Un rimbombo nel vuoto,
recensione di Arturo Garavaglia
RV-94
06.03.2025
Nella profondità di una voragine ghiacciata, un uomo (Mickey, interpretato da Robert Pattinson) è sul punto di morire. La macchina da presa lo inquadra dall’alto verso il basso. Dall’estremità del cratere si affaccia un altro personaggio, ripreso dal basso verso l’alto. Dopo una battuta, l’uomo augura all’altro una buona morte e se ne va.
Inizia così Mickey 17, ritorno di Bong Joon-ho al cinema dopo 6 anni dall’inaspettato successo globale di Parasite (2019). Inizia con il ghiaccio e con una chiara dialettica fra alto e basso. Con una battuta spietata, di un uomo che augura a un altro una "buona morte", con tutti gli elementi che contraddistinguono lo stile e la poetica del cineasta sudcoreano.
La trepidante attesa per il nuovo film del regista era più che legittima, ma lo straordinario successo di Parasite, purtroppo, non sembra aver dato al suo autore quella consapevolezza in più per riuscire a produrre lungometraggi in lingua inglese che lascino pienamente soddisfatti. Mickey 17, infatti, si inserisce più nel solco delle produzioni statunitensi di Bong Joon-ho che in quello delle sue opere sudcoreane. Un tracciato che, al terzo lavoro in lingua inglese, sembra sempre più seguire un’idea di cinema d’intrattenimento su cui si innestano urgenti tematiche di attualità senza che però esse coesistano con la stessa pregnanza delle pellicole girate in patria.
Scansiamo subito ogni equivoco: Mickey 17 non è un brutto film. Non lo è perché il suo regista sa come raccontare attraverso le immagini, sa come traslare nella finzione elementi dell’immaginario collettivo e sa costruire scene memorabili. Eppure, Mickey 17 è solo un film discreto. Non ha la precisione tragicomica di Parasite, non possiede lo studio dei personaggi di Memories of Murder (2003) e Mother (2009), non presenta l’equilibrio tra azione e relazione che rendeva The Host (2006) un piccolo miracolo per il cinema blockbuster ne la cattiveria di Barking Dogs Never Bite (2000).
Bloccato come il suo protagonista nella prima scena fra il gelo di Snowpiercer (2013) e l’apologo di Okja (2017), il nuovo film di Bong Joon-ho sembra sin troppo diviso da una certa idea di cinema mainstream dallo stile grafico e un’urgenza espressiva che, purtroppo, non risulta abbastanza forte da far dimenticare le diverse incertezze nella sua scrittura e struttura.
Mickey 17 ci appare quindi un’opera le cui diverse sezioni sembrano essere invecchiate durante la sua stessa realizzazione. È un film che cerca un dialogo con la contemporaneità, ma da un passato prossimo. Nonostante ciò, non mancano, ovviamente, soluzioni di messa in scena notevoli: la sequenza in cui viene raccontata la continua nascita e morte del “sacrificabile” Mickey è già da antologia per via dell’uso che viene fatto della figura retorica della reiterazione. Sono presenti anche scene esilaranti, come il banchetto nella stanza del magnate Hyeronimous Marshall (Mark Ruffalo) e della moglie Qwen (Toni Collette) o chiare rielaborazioni particolarmente ispirate di eventi contemporanei come l’attentato a Donald Trump - sulle cui forme è chiaramente plasmato il personaggio interpretato da Mark Ruffalo - e suggestioni più stantie inerenti alla propaganda alimentata dai mezzi di comunicazione di massa.
Figurano inoltre personaggi interessanti, come Preston (Daniel Henshall), il braccio destro di Marshall che sembra intrattenere con il magnate la stessa relazione d’interessi che intercorre fra Musk e Trump. Non mancano, però, i personaggi sprecati: il Timo di Steven Yeun e la Kai di Anamaria Vartolomei ne sono un esempio.
La tematica della riproducibilità tecnica del corpo umano, dopo alcuni spunti interessanti, finisce per essere eccessivamente piegata alle dinamiche classiche della commedia degli equivoci. Quando viene ripresa, sembra più per una necessità narrativa che per una reale volontà di approfondimento. I colpi di scena, i ribaltamenti di prospettiva, ciò che rendeva interessante anche un film d’intrattenimento come Snowpiercer, qui risultano praticamente assenti. E, peggio, quando presenti, sono una gratuità, un’impronta autoriale che appare più un calco che una necessità.
La rappresentazione macchiettistica dei personaggi, lungi dall’avere la stessa funzionalità che aveva in Parasite, divide in maniera manichea i buoni dai cattivi, il bene dal male. Indicare i giusti e i soverchiatori, in un’epoca come quella contemporanea, è un atto politico necessario. Purtroppo, però, il movimento che precede il puntare il dito sembra stanco e trascinato. E il sermone impartito ora centra il punto, ora rimbomba nel vuoto.
Un rimbombo nel vuoto,
recensione di Arturo Garavaglia
RV-94
06.03.2025
Nella profondità di una voragine ghiacciata, un uomo (Mickey, interpretato da Robert Pattinson) è sul punto di morire. La macchina da presa lo inquadra dall’alto verso il basso. Dall’estremità del cratere si affaccia un altro personaggio, ripreso dal basso verso l’alto. Dopo una battuta, l’uomo augura all’altro una buona morte e se ne va.
Inizia così Mickey 17, ritorno di Bong Joon-ho al cinema dopo 6 anni dall’inaspettato successo globale di Parasite (2019). Inizia con il ghiaccio e con una chiara dialettica fra alto e basso. Con una battuta spietata, di un uomo che augura a un altro una "buona morte", con tutti gli elementi che contraddistinguono lo stile e la poetica del cineasta sudcoreano.
La trepidante attesa per il nuovo film del regista era più che legittima, ma lo straordinario successo di Parasite, purtroppo, non sembra aver dato al suo autore quella consapevolezza in più per riuscire a produrre lungometraggi in lingua inglese che lascino pienamente soddisfatti. Mickey 17, infatti, si inserisce più nel solco delle produzioni statunitensi di Bong Joon-ho che in quello delle sue opere sudcoreane. Un tracciato che, al terzo lavoro in lingua inglese, sembra sempre più seguire un’idea di cinema d’intrattenimento su cui si innestano urgenti tematiche di attualità senza che però esse coesistano con la stessa pregnanza delle pellicole girate in patria.
Scansiamo subito ogni equivoco: Mickey 17 non è un brutto film. Non lo è perché il suo regista sa come raccontare attraverso le immagini, sa come traslare nella finzione elementi dell’immaginario collettivo e sa costruire scene memorabili. Eppure, Mickey 17 è solo un film discreto. Non ha la precisione tragicomica di Parasite, non possiede lo studio dei personaggi di Memories of Murder (2003) e Mother (2009), non presenta l’equilibrio tra azione e relazione che rendeva The Host (2006) un piccolo miracolo per il cinema blockbuster ne la cattiveria di Barking Dogs Never Bite (2000).
Bloccato come il suo protagonista nella prima scena fra il gelo di Snowpiercer (2013) e l’apologo di Okja (2017), il nuovo film di Bong Joon-ho sembra sin troppo diviso da una certa idea di cinema mainstream dallo stile grafico e un’urgenza espressiva che, purtroppo, non risulta abbastanza forte da far dimenticare le diverse incertezze nella sua scrittura e struttura.
Mickey 17 ci appare quindi un’opera le cui diverse sezioni sembrano essere invecchiate durante la sua stessa realizzazione. È un film che cerca un dialogo con la contemporaneità, ma da un passato prossimo. Nonostante ciò, non mancano, ovviamente, soluzioni di messa in scena notevoli: la sequenza in cui viene raccontata la continua nascita e morte del “sacrificabile” Mickey è già da antologia per via dell’uso che viene fatto della figura retorica della reiterazione. Sono presenti anche scene esilaranti, come il banchetto nella stanza del magnate Hyeronimous Marshall (Mark Ruffalo) e della moglie Qwen (Toni Collette) o chiare rielaborazioni particolarmente ispirate di eventi contemporanei come l’attentato a Donald Trump - sulle cui forme è chiaramente plasmato il personaggio interpretato da Mark Ruffalo - e suggestioni più stantie inerenti alla propaganda alimentata dai mezzi di comunicazione di massa.
Figurano inoltre personaggi interessanti, come Preston (Daniel Henshall), il braccio destro di Marshall che sembra intrattenere con il magnate la stessa relazione d’interessi che intercorre fra Musk e Trump. Non mancano, però, i personaggi sprecati: il Timo di Steven Yeun e la Kai di Anamaria Vartolomei ne sono un esempio.
La tematica della riproducibilità tecnica del corpo umano, dopo alcuni spunti interessanti, finisce per essere eccessivamente piegata alle dinamiche classiche della commedia degli equivoci. Quando viene ripresa, sembra più per una necessità narrativa che per una reale volontà di approfondimento. I colpi di scena, i ribaltamenti di prospettiva, ciò che rendeva interessante anche un film d’intrattenimento come Snowpiercer, qui risultano praticamente assenti. E, peggio, quando presenti, sono una gratuità, un’impronta autoriale che appare più un calco che una necessità.
La rappresentazione macchiettistica dei personaggi, lungi dall’avere la stessa funzionalità che aveva in Parasite, divide in maniera manichea i buoni dai cattivi, il bene dal male. Indicare i giusti e i soverchiatori, in un’epoca come quella contemporanea, è un atto politico necessario. Purtroppo, però, il movimento che precede il puntare il dito sembra stanco e trascinato. E il sermone impartito ora centra il punto, ora rimbomba nel vuoto.