. Ogni scena in cui è presente insieme ad Anika è permeata da una tenerezza incredibile. Roger non ha bisogno di parole per esprimere affetto; sono le sue azioni a parlare per lui, come i tentativi di vincere un piccolo peluche in una macchinetta o il modo in cui guarda Anika mentre finge di guidare il furgoncino sulle note di Always On My Mind dei Pet Shop Boys. El Mensaje è un film dall’aspetto minimalista, la cui apparente semplicità stilistica cela una complessa atmosfera malinconica, accentuata non solo dalle lande desolate che fanno da sfondo al film, ma anche dall’uso del bianco e nero e da una splendida colonna sonora che richiama le sinfonie folkloristiche argentine. Introspettivo e peculiare nell’idea di fondo, con uno sguardo fanciullesco sul mondo, El Mensaje è il trionfo di un cinema minimalista, ma estremamente ricercato nella sua narrativa. Semplicemente sublime.
O último azul, di Gabriel Mascaro
In una realtà che non si discosta molto dalla nostra, il governo brasiliano, con l’intento di aumentare l’economia del paese, ha preso la drastica decisione di recludere le persone sopra gli ottant'anni in una colonia isolata. Visto il poco successo dell’iniziativa, il governo decide di abbassare di cinque anni la normativa, rendendo Teca (una sensazionale Denise Weinberg) una candidata papabile. Nonostante la sua età, lei non crede di necessitare questo trattamento, è una persona autonoma ed indipendente, e per “fuggire” da questa decisione, deciderà di intraprendere un viaggio nelle foreste dell’Amazzonia per raggiungere un luogo che le permetterà di volare fuori dal paese. O último azul, la nuova opera di Gabriel Mascaro, è un toccante ed intrigante sguardo sulla senilità e su come spesso spesso la società trascura le persone di una certa età. Partendo da questa premessa, il cineasta brasiliano dirige un road movie dalla struttura narrativa piuttosto semplice, con i classici stereotipi del genere, tra cui i vari incontri fortuiti e tribolati durante il viaggio. Mascaro si era fatto conoscere per l’ambizione formale e narrativa di Neon Bull (2015) e Divino Amor (2019), due opere imperfette, ma che mostravano una forte identità autoriale. È forse per questo che ci si aspettava qualcosa di più da O último azul. Solo in poche occasioni, Mascaro riesce ad osare con gli elementi surreali a sua disposizione, come ad esempio l’uso delle lumache blu, la cui bava ha degli effetti psicotropi, o un epico duello tra due betta spendens, meglio conosciuti come pesci combattenti, il cui esito può condizionare il futuro di Teca. O último azul è un lungometraggio più che piacevole, ma rimane la sensazione che si poteva fare di più, come se Mascaro avesse diretto il film con il freno a mano tirato per non rischiare di "perdersi" nella sua stessa visione, come era successo nel precedente Divino Amor.
Yunan, di America Fakher Eldin
Yunan, secondo capitolo della trilogia esistenziale di Ameer Fakher Eldin, pone al centro della sua storia Munir (Georges Khabbaz), che, contemplando l’idea di togliersi la vita, si reca su un’isola desolata per compiere tale atto. Lo stato d’angoscia che lo perseguita è dovuto a una parabola che la madre gli raccontava da piccolo. Ma dopo l’incontro con Valeska (una limitata, ma pur sempre impressionante Hanna Schygulla), l’anziana proprietaria di un ostello, che le mostra empatia e gentilezza, Munir metterà da parte l’idea di realizzare quel gesto. Come già mostrato in The Stranger, opera prima di Fakher Eldin, il cineasta mostra ancora una volta il suo estro stilistico e l’abilità di creare una certa atmosfera contemplativa. L’uso delle metafore naturalistiche, quali i continui innalzamenti delle acque che sommergono le abitazioni degli abitanti, sono ben adoperate per rispecchiare il cambiamento di Munir, e il messaggio principale dell’opera, quello di accettazione dell’altro, di provare empatia o della cosiddetta “kindness of stranger” trovano quindi riscontro parzialmente nella forma, ma non nella narrazione. Con una durata di due ore, Yunan purtroppo risulta essere solo un tedioso esercizio di stile, nel quale Fakher Eldin fatica a costruire dei personaggi caratterizzati, a partire dallo stesso Munir, il cui approccio minimalista trova successo solo grazie all’intensità espressiva di Georges Khabbaz. La chimica che l’attore ha con Schygulla è notevole e una maggior attenzione sul rapporto tra i due personaggi avrebbe giovato all’opera.
Leibniz - Chronicle of a Lost Painting, di Edgar Reitz
A più di 90 anni, Edgar Reitz torna a Berlino con una nuova opera di finzione incentrata sulla figura di Gottfried Leibniz. In particolare, il regista si concentra sull'incontro fra il filosofo tedesco e la pittrice Aaltje Van der Meer, incaricata dalla madre della regina di Prussia Sofia Carlotta di ritrarlo. Riflessione sull'arte del ritratto, e sull'"impossibilità" di esso, che diventa sin dalle primissime immagini - il film si apre con un rapido cambio di formato - riflessione sull'arte cinematografica, Leibniz - Chronicle of a lost portrait, è una dissertazione sull'estetica e sull'etica della rappresentazione, un dialogo che parte dall'immagine per affrontare temi universali come la morte e l'esistenza di Dio. La filosofia di Leibniz si confronta con le concezioni della sconosciuta pittrice incaricata di ritrarlo e si rinnova traendo linfa dall'incontro. La figura di Leibniz, così impossibile da fissare su tela, viene riprodotta dal cinema di Reitz nella sua dinamica luminosità e nel movimento che ne caratterizza il pensiero. Singolare, in un mondo in cui la produzione di immagini e di senso è sempre più delegata a sistemi informatici, è la scelta di Reitz di tornare al filosofo del calcolo infinitesimale, che fra i primi studiò l'aritmetica del sistema binario e costruì vari prototipi delle attuali calcolatrici. Nonostante l'ambientazione settecentesca, dunque, al centro del film di Reitz c'è l'immagine cinematografica. In uno scambio di battute con Leibniz, la pittrice arriva a definire il ritratto come un oggetto che contiene dentro di sé il processo della sua creazione, in cui è possibile esperire il tempo nello spazio della tela. Forse, la pittrice - un personaggio completamente di finzione - sta facendo riferimento al cinema. Il finale del film ce ne dà una conferma.
Ancestral Visions of the Future, di Lemohang Mosese
Dopo l’impressionante This Is Not a Burial, It’s a Resurrection (2019), opera prima di Lemohang Mosese incentrata su un’anziana signora che cerca di bloccare una costruzione edilizia che minaccia di distruggere il cimitero locale, il cineasta del Lesotho presenta alla Berlinale il suo secondo lungometraggio, un altro racconto sul senso di appartenenza e sul dislocamento. Ancestral Visions of the Future vede Mosese adottare un approccio più personale, con un’operazione autobiografica che si trasforma in una meditazione poetica, permettendogli di esplorare la propria identità e il passato, dall’infanzia al lungo periodo di esilio. La potenza visiva di certe immagini o sequenze non sorprende, ma, a differenza del film precedente, la narrativa frammentaria dietro di esse non risulta tanto affascinante quanto la messa in scena. Evocativo nella forma lirica e onirica, risente dell’eccessiva morbosità del voice-over che, a volte, riduce l’impatto cinematografico di alcune immagini. Ancestral Visions of the Future è un intrigante flusso di coscienza, il cui linguaggio allegorico e figurativo conferma la competenza artistica di Mosese, ma rimane comunque un passo indietro rispetto alla sua opera precedente.
The Longing, di Toshizo Fujiwara
Toshizo Fujiwara è un nome che già da trent’anni è sulla cresta dell’onda del cinema giapponese. Prima di dedicarsi alla regia, l’attore ha collaborato con alcuni dei più grandi registi orientali di sempre, come Takeshi Kitano - nel suo Ano natsu, ichiban shizuka na umi (1991), uno dei suoi migliori film - e Shunji Iwai - nel suo Swallowtail Butterfly (1996). Ha esordito ufficialmente alla regia nel 2014, con The Sky And Beyond (2014), storia di una famiglia che non riesce a trovare la propria quadra all’interno del sistema lavorativo e le cui colpe dei padri ricadono sui figli. Dopo un decennio di silenzio e di assenza dai grandi schermi, Fujiwara è tornato finalmente alla ribalta, con un nuovo film, Mikusu Modan (2025), presentato ufficialmente nella sezione Panorama della Berlinale 2025. Nel raccontare la vicenda di un ristorante che tenta di ergersi a luogo di rieducazione per giovani appena usciti dal carcere, Fujiwara trova posto per una storia di riscatto e di rivincita personale, fotografando un Paese, come il Giappone, che si ritrova al collasso dal punto di vista sociale, risultando poco incline a credere nei più giovani. Mikusu Modan è effettivamente un percorso di rieducazione giovanile che passa attraverso uno dei punti cardine fondamentali dello Stato giapponese, ovvero quello del duro lavoro come unico modo per raccogliere dei risultati soddisfacenti e rimettere in piedi la propria vita. Ma soprattutto il film è un monito che ci dice di gioire delle piccole cose della vita (segnato anche dalla rinascita attraverso la gravidanza) e ci consiglia di metterle in primo piano, come la tradizione “ozuiana” ha insegnato in lungo e in largo nel corso della storia del cinema nipponico. Un monito anche a fronteggiare tutti i traumi che l'esistenza ci propone nel suo corso (nel caso specifico, l’abbandono da parte di un genitore, che in questo caso ha ripercussioni inevitabili sulla vita del giovane protagonista), sempre con il sorriso e mai con rancore. Il risultato è un dramma inevitabilmente molto intimo, in cui Fujiwara utilizza perlopiù la camera a mano per restituire un nervosismo e un appeal molto più “sanguigno” rispetto ad altri drammi di questa portata, e che, oltre ad affrontare ambienti traumatici, illustra come la diffusione dell’odio, al giorno d’oggi, possa essere una vera e propria cartina tornasole dello stato di un Paese, soprattutto se porta alla violenza attraverso l’hate speech e il rating negativo dei sistemi on-line. Mikusu Modan è però un lungometraggio molto sconnesso, in molti casi semplicistico e poco incline a soluzioni che rifuggano dal già visto, muovendosi molto per accumuli di varie scenette. Ad esserne penalizzato è, in modo inevitabile, il montaggio dell’opera, che risulta molto discontinuo e che ne deprezza il valore tramite tagli repentini che, purtroppo, slegano la narrazione e ne forniscono una struttura episodica poco omogenea.
Playtime, di Lucia Murat
Lucia Murat è sicuramente di casa a Berlino: nel 1997 presentò nella categoria Forum il suo film Sweet Power, mentre nel 2008, nella sezione Panorama, si fece notare con Another Love Story. Quest’anno, la regista brasiliana arriva nella sezione Generation 14 plus con il suo ultimo documentario, Hora do recreio (L'ora di ricreazione). Il film integra in modo molto intelligente spezzoni di fiction e si concentra su alcune classi di liceo, dove gli studenti affrontano tematiche sociali come la violenza di genere, che spesso sfocia in femminicidio, e il razzismo. Fin da subito, il documentario non pone filtri: i ragazzi raccontano esperienze anche molto personali, mostrando che, nonostante la loro giovane età, tutti hanno subito (o assistito) almeno una volta un atto di discriminazione o violenza. Attraverso l’obiettivo di Lucia Murat, i giovani diventano testimoni di una società multietnica come quella brasiliana, ancora impegnata nella lotta per i diritti civili. Oltre alle scene in classe, dove i ragazzi si raccontano, e alle riprese con cellulare che documentano le operazioni di polizia nei complessi residenziali, Murat inserisce anche delle "performance" teatrali realizzate dagli studenti, che ricreano, con il corpo e/o la parola, i temi trattati. Murat raccoglie queste testimonianze e ci trasmette il messaggio che i giovani vogliono davvero un cambiamento, desiderando essere liberi di essere se stessi senza il timore di morire per questo.
The Botanist, di Jing Yi
Presentato nella sezione Generation, The Botanist è l’esordio dietro la macchina da presa del regista cinese Jing Yi. Spaccato di una giovinezza vissuta in un ambiente del mondo remoto, la Cina nord-occidentale, il film ricerca nelle immagini una poesia della natura che sembra mutuare da Kiarostami. Lento e silenzioso, il lungometraggio di Jing Yi racconta della perdita e di ciò che ci si deve lasciare alle spalle nel percorso della propria vita, dell’impossibilità della stasi in un mondo attraversato da un perenne movimento. Denso di metafore e di similitudini con il mondo vegetale, The Botanist è legato dalla voice over del giovane protagonista Arsin, di etnia kazaka, che racconta della sua relazione con Meiyu, di etnia han. Una storia di complicità destinata ad interrompersi con la partenza della ragazza per Shanghai, simbolo di un’impossibilità di fusione fra i gruppi etnici minoritari e maggioritari. La macchina da presa osserva con rispetto i personaggi, cercando sempre di inquadrarli entro l’ambiente naturale in cui vivono. Quando si sofferma sui loro volti, non lo fa per essere di servizio al dialogo, bensì per catturare i silenzi dei protagonisti e le loro esitazioni. Fra realismo magico - nel film compare un cavallo parlante - e studio antropologico, The Botanist è un film le cui immagini si depositano placidamente nella mente dello spettatore. Un'opera sussurrata, forse sin troppo estetizzante in alcune sue soluzioni e non del tutto efficace nella scrittura dei pochi dialoghi, ma che riesce a trasmettere le ansie e i desideri del suo protagonista. E a offrire scorci di genuina tenerezza.
Monk in Pieces, di Billy Shebar
Billy Shebar è uno dei nomi più anomali e interessanti del panorama cinematografico americano degli ultimi dieci anni. La sua carriera comincia con la scrittura di Dark Matter (2007), film diretto da Shi-Zheng Chen con protagonista Meryl Streep. Il primo approccio con l’audiovisivo dietro la macchina da presa avviene con la serie America By The Numbers (2014), programma televisivo che, attraverso varie puntate, esplora il cambiamento demografico dell’America negli ultimi anni e le storie relative proprio all’indagine su quest’ultimo. Shebar ne dirige due episodi, mostrando già doti da documentarista non comuni. Dopo aver prodotto e diretto altri episodi della serie animata Trump Bites (2018), legata proprio al primo periodo di governo dell’amministrazione di Donald Trump, e la regia di Paid Patriotism (2020), il quale ne riprende il tema sotto un punto di vista più sociale, Shebar ha raggiunto la sua massima fama con la nomination agli Emmy per il corto documentario High Noon On The Waterfront (2022). Quest’ultimo gli permette di lavorare a contatto con due star d’eccezione, quali John Turturro ed Edward Norton, ma soprattutto gli permette di interfacciarsi per la prima volta con i festival internazionali, in quanto il documentario ha la sua presentazione ufficiale al Telluride Film Festival. Quest’anno, finalmente, Billy Shebar è approdato ufficialmente alla Berlinale, nella sezione Panorama, con un documentario, Monk In Pieces (2025), dedicato alla visionaria compositrice e performer Meredith Monk. La struttura di Monk In Pieces è molto interessante, in quanto non è un semplice ritratto dell’artista, quanto piuttosto una sua trasposizione in cinema, che si avvale anche della struttura e della forma del documentario stesso. L’incipit, caratterizzato dall’abbattimento di un muro, è già un segnale dell’anti-conformismo galoppante di un’artista straordinaria, come confermeranno poi David Byrne, cantante dei Talking Heads, e Björk, veri e propri allievi “artistici” della cantante, artista e ballerina. Monk In Pieces è, in fondo, un riassemblamento continuo di immagini già conosciute, una sorta di collage che scompone e ricompone continuamente il formato visuale rendendolo più accattivante della stessa narrazione, che si presenta forse un po’ troppo convenzionale e poco in linea con una personalità così estroversa e fuori dagli schemi. Per avvalersi di questa tesi, Shebar inserisce nel testo del film, in modo molto leggero e ironico, inserti animati che funzionano in modo eccellente nel tessuto cinematografico, e che esprimono ottimamente il concetto di performance che sta alla base della rappresentazione della straordinaria artista. Ma soprattutto Monk In Pieces, con il passare della sua durata, assume i connotati di un pamphlet nostalgico sull’America, su come quest’ultima non riesca più a riconoscere sé stessa e abbia perso i propri valori fondanti, diventando piuttosto una sorta di lontano ricordo e di falsa prospettiva democratica, con tanto di correlazione nei confronti del periodo politico presente (e, in questo senso, anche la sequenza con protagonista Obama è un indizio correlativo impossibile da ignorare). Il footage spezza molto il montaggio del film, dando corpo ai “pieces” evocati dal titolo ed esprimendo meglio la frammentazione e l’anarchia di un’artista unica nel suo genere, messa in evidenza tramite composizioni che lasciano sfociare, a poco a poco, il lungometraggio in un atto di celebrazione puramente video-artistica.
Seaside Serendipity, di Satoko Yokohama
Ambientato in un paesino balneare nel corso delle vacanze estive, Seaside Serendipity segue le vicende di Sosuke, un giovane teenager sempre impegnato in varie attività, tra cui l’uscire con gli amici, la scultura o aiutare il giornale scolastico locale. Il nuovo film di Satoko Yokohama, adattato dal manga The Road to the Seaside di Gin Miyoshi, è un coming of age confortevole nel quale la cineasta mostra il mondo da un punto di vista giovanile. La struttura corale dell’opera permette a Yokohama non solo di analizzare l’innocenza adolescenziale e quel'"universo" spensierato, ma cerca anche di districarsi in tematiche più mature, come la negligenza verso le persone più anziane, la violenza domestica e le truffe commerciali. Queste ultime sottotrame, anche se trovano il loro spazio all’interno del film, risultano vagamente approfondite, probabilmente per rispecchiare il punto di vista esterno del protagonista indaffarato in altre situazioni. Seaside Serendipity risulta più gradevole quando si seguono le avventure di Sosuke per via del "tono leggero" con cui vengono mostrate, che trova riscontro anche a livello visivo; l’uso di una paletta dai colori saturi e vivi, oltre alla colonna sonora jazz piuttosto allegra, riescono sin da subito ad immergere lo spettatore in un'atmosfera lieta ed estiva.
Punku, di J.D. Fernández Molero
D. Fernández Molero ha cominciato la sua carriera cinematografica attraverso il mondo della video-arte e delle installazioni. Il suo Reminescences (2010) è infatti stato presentato al MoMA's Modern Mondays nel 2011, con discreti apprezzamenti. Ma è con il successivo Videophilia (and other viral syndromes) (2015) che il regista inizia a farsi conoscere nei lidi internazionali. Il film infatti vince il Tiger Award all'International Film Festival Rotterdam del 2015, nonché l'Hubert Bals Fund per la post-produzione, e soprattutto è scelto dal Perù per rappresentare il Paese nell’edizione n°89 degli Oscar, datata 26 Febbraio 2017. Dopo un silenzio durato quasi un decennio, l’autore peruviano, quest’anno, è tornato in scena alla Berlinale, dove ha presentato Punku nella sezione Forum. Il film narra il ritrovamento, da parte dell’adolescente Meshia, di un ragazzino, Ivàn, scomparso da due anni e ritrovato misteriosamente sulla riva di un fiume nella giungla peruviana. I due sono degli outsider e stringeranno un legame molto solido, che li porterà a confrontarsi con tutti i segreti oscuri legati alla sparizione del ragazzo. Punku è un coming-of-age molto particolare, in cui a venire a galla è il sentimento di confusione giovanile impersonata dai due protagonisti e specchio di una condizione, quale quella peruviana, ancora lontana dal rappresentare una vera e propria evoluzione civile. Fernández Molero lascia parlare le immagini ed esprime il tutto tramite soluzioni estetiche che naturalmente richiamano molto la video-arte e che, soprattutto, fanno scivolare il film sui binari di un mockumentary, alterando la grana della fotografia in modo da riprodurre l’effetto dell’8mm e del 16mm presente nel genere e alternando digitale e analogico. Un mix che punta soprattutto a riprodurre la condizione del vedere/non vedere in cui è gettato il protagonista, con una chiara allusione al contrasto tra realtà e sogno e tra passato e presente di una terra che, nonostante la modernizzazione galoppante, ha ancora bisogno della propria cultura e della propria mitologia per sopravvivere. La confusione del giovane protagonista è lo specchio di un intero Paese, quale il Perù, sospeso tra miti ancestrali e un galoppante capitalismo, che rende l’età adulta molto più difficile da vivere e decisamente oscura e paurosa. Oltre a queste ottime intuizioni visive, però, Punku fin troppo spesso si dimostra non in grado reggere la potenza delle proprie immagini, poco sostenute da una storia un po’ troppo banale e, soprattutto, da un accumulo improvviso di simboli che rendono la narrazione, di per sé molto semplice, inutilmente complessa e arzigogolata.
di Omar Franini, Antonio Orrico, Cecilia Parini, Arturo Garavaglia e Lorenzo Sartor
NC-278
23.02.2025
In questo quarto, e ultimo, appuntamento vi parleremo degli ultimi film presentati in Competizione alla Berlinale, tra cui El Mensaje di Iván Fund e O último azul, due opere sudamericane che ci hanno ammaliato per la loro originalità, per poi passare a Yunan, secondo lungometraggio di Fakher Eldin che vanta nel cast Hanna Schygulla in un ruolo secondario. Continueremo con la nostra panoramica sui film presentati nelle sezioni secondarie, tra cui Ancestral Visions of the Future di Lemohang Mosese, The Longing di Toshizo Fujiwara, La memoria de las mariposas di Tatiana Fuentes Sadowski, The Botanist di Jing Yi, Seaside Serendipity di Satoko Yokohama ed infine Leibniz - Chronicle of a Lost Painting di Edgar Reitz, cineasta che alla veneranda età di 92 anni ha presentato uno dei migliori film del Festival.
El Mensaje, di Iván Fund
El Mensaje di Ivan Fund è un film sulla comunicazione, su come cerchiamo di creare una connessione con gli altri, che siano esseri umani o, perché no, un porcospino solitario che ogni giorno soffre per la sua condizione. "¿Dónde están mis hermanos?", è questa la domanda che la piccola creatura ripete ad Anika (Anika Bootz), una bambina di nove anni con il dono della telepatia, che le consente di comunicare con gli animali. Questa capacità, sfruttata spesso dalla nonna Miriam (Mara Bestelli) a scopo di lucro, offre sollievo alle persone in cerca di connessione con i loro animali domestici. El Mensaje è un road movie dalla struttura narrativa semplice, che richiama il cinema di Wenders degli anni '70, in particolare Alice in the Cities (1974) e Kings of the Road (1976). La piccola Anika, accompagnata dalla nonna Miriam e dal nonno Roger (Marcelo Subiotto), incontra e comunica con vari animali, tra cui un gatto, un cane, una tartaruga, il già citato porcospino, e infine entra in contatto con un capybara e un cavallo, due momenti onirici che evidenziano il legame tra l'uomo e il mondo animale. Tutti questi animali condividono un senso universale di solitudine, una mancanza di connessione personale, e Ivan Fund adopera questo parallelismo per esplorare nel dettaglio le dinamiche del piccolo nucleo familiare. Miriam, infatti, non riesce a stabilire un legame emotivo solido con la nipote. Le loro conversazioni si limitano spesso al “business” familiare, mostrando una certa distanza tra le due. Questo distacco può essere ricondotto all’assenza della madre di Anika, che è ricoverata in una clinica psichiatrica. Sebbene Fund non espliciti mai direttamente la causa di questo distacco, è possibile intuire il motivo attraverso una scena chiave del film. Al contrario, con il nonno Roger, figura taciturna che rappresenta il cuore emotivo del film, la relazione è tutta un’altra storia. Ogni scena in cui è presente insieme ad Anika è permeata da una tenerezza incredibile. Roger non ha bisogno di parole per esprimere affetto; sono le sue azioni a parlare per lui, come i tentativi di vincere un piccolo peluche in una macchinetta o il modo in cui guarda Anika mentre finge di guidare il furgoncino sulle note di Always On My Mind dei Pet Shop Boys. El Mensaje è un film dall’aspetto minimalista, la cui apparente semplicità stilistica cela una complessa atmosfera malinconica, accentuata non solo dalle lande desolate che fanno da sfondo al film, ma anche dall’uso del bianco e nero e da una splendida colonna sonora che richiama le sinfonie folkloristiche argentine. Introspettivo e peculiare nell’idea di fondo, con uno sguardo fanciullesco sul mondo, El Mensaje è il trionfo di un cinema minimalista, ma estremamente ricercato nella sua narrativa. Semplicemente sublime.
O último azul, di Gabriel Mascaro
In una realtà che non si discosta molto dalla nostra, il governo brasiliano, con l’intento di aumentare l’economia del paese, ha preso la drastica decisione di recludere le persone sopra gli ottant'anni in una colonia isolata. Visto il poco successo dell’iniziativa, il governo decide di abbassare di cinque anni la normativa, rendendo Teca (una sensazionale Denise Weinberg) una candidata papabile. Nonostante la sua età, lei non crede di necessitare questo trattamento, è una persona autonoma ed indipendente, e per “fuggire” da questa decisione, deciderà di intraprendere un viaggio nelle foreste dell’Amazzonia per raggiungere un luogo che le permetterà di volare fuori dal paese. O último azul, la nuova opera di Gabriel Mascaro, è un toccante ed intrigante sguardo sulla senilità e su come spesso spesso la società trascura le persone di una certa età. Partendo da questa premessa, il cineasta brasiliano dirige un road movie dalla struttura narrativa piuttosto semplice, con i classici stereotipi del genere, tra cui i vari incontri fortuiti e tribolati durante il viaggio. Mascaro si era fatto conoscere per l’ambizione formale e narrativa di Neon Bull (2015) e Divino Amor (2019), due opere imperfette, ma che mostravano una forte identità autoriale. È forse per questo che ci si aspettava qualcosa di più da O último azul. Solo in poche occasioni, Mascaro riesce ad osare con gli elementi surreali a sua disposizione, come ad esempio l’uso delle lumache blu, la cui bava ha degli effetti psicotropi, o un epico duello tra due betta spendens, meglio conosciuti come pesci combattenti, il cui esito può condizionare il futuro di Teca. O último azul è un lungometraggio più che piacevole, ma rimane la sensazione che si poteva fare di più, come se Mascaro avesse diretto il film con il freno a mano tirato per non rischiare di "perdersi" nella sua stessa visione, come era successo nel precedente Divino Amor.
Yunan, di America Fakher Eldin
Yunan, secondo capitolo della trilogia esistenziale di Ameer Fakher Eldin, pone al centro della sua storia Munir (Georges Khabbaz), che, contemplando l’idea di togliersi la vita, si reca su un’isola desolata per compiere tale atto. Lo stato d’angoscia che lo perseguita è dovuto a una parabola che la madre gli raccontava da piccolo. Ma dopo l’incontro con Valeska (una limitata, ma pur sempre impressionante Hanna Schygulla), l’anziana proprietaria di un ostello, che le mostra empatia e gentilezza, Munir metterà da parte l’idea di realizzare quel gesto. Come già mostrato in The Stranger, opera prima di Fakher Eldin, il cineasta mostra ancora una volta il suo estro stilistico e l’abilità di creare una certa atmosfera contemplativa. L’uso delle metafore naturalistiche, quali i continui innalzamenti delle acque che sommergono le abitazioni degli abitanti, sono ben adoperate per rispecchiare il cambiamento di Munir, e il messaggio principale dell’opera, quello di accettazione dell’altro, di provare empatia o della cosiddetta “kindness of stranger” trovano quindi riscontro parzialmente nella forma, ma non nella narrazione. Con una durata di due ore, Yunan purtroppo risulta essere solo un tedioso esercizio di stile, nel quale Fakher Eldin fatica a costruire dei personaggi caratterizzati, a partire dallo stesso Munir, il cui approccio minimalista trova successo solo grazie all’intensità espressiva di Georges Khabbaz. La chimica che l’attore ha con Schygulla è notevole e una maggior attenzione sul rapporto tra i due personaggi avrebbe giovato all’opera.
Leibniz - Chronicle of a Lost Painting, di Edgar Reitz
A più di 90 anni, Edgar Reitz torna a Berlino con una nuova opera di finzione incentrata sulla figura di Gottfried Leibniz. In particolare, il regista si concentra sull'incontro fra il filosofo tedesco e la pittrice Aaltje Van der Meer, incaricata dalla madre della regina di Prussia Sofia Carlotta di ritrarlo. Riflessione sull'arte del ritratto, e sull'"impossibilità" di esso, che diventa sin dalle primissime immagini - il film si apre con un rapido cambio di formato - riflessione sull'arte cinematografica, Leibniz - Chronicle of a lost portrait, è una dissertazione sull'estetica e sull'etica della rappresentazione, un dialogo che parte dall'immagine per affrontare temi universali come la morte e l'esistenza di Dio. La filosofia di Leibniz si confronta con le concezioni della sconosciuta pittrice incaricata di ritrarlo e si rinnova traendo linfa dall'incontro. La figura di Leibniz, così impossibile da fissare su tela, viene riprodotta dal cinema di Reitz nella sua dinamica luminosità e nel movimento che ne caratterizza il pensiero. Singolare, in un mondo in cui la produzione di immagini e di senso è sempre più delegata a sistemi informatici, è la scelta di Reitz di tornare al filosofo del calcolo infinitesimale, che fra i primi studiò l'aritmetica del sistema binario e costruì vari prototipi delle attuali calcolatrici. Nonostante l'ambientazione settecentesca, dunque, al centro del film di Reitz c'è l'immagine cinematografica. In uno scambio di battute con Leibniz, la pittrice arriva a definire il ritratto come un oggetto che contiene dentro di sé il processo della sua creazione, in cui è possibile esperire il tempo nello spazio della tela. Forse, la pittrice - un personaggio completamente di finzione - sta facendo riferimento al cinema. Il finale del film ce ne dà una conferma.
Ancestral Visions of the Future, di Lemohang Mosese
Dopo l’impressionante This Is Not a Burial, It’s a Resurrection (2019), opera prima di Lemohang Mosese incentrata su un’anziana signora che cerca di bloccare una costruzione edilizia che minaccia di distruggere il cimitero locale, il cineasta del Lesotho presenta alla Berlinale il suo secondo lungometraggio, un altro racconto sul senso di appartenenza e sul dislocamento. Ancestral Visions of the Future vede Mosese adottare un approccio più personale, con un’operazione autobiografica che si trasforma in una meditazione poetica, permettendogli di esplorare la propria identità e il passato, dall’infanzia al lungo periodo di esilio. La potenza visiva di certe immagini o sequenze non sorprende, ma, a differenza del film precedente, la narrativa frammentaria dietro di esse non risulta tanto affascinante quanto la messa in scena. Evocativo nella forma lirica e onirica, risente dell’eccessiva morbosità del voice-over che, a volte, riduce l’impatto cinematografico di alcune immagini. Ancestral Visions of the Future è un intrigante flusso di coscienza, il cui linguaggio allegorico e figurativo conferma la competenza artistica di Mosese, ma rimane comunque un passo indietro rispetto alla sua opera precedente.
The Longing, di Toshizo Fujiwara
Toshizo Fujiwara è un nome che già da trent’anni è sulla cresta dell’onda del cinema giapponese. Prima di dedicarsi alla regia, l’attore ha collaborato con alcuni dei più grandi registi orientali di sempre, come Takeshi Kitano - nel suo Ano natsu, ichiban shizuka na umi (1991), uno dei suoi migliori film - e Shunji Iwai - nel suo Swallowtail Butterfly (1996). Ha esordito ufficialmente alla regia nel 2014, con The Sky And Beyond (2014), storia di una famiglia che non riesce a trovare la propria quadra all’interno del sistema lavorativo e le cui colpe dei padri ricadono sui figli. Dopo un decennio di silenzio e di assenza dai grandi schermi, Fujiwara è tornato finalmente alla ribalta, con un nuovo film, Mikusu Modan (2025), presentato ufficialmente nella sezione Panorama della Berlinale 2025. Nel raccontare la vicenda di un ristorante che tenta di ergersi a luogo di rieducazione per giovani appena usciti dal carcere, Fujiwara trova posto per una storia di riscatto e di rivincita personale, fotografando un Paese, come il Giappone, che si ritrova al collasso dal punto di vista sociale, risultando poco incline a credere nei più giovani. Mikusu Modan è effettivamente un percorso di rieducazione giovanile che passa attraverso uno dei punti cardine fondamentali dello Stato giapponese, ovvero quello del duro lavoro come unico modo per raccogliere dei risultati soddisfacenti e rimettere in piedi la propria vita. Ma soprattutto il film è un monito che ci dice di gioire delle piccole cose della vita (segnato anche dalla rinascita attraverso la gravidanza) e ci consiglia di metterle in primo piano, come la tradizione “ozuiana” ha insegnato in lungo e in largo nel corso della storia del cinema nipponico. Un monito anche a fronteggiare tutti i traumi che l'esistenza ci propone nel suo corso (nel caso specifico, l’abbandono da parte di un genitore, che in questo caso ha ripercussioni inevitabili sulla vita del giovane protagonista), sempre con il sorriso e mai con rancore. Il risultato è un dramma inevitabilmente molto intimo, in cui Fujiwara utilizza perlopiù la camera a mano per restituire un nervosismo e un appeal molto più “sanguigno” rispetto ad altri drammi di questa portata, e che, oltre ad affrontare ambienti traumatici, illustra come la diffusione dell’odio, al giorno d’oggi, possa essere una vera e propria cartina tornasole dello stato di un Paese, soprattutto se porta alla violenza attraverso l’hate speech e il rating negativo dei sistemi on-line. Mikusu Modan è però un lungometraggio molto sconnesso, in molti casi semplicistico e poco incline a soluzioni che rifuggano dal già visto, muovendosi molto per accumuli di varie scenette. Ad esserne penalizzato è, in modo inevitabile, il montaggio dell’opera, che risulta molto discontinuo e che ne deprezza il valore tramite tagli repentini che, purtroppo, slegano la narrazione e ne forniscono una struttura episodica poco omogenea.
Playtime, di Lucia Murat
Lucia Murat è sicuramente di casa a Berlino: nel 1997 presentò nella categoria Forum il suo film Sweet Power, mentre nel 2008, nella sezione Panorama, si fece notare con Another Love Story. Quest’anno, la regista brasiliana arriva nella sezione Generation 14 plus con il suo ultimo documentario, Hora do recreio (L'ora di ricreazione). Il film integra in modo molto intelligente spezzoni di fiction e si concentra su alcune classi di liceo, dove gli studenti affrontano tematiche sociali come la violenza di genere, che spesso sfocia in femminicidio, e il razzismo. Fin da subito, il documentario non pone filtri: i ragazzi raccontano esperienze anche molto personali, mostrando che, nonostante la loro giovane età, tutti hanno subito (o assistito) almeno una volta un atto di discriminazione o violenza. Attraverso l’obiettivo di Lucia Murat, i giovani diventano testimoni di una società multietnica come quella brasiliana, ancora impegnata nella lotta per i diritti civili. Oltre alle scene in classe, dove i ragazzi si raccontano, e alle riprese con cellulare che documentano le operazioni di polizia nei complessi residenziali, Murat inserisce anche delle "performance" teatrali realizzate dagli studenti, che ricreano, con il corpo e/o la parola, i temi trattati. Murat raccoglie queste testimonianze e ci trasmette il messaggio che i giovani vogliono davvero un cambiamento, desiderando essere liberi di essere se stessi senza il timore di morire per questo.
The Botanist, di Jing Yi
Presentato nella sezione Generation, The Botanist è l’esordio dietro la macchina da presa del regista cinese Jing Yi. Spaccato di una giovinezza vissuta in un ambiente del mondo remoto, la Cina nord-occidentale, il film ricerca nelle immagini una poesia della natura che sembra mutuare da Kiarostami. Lento e silenzioso, il lungometraggio di Jing Yi racconta della perdita e di ciò che ci si deve lasciare alle spalle nel percorso della propria vita, dell’impossibilità della stasi in un mondo attraversato da un perenne movimento. Denso di metafore e di similitudini con il mondo vegetale, The Botanist è legato dalla voice over del giovane protagonista Arsin, di etnia kazaka, che racconta della sua relazione con Meiyu, di etnia han. Una storia di complicità destinata ad interrompersi con la partenza della ragazza per Shanghai, simbolo di un’impossibilità di fusione fra i gruppi etnici minoritari e maggioritari. La macchina da presa osserva con rispetto i personaggi, cercando sempre di inquadrarli entro l’ambiente naturale in cui vivono. Quando si sofferma sui loro volti, non lo fa per essere di servizio al dialogo, bensì per catturare i silenzi dei protagonisti e le loro esitazioni. Fra realismo magico - nel film compare un cavallo parlante - e studio antropologico, The Botanist è un film le cui immagini si depositano placidamente nella mente dello spettatore. Un'opera sussurrata, forse sin troppo estetizzante in alcune sue soluzioni e non del tutto efficace nella scrittura dei pochi dialoghi, ma che riesce a trasmettere le ansie e i desideri del suo protagonista. E a offrire scorci di genuina tenerezza.
Monk in Pieces, di Billy Shebar
Billy Shebar è uno dei nomi più anomali e interessanti del panorama cinematografico americano degli ultimi dieci anni. La sua carriera comincia con la scrittura di Dark Matter (2007), film diretto da Shi-Zheng Chen con protagonista Meryl Streep. Il primo approccio con l’audiovisivo dietro la macchina da presa avviene con la serie America By The Numbers (2014), programma televisivo che, attraverso varie puntate, esplora il cambiamento demografico dell’America negli ultimi anni e le storie relative proprio all’indagine su quest’ultimo. Shebar ne dirige due episodi, mostrando già doti da documentarista non comuni. Dopo aver prodotto e diretto altri episodi della serie animata Trump Bites (2018), legata proprio al primo periodo di governo dell’amministrazione di Donald Trump, e la regia di Paid Patriotism (2020), il quale ne riprende il tema sotto un punto di vista più sociale, Shebar ha raggiunto la sua massima fama con la nomination agli Emmy per il corto documentario High Noon On The Waterfront (2022). Quest’ultimo gli permette di lavorare a contatto con due star d’eccezione, quali John Turturro ed Edward Norton, ma soprattutto gli permette di interfacciarsi per la prima volta con i festival internazionali, in quanto il documentario ha la sua presentazione ufficiale al Telluride Film Festival. Quest’anno, finalmente, Billy Shebar è approdato ufficialmente alla Berlinale, nella sezione Panorama, con un documentario, Monk In Pieces (2025), dedicato alla visionaria compositrice e performer Meredith Monk. La struttura di Monk In Pieces è molto interessante, in quanto non è un semplice ritratto dell’artista, quanto piuttosto una sua trasposizione in cinema, che si avvale anche della struttura e della forma del documentario stesso. L’incipit, caratterizzato dall’abbattimento di un muro, è già un segnale dell’anti-conformismo galoppante di un’artista straordinaria, come confermeranno poi David Byrne, cantante dei Talking Heads, e Björk, veri e propri allievi “artistici” della cantante, artista e ballerina. Monk In Pieces è, in fondo, un riassemblamento continuo di immagini già conosciute, una sorta di collage che scompone e ricompone continuamente il formato visuale rendendolo più accattivante della stessa narrazione, che si presenta forse un po’ troppo convenzionale e poco in linea con una personalità così estroversa e fuori dagli schemi. Per avvalersi di questa tesi, Shebar inserisce nel testo del film, in modo molto leggero e ironico, inserti animati che funzionano in modo eccellente nel tessuto cinematografico, e che esprimono ottimamente il concetto di performance che sta alla base della rappresentazione della straordinaria artista. Ma soprattutto Monk In Pieces, con il passare della sua durata, assume i connotati di un pamphlet nostalgico sull’America, su come quest’ultima non riesca più a riconoscere sé stessa e abbia perso i propri valori fondanti, diventando piuttosto una sorta di lontano ricordo e di falsa prospettiva democratica, con tanto di correlazione nei confronti del periodo politico presente (e, in questo senso, anche la sequenza con protagonista Obama è un indizio correlativo impossibile da ignorare). Il footage spezza molto il montaggio del film, dando corpo ai “pieces” evocati dal titolo ed esprimendo meglio la frammentazione e l’anarchia di un’artista unica nel suo genere, messa in evidenza tramite composizioni che lasciano sfociare, a poco a poco, il lungometraggio in un atto di celebrazione puramente video-artistica.
Seaside Serendipity, di Satoko Yokohama
Ambientato in un paesino balneare nel corso delle vacanze estive, Seaside Serendipity segue le vicende di Sosuke, un giovane teenager sempre impegnato in varie attività, tra cui l’uscire con gli amici, la scultura o aiutare il giornale scolastico locale. Il nuovo film di Satoko Yokohama, adattato dal manga The Road to the Seaside di Gin Miyoshi, è un coming of age confortevole nel quale la cineasta mostra il mondo da un punto di vista giovanile. La struttura corale dell’opera permette a Yokohama non solo di analizzare l’innocenza adolescenziale e quel'"universo" spensierato, ma cerca anche di districarsi in tematiche più mature, come la negligenza verso le persone più anziane, la violenza domestica e le truffe commerciali. Queste ultime sottotrame, anche se trovano il loro spazio all’interno del film, risultano vagamente approfondite, probabilmente per rispecchiare il punto di vista esterno del protagonista indaffarato in altre situazioni. Seaside Serendipity risulta più gradevole quando si seguono le avventure di Sosuke per via del "tono leggero" con cui vengono mostrate, che trova riscontro anche a livello visivo; l’uso di una paletta dai colori saturi e vivi, oltre alla colonna sonora jazz piuttosto allegra, riescono sin da subito ad immergere lo spettatore in un'atmosfera lieta ed estiva.
Punku, di J.D. Fernández Molero
D. Fernández Molero ha cominciato la sua carriera cinematografica attraverso il mondo della video-arte e delle installazioni. Il suo Reminescences (2010) è infatti stato presentato al MoMA's Modern Mondays nel 2011, con discreti apprezzamenti. Ma è con il successivo Videophilia (and other viral syndromes) (2015) che il regista inizia a farsi conoscere nei lidi internazionali. Il film infatti vince il Tiger Award all'International Film Festival Rotterdam del 2015, nonché l'Hubert Bals Fund per la post-produzione, e soprattutto è scelto dal Perù per rappresentare il Paese nell’edizione n°89 degli Oscar, datata 26 Febbraio 2017. Dopo un silenzio durato quasi un decennio, l’autore peruviano, quest’anno, è tornato in scena alla Berlinale, dove ha presentato Punku nella sezione Forum. Il film narra il ritrovamento, da parte dell’adolescente Meshia, di un ragazzino, Ivàn, scomparso da due anni e ritrovato misteriosamente sulla riva di un fiume nella giungla peruviana. I due sono degli outsider e stringeranno un legame molto solido, che li porterà a confrontarsi con tutti i segreti oscuri legati alla sparizione del ragazzo. Punku è un coming-of-age molto particolare, in cui a venire a galla è il sentimento di confusione giovanile impersonata dai due protagonisti e specchio di una condizione, quale quella peruviana, ancora lontana dal rappresentare una vera e propria evoluzione civile. Fernández Molero lascia parlare le immagini ed esprime il tutto tramite soluzioni estetiche che naturalmente richiamano molto la video-arte e che, soprattutto, fanno scivolare il film sui binari di un mockumentary, alterando la grana della fotografia in modo da riprodurre l’effetto dell’8mm e del 16mm presente nel genere e alternando digitale e analogico. Un mix che punta soprattutto a riprodurre la condizione del vedere/non vedere in cui è gettato il protagonista, con una chiara allusione al contrasto tra realtà e sogno e tra passato e presente di una terra che, nonostante la modernizzazione galoppante, ha ancora bisogno della propria cultura e della propria mitologia per sopravvivere. La confusione del giovane protagonista è lo specchio di un intero Paese, quale il Perù, sospeso tra miti ancestrali e un galoppante capitalismo, che rende l’età adulta molto più difficile da vivere e decisamente oscura e paurosa. Oltre a queste ottime intuizioni visive, però, Punku fin troppo spesso si dimostra non in grado reggere la potenza delle proprie immagini, poco sostenute da una storia un po’ troppo banale e, soprattutto, da un accumulo improvviso di simboli che rendono la narrazione, di per sé molto semplice, inutilmente complessa e arzigogolata.