Una commedia marxista
recensione di Davide Spinelli
RV-97
26.03.2025
Un signore anziano, durante la sua sessione di jogging pomeridiana, si accascia a terra e muore. Sembra l’inizio di una vicenda dai tratti cupi, angoscianti, che sia María Alché sia Benjamin Naishtat potrebbero conoscere benissimo. Al contrario però, Puan - scritto e diretto a quattro mani e presentato all’ultimo San Sebastian Film Festival - sceglie il linguaggio della commedia, tra ilarità taglienti e una sottilissima critica della/alla società argentina (e non solo), che in qualche modo segna una svolta nella rispettiva filmografia dei suoi autori, dopo drammi come Rojo (2018) o Historia del miedo (2014) per Naishtat, o come Familia sumergida (2018) per Alché.
I due cineasti sono riusciti nell’impresa di trasformare un dipartimento universitario argentino di Lettere e Filosofia in un emiciclo parlamentare, metafora, direbbe Spinoza, del momento in cui ciò che è personale diventa politico. Sulla falsariga del dibattito/dialogo platonico, la coppia Alché-Naishtat inesista un discorso sociologico sorprendente, incalzante, che traduce e inverte la profezia di Amleto: la liberazione dalla prigione-mondo shakespeariana è possibile e corrisponde a una trasformazione intellettuale e/o epistemologica continua.
Ma c’è di più, soprattutto a livello meta-testuale. La pellicola di Alché e Naishtat gioca sapientemente con la commedia e il suo significato archetipico, etimologico, dal greco comodia, cioè “canto propiziatorio”. Da questa prospettiva, l’onnipresenza del sonoro, che intesse un tappeto musicale intradiegetico ma acusmatico, si rivela il metronomo di una danza, quella tra Marcelo e Rafael, fatta di rulli di tamburi, climax ascendenti e gag irresistibili a smorzare l’intellettualismo da cabaret. Questo girotondo a là Matisse informa, quindi, una commedia che potremmo definire plautina, delle maschere, in cui i due protagonisti rappresentano il vecchio e il nuovo, due rivali che si fronteggiano come fossero nel foro dell’antica Roma, ma in realtà, come detto, siamo tra le mura dell’Università di Buenos Aires.
In Puan, i due registi argentini sperimentano un doppio registro che rende il tono della pellicola incisivo ma non leggero (anche se a tratti sembra dispersivo). Allora ritroviamo Marcelo coperto di escrementi perché si è seduto sul pannolino di un bambino, e ascoltiamo lunghe riflessioni su Kant, Rousseau, Hobbes. In particolare, una di queste (del filosofo francese), riassume bene il doppio passo del film: scienza e arte sono complici della degradazione umana, cioè del suo punto più basso, delle feci, che riportano forse a una condizione ridicola, risibile dell’essere umano.
Tuttavia, come è stato scritto, le gag di Puan - in gran parte merito di un’interpretazione formidabile di Marcelo Pena, che tende a una goffaggine incarnata, composta ma irrisolta - non sono solamente slapstick. L’ironia nel film, infatti, è in qualche misura la cifra di una rivoluzione perpetua, di un motore bulimico che ha come allegoria centrale quella della trasformazione, della rinascita come atto di fiducia, ossia la più importante delle lezioni omeriche.
Puan, insomma, cerca di puntellare la profezia marxista contenuta in Il problema della filosofia e l’oggetto della scienza (2018), ossia l’idea che prima o poi, anche i beni e i valori che ora diamo per immutabili saranno venduti al miglior prezzo. In questo senso, i due filmmaker argenti, come due commediografi latini, traducono il grado zero dell’essere umano (per parafrasare Barthes), per “ri-umanizzarlo”, con un canto apotropaico attualissimo.
Una commedia marxista
recensione di Davide Spinelli
RV-97
26.03.2025
Un signore anziano, durante la sua sessione di jogging pomeridiana, si accascia a terra e muore. Sembra l’inizio di una vicenda dai tratti cupi, angoscianti, che sia María Alché sia Benjamin Naishtat potrebbero conoscere benissimo. Al contrario però, Puan - scritto e diretto a quattro mani e presentato all’ultimo San Sebastian Film Festival - sceglie il linguaggio della commedia, tra ilarità taglienti e una sottilissima critica della/alla società argentina (e non solo), che in qualche modo segna una svolta nella rispettiva filmografia dei suoi autori, dopo drammi come Rojo (2018) o Historia del miedo (2014) per Naishtat, o come Familia sumergida (2018) per Alché.
I due cineasti sono riusciti nell’impresa di trasformare un dipartimento universitario argentino di Lettere e Filosofia in un emiciclo parlamentare, metafora, direbbe Spinoza, del momento in cui ciò che è personale diventa politico. Sulla falsariga del dibattito/dialogo platonico, la coppia Alché-Naishtat inesista un discorso sociologico sorprendente, incalzante, che traduce e inverte la profezia di Amleto: la liberazione dalla prigione-mondo shakespeariana è possibile e corrisponde a una trasformazione intellettuale e/o epistemologica continua.
Ma c’è di più, soprattutto a livello meta-testuale. La pellicola di Alché e Naishtat gioca sapientemente con la commedia e il suo significato archetipico, etimologico, dal greco comodia, cioè “canto propiziatorio”. Da questa prospettiva, l’onnipresenza del sonoro, che intesse un tappeto musicale intradiegetico ma acusmatico, si rivela il metronomo di una danza, quella tra Marcelo e Rafael, fatta di rulli di tamburi, climax ascendenti e gag irresistibili a smorzare l’intellettualismo da cabaret. Questo girotondo a là Matisse informa, quindi, una commedia che potremmo definire plautina, delle maschere, in cui i due protagonisti rappresentano il vecchio e il nuovo, due rivali che si fronteggiano come fossero nel foro dell’antica Roma, ma in realtà, come detto, siamo tra le mura dell’Università di Buenos Aires.
In Puan, i due registi argentini sperimentano un doppio registro che rende il tono della pellicola incisivo ma non leggero (anche se a tratti sembra dispersivo). Allora ritroviamo Marcelo coperto di escrementi perché si è seduto sul pannolino di un bambino, e ascoltiamo lunghe riflessioni su Kant, Rousseau, Hobbes. In particolare, una di queste (del filosofo francese), riassume bene il doppio passo del film: scienza e arte sono complici della degradazione umana, cioè del suo punto più basso, delle feci, che riportano forse a una condizione ridicola, risibile dell’essere umano.
Tuttavia, come è stato scritto, le gag di Puan - in gran parte merito di un’interpretazione formidabile di Marcelo Pena, che tende a una goffaggine incarnata, composta ma irrisolta - non sono solamente slapstick. L’ironia nel film, infatti, è in qualche misura la cifra di una rivoluzione perpetua, di un motore bulimico che ha come allegoria centrale quella della trasformazione, della rinascita come atto di fiducia, ossia la più importante delle lezioni omeriche.
Puan, insomma, cerca di puntellare la profezia marxista contenuta in Il problema della filosofia e l’oggetto della scienza (2018), ossia l’idea che prima o poi, anche i beni e i valori che ora diamo per immutabili saranno venduti al miglior prezzo. In questo senso, i due filmmaker argenti, come due commediografi latini, traducono il grado zero dell’essere umano (per parafrasare Barthes), per “ri-umanizzarlo”, con un canto apotropaico attualissimo.