Una cronaca grottesca
recensione di Mario Vannoni
RV-69
18.10.2024
È una curiosa coincidenza che nel giro di una settimana siano usciti nelle sale tre film che parlano di potere, apparenza e inganni. Il primo, Iddu - L’ultimo padrino, immagina una ricostruzione, in parte fittizia in parte ispirata da eventi reali, della latitanza di Matteo Messina Denaro, mostrando come il potere da lui acquisito negli anni lo abbia portato a doversi rinchiudere in un auto-carcerazione, una vita di certo non invidiabile. Il secondo, Megalopolis, è una fiera di personaggi che lottano per accaparrarsi il futuro, tra loschi propositi e maschere paradossali che ricordano il contemporaneo. Il terzo, The Apprentice, racconta invece la scalata di Donald Trump nel mondo degli affari, da imprenditore immobiliare nella società del padre a celebrità internazionale.
Sembra che i soggetti del cinema di Ali Abbasi siano, come indica il sottotitolo italiano del suo secondo lungometraggio Gräns (Border, 2018), delle creature di confine. Lo era Saeed Hanaei, l’assassino del ragno di Holy Spider (2022), uomo che agisce agli estremi della società per compiere la sua personale jihad; ma lo era anche la sua controparte, Rahimi, giornalista continuamente vessata e ostacolata nel suo lavoro da una mentalità e un regime misogino e conservatore. Lo erano, infatti, anche i protagonisti di Border, troll che si mescolano con difficoltà tra gli umani ricevendo in cambio solo disprezzo e odio. Lo è, infine, Donald Trump – o meglio: la versione di Donald Trump che The Apprentice ci consegna.
Abbasi ha affermato che il suo non è un pamphlet politico né tantomeno un’invettiva di voto. Al netto del fatto che realizzare un film con un soggetto del genere in questo periodo storico non può che essere un atto politico, The Apprentice è però sicuramente un biopic. Romanzato e con interpretazioni personali come in molti altri casi, ma pur sempre un biopic. Il Donald Trump reale si è sin da subito lamentato del ritratto che di lui viene fornito, definendo il lungometraggio falso e privo di classe. La cosa non stupisce, perché Abbasi realizza, più che un biopic classico, quasi un suo rovesciamento, un anti-biopic. Se infatti solitamente lo scopo di questo genere è raccontare vita, morte e miracoli di un soggetto X al fine di esaltarne le caratteristiche e celebrarne la carriera o la personalità, qui avviene l’opposto: Trump (interpretato da un mimetico Sebastian Stan) è patetico dal primo istante in cui entra in scena. Scivola, inciampa, cade: è goffo e impacciato. Questa, di per sé, è già una presa di posizione politica. La figura del protagonista emerge come il frutto di una sorta di patto faustiano che l’attuale candidato presidente stipula con Roy Cohn (un Jeremy Strong all’apice della sua potenza interpretativa), avvocato newyorkese che gli insegna a svettare tra gli squali del mondo degli affari - sul modello di Wall Street (1987) di Oliver Stone - seguendo tre semplici regole: attaccare, negare qualsiasi cosa, non ammettere mai una sconfitta.
Alla luce degli eventi del 6 gennaio 2021, possiamo affermare che Trump ha fatto tesoro di queste regole, che possono essere accorpate in una: menti, sempre. Il personaggio del tycoon rappresenta, in questo senso, l’ennesima variazione sul tema del male, e da corpo a un uomo tanto banale quanto pericoloso: il Trump che si presenta al pubblico non è poi tanto diverso da quello che viene mostrato nel privato - un individuo capriccioso ed egoista con assurde mire di potere - solo più infarcito di menzogne per ingannare le apparenze. Se in pubblico si fa fiero della sua relazione con la prima moglie Ivana (Maria Bakalova), nel privato la stupra. Se in pubblico si racconta come imprenditore di successo, nel privato è un uomo piccolo sottomesso al padre. E così si spiega l’ossessione che l’ex presidente manifesta nei confronti dell’aspetto fisico, cure contro la calvizie, interventi per assorbire il tessuto adiposo: tutto ciò che si vede di Trump è una sovrastruttura atta a nasconderne l’Io. Abbasi gioca con questa contrapposizione, portandoci dentro il privato del (fallimentare) imprenditore; un privato che è a tratti comico, altre spietato e tossico, virulento, un incubatore di mediocrità che ne svela l’impotenza.
L’impianto quasi “rock” di certi passaggi - che, alla lontana, ricorda un po’ quello di Limonov: The Ballad (Limonov, 2024) di Kirill Serebrennikov - figlio anche dell’epoca in cui il film è ambientato (a cavallo tra anni ’70 e ’80), unito a un look visivo che vuole ricordare il materiale video partorito da quei decenni, garantisce all’opera un effetto di verosimiglianza quasi realistica. Certo, poi ci sono le sequenze più “finzionali”, in cui Abbasi si concede anche delle aperture al gangsteristico (soprattutto nella parte in cui il futuro politico conosce Cohn, non a caso il titolo del lungometraggio deriva dall’apprendistato a cui Trump si sottopone, ma anche dal reality da lui stesso condotto): è tutto un campo-controcampo tra la realtà e la sua trasfigurazione grottesca. Ma l’effettivo motivo di interesse del film - che, a dire il vero, non affonda quanto potrebbe - sta nell’ingenuità dell’approccio, la stessa con cui noi spettatori, ma anche i cittadini di tutto il mondo, guardiamo a Trump. La storia di un uomo ridicolo che, sotto i nostri occhi e senza che fossimo capaci di accorgercene, si trasforma in mostro, portando a chiederci come ciò sia potuto accadere. E il finale, in tal senso, è lapidario.
The Apprentice si apre sulla dichiarazione che Richard Nixon rilasciò quando era ormai evidente il suo coinvolgimento nello scandalo Watergate. “Io non sono un imbroglione”. Ma è l’apparenza che conta. E la storia non mente.
Il trionfo del grottesco
recensione di Mario Vannoni
RV-69
18.10.2024
È una curiosa coincidenza che nel giro di una settimana siano usciti nelle sale tre film che parlano di potere, apparenza e inganni. Il primo, Iddu - L’ultimo padrino, immagina una ricostruzione, in parte fittizia in parte ispirata da eventi reali, della latitanza di Matteo Messina Denaro, mostrando come il potere da lui acquisito negli anni lo abbia portato a doversi rinchiudere in un auto-carcerazione, una vita di certo non invidiabile. Il secondo, Megalopolis, è una fiera di personaggi che lottano per accaparrarsi il futuro, tra loschi propositi e maschere paradossali che ricordano il contemporaneo. Il terzo, The Apprentice, racconta invece la scalata di Donald Trump nel mondo degli affari, da imprenditore immobiliare nella società del padre a celebrità internazionale.
Sembra che i soggetti del cinema di Ali Abbasi siano, come indica il sottotitolo italiano del suo secondo lungometraggio Gräns (Border, 2018), delle creature di confine. Lo era Saeed Hanaei, l’assassino del ragno di Holy Spider (2022), uomo che agisce agli estremi della società per compiere la sua personale jihad; ma lo era anche la sua controparte, Rahimi, giornalista continuamente vessata e ostacolata nel suo lavoro da una mentalità e un regime misogino e conservatore. Lo erano, infatti, anche i protagonisti di Border, troll che si mescolano con difficoltà tra gli umani ricevendo in cambio solo disprezzo e odio. Lo è, infine, Donald Trump – o meglio: la versione di Donald Trump che The Apprentice ci consegna.
Abbasi ha affermato che il suo non è un pamphlet politico né tantomeno un’invettiva di voto. Al netto del fatto che realizzare un film con un soggetto del genere in questo periodo storico non può che essere un atto politico, The Apprentice è però sicuramente un biopic. Romanzato e con interpretazioni personali come in molti altri casi, ma pur sempre un biopic. Il Donald Trump reale si è sin da subito lamentato del ritratto che di lui viene fornito, definendo il lungometraggio falso e privo di classe. La cosa non stupisce, perché Abbasi realizza, più che un biopic classico, quasi un suo rovesciamento, un anti-biopic. Se infatti solitamente lo scopo di questo genere è raccontare vita, morte e miracoli di un soggetto X al fine di esaltarne le caratteristiche e celebrarne la carriera o la personalità, qui avviene l’opposto: Trump (interpretato da un mimetico Sebastian Stan) è patetico dal primo istante in cui entra in scena. Scivola, inciampa, cade: è goffo e impacciato. Questa, di per sé, è già una presa di posizione politica. La figura del protagonista emerge come il frutto di una sorta di patto faustiano che l’attuale candidato presidente stipula con Roy Cohn (un Jeremy Strong all’apice della sua potenza interpretativa), avvocato newyorkese che gli insegna a svettare tra gli squali del mondo degli affari - sul modello di Wall Street (1987) di Oliver Stone - seguendo tre semplici regole: attaccare, negare qualsiasi cosa, non ammettere mai una sconfitta.
Alla luce degli eventi del 6 gennaio 2021, possiamo affermare che Trump ha fatto tesoro di queste regole, che possono essere accorpate in una: menti, sempre. Il personaggio del tycoon rappresenta, in questo senso, l’ennesima variazione sul tema del male, e da corpo a un uomo tanto banale quanto pericoloso: il Trump che si presenta al pubblico non è poi tanto diverso da quello che viene mostrato nel privato - un individuo capriccioso ed egoista con assurde mire di potere - solo più infarcito di menzogne per ingannare le apparenze. Se in pubblico si fa fiero della sua relazione con la prima moglie Ivana (Maria Bakalova), nel privato la stupra. Se in pubblico si racconta come imprenditore di successo, nel privato è un uomo piccolo sottomesso al padre. E così si spiega l’ossessione che l’ex presidente manifesta nei confronti dell’aspetto fisico, cure contro la calvizie, interventi per assorbire il tessuto adiposo: tutto ciò che si vede di Trump è una sovrastruttura atta a nasconderne l’Io. Abbasi gioca con questa contrapposizione, portandoci dentro il privato del (fallimentare) imprenditore; un privato che è a tratti comico, altre spietato e tossico, virulento, un incubatore di mediocrità che ne svela l’impotenza.
L’impianto quasi “rock” di certi passaggi - che, alla lontana, ricorda un po’ quello di Limonov: The Ballad (Limonov, 2024) di Kirill Serebrennikov - figlio anche dell’epoca in cui il film è ambientato (a cavallo tra anni ’70 e ’80), unito a un look visivo che vuole ricordare il materiale video partorito da quei decenni, garantisce all’opera un effetto di verosimiglianza quasi realistica. Certo, poi ci sono le sequenze più “finzionali”, in cui Abbasi si concede anche delle aperture al gangsteristico (soprattutto nella parte in cui il futuro politico conosce Cohn, non a caso il titolo del lungometraggio deriva dall’apprendistato a cui Trump si sottopone, ma anche dal reality da lui stesso condotto): è tutto un campo-controcampo tra la realtà e la sua trasfigurazione grottesca. Ma l’effettivo motivo di interesse del film - che, a dire il vero, non affonda quanto potrebbe - sta nell’ingenuità dell’approccio, la stessa con cui noi spettatori, ma anche i cittadini di tutto il mondo, guardiamo a Trump. La storia di un uomo ridicolo che, sotto i nostri occhi e senza che fossimo capaci di accorgercene, si trasforma in mostro, portando a chiederci come ciò sia potuto accadere. E il finale, in tal senso, è lapidario.
The Apprentice si apre sulla dichiarazione che Richard Nixon rilasciò quando era ormai evidente il suo coinvolgimento nello scandalo Watergate. “Io non sono un imbroglione”. Ma è l’apparenza che conta. E la storia non mente.