Berlinale 75
recensione di Lorenzo Sartor
RV-92
22.02.2025
“Perché stai filmando?”
“Per testimonianza”
In questo dialogo tra un senzatetto e un gendarme risiede l’anima dell’ultimo lavoro di Radu Jude, già premiato nel 2021 con l’Orso D’Oro per Sesso sfortunato o follie porno e anche quest’anno in Concorso alla Berlinale. Cineasta da sempre interessato a comprendere e rappresentare fedelmente le dinamiche grottesche del contemporaneo, in questi anni Jude ha esplorato le contraddizioni interne dell’Europa attuale e messo alla berlina l’ipocrisia moralista che sta ormai contaminando ogni dimensione sociale, dal mondo del lavoro alla sfera pubblica della persona.
Una lunga inquadratura fissa concludeva il suo ultimo film presentato a Locarno, Do not expect too much from the end of the world (2023). Infatti, quasi solo su lunghe inquadrature fisse è basata la regia di Kontinental ’25, che nel titolo, e in una citazione esplicita interna, fa riferimento a Europa ’51 (1952) di Roberto Rossellini. Laddove il capolavoro neorealista raccontava il senso di colpa di una madre dopo la morte del figlio, l’omaggio dell’autore romeno consiste invece in una vicenda calata nel presente, in cui un’ufficiale giudiziaria di origini ungheresi, Orsoloya (Eszter Tompa), sfratta Ion (Gabriel Spahiu), un senzatetto, dal seminterrato in cui vive causando tragiche conseguenze che la porteranno a dover capire come convivere con il proprio senso di colpa.
La macrosequenza che apre il film, ovvero la giornata di Ion lungo le strade di Cluj, in Transilvania, già esplicita l’intenzione, da parte del regista, di gettare lo spettatore nella realtà immediata che vive tutti i giorni, adoperando una fotografia digitale dalla bassa qualità per cogliere il presente dal basso, da un punto di vista estraneo a quello della classe dominante. Quella di Radu Jude diventa così arte d’assalto, cinema di guerriglia, cinema verità calato in un racconto di finzione, abbandonando però qualunque forma di patinatura in favore di uno sguardo che abbracci il cattivo gusto e il marciume del mezzo digitale. In un’opera priva di campi e controcampi, l’unica forma di scavalcamento risiede proprio in un autofocus incontrollabile che spezza più volte l’immersione dello spettatore, separando nettamente i personaggi dallo sfondo. Non è un caso che durante una conversazione vengano citati Brecht e la sua poetica, perché questi salti della forma digitale altro non sono che moderni effetti di straniamento, con cui Jude mette in discussione la nostra percezione delle immagini e ci invita a guardare oltre ciò che si trova nell’inquadratura.
Questo perché ogni cosa che viene messa in scena contiene contraddizioni inconciliabili, frutto di incoerenze dell’attualità a cui nessuno di noi può sottrarsi. Pertanto, un borghese di origini ungheresi può ritrovarsi a leggere messaggi razzisti dei nazionalisti di Facebook mentre indossa una giacca militare della Romania; due donne ungheresi in Transilvania possono sedersi davanti alla statua di un generale romeno mentre una musica techno suonata da qualche artista di strada straniero fa da sottofondo alla loro conversazione; o la stanza di un ufficiale giudiziario può contenere contemporaneamente simboli arabi e cristiani, del passato e del presente della nazione, mentre una bandiera dell’Europa sta vicino alla bandiera di un paese che dall’Unione Europea vorrebbe uscire. Il cineasta è quindi spinto dalla volontà provocatoria di creare immagini statiche in cui convivono più strati di lettura, disvelando il cortocircuito della modernità e rivelando l’impossibilità del cittadino occidentale di essere coerente con le proprie idee, nonché di considerarsi esterno ad ogni presa di posizione politica.
Il viaggio condotto dalla protagonista diventa quindi una rappresentazione di come la persona benestante, estranea ai reali problemi sociali, necessiti di pulirsi la coscienza per continuare a vivere in una società che non può cambiare. In quella che più che una storia lineare è una lunga confessione religiosa, il cineasta mostra la necessità umana di trovare espiazione per la propria indifferenza quotidiana. Gli unici veri raccordi di sguardo sono infatti quelli con cui i personaggi guardano sugli smartphone video di tragedie umanitarie e soldati che muoiono, consapevoli dell’importanza di ciò che stanno osservando, ma sufficientemente distaccati da non sentirsi coinvolti. Così facendo, Jude non solo contesta l’ipocrisia con cui noi occidentali ci interfacciamo con argomenti come la guerra russo-ucraina o le morti in Palestina, ma riflette sullo sguardo anestetizzato con cui osserviamo le tragedie lontane dal nostro quotidiano, mostrando come il finto coinvolgimento di molti verso i problemi internazionali sia in realtà una modalità per sottrarsi alle proprie colpe. I dialoghi con gli altri personaggi incontrati da Orsoloya rappresentano così uno sfogo passeggero, nella prospettiva di espiare ogni colpa per poi ritornare nella bolla in cui tali problemi non hanno rilevanza.
L’Europa del cinema di Jude diventa così una lunga distesa di tombe governata da persone non disposte a fare nulla per ridarle vita. Similmente a come in un altro film presentato a Berlino, ovvero Restitucija, ili, San i java stare garde (2025), il regista serbo Želimir Žilnik mostra un continente dove pure gli anziani ottantenni in pensione hanno un futuro più luminoso dei giovani trentenni in cerca di stabilità, anche in Kontinental ’25 la gioventù viene mostrata come priva di reali prospettive, riempita di nozioni accademiche ma senza una via d’uscita dalla precarietà del mondo del lavoro.
I personaggi stessi non possono quindi fare altro che reagire passivamente al male che li circonda, vivendo con distacco le incoerenze della loro vita e accettando che una preghiera sbrigativa possa cancellare ogni loro peccato. Mentre, all’opposto, noi spettatori non possiamo più rimandare ulteriormente la presa di consapevolezza su questi dilemmi, perché Radu Jude ci ha detto chiaramente che i dinosauri del vecchio mondo ancora camminano tra di noi e il giorno della loro estinzione è sempre più lontano.
Berlinale 75
recensione di Lorenzo Sartor
RV-92
22.02.2025
“Perché stai filmando?”
“Per testimonianza”
In questo dialogo tra un senzatetto e un gendarme risiede l’anima dell’ultimo lavoro di Radu Jude, già premiato nel 2021 con l’Orso D’Oro per Sesso sfortunato o follie porno e anche quest’anno in Concorso alla Berlinale. Cineasta da sempre interessato a comprendere e rappresentare fedelmente le dinamiche grottesche del contemporaneo, in questi anni Jude ha esplorato le contraddizioni interne dell’Europa attuale e messo alla berlina l’ipocrisia moralista che sta ormai contaminando ogni dimensione sociale, dal mondo del lavoro alla sfera pubblica della persona.
Una lunga inquadratura fissa concludeva il suo ultimo film presentato a Locarno, Do not expect too much from the end of the world (2023). Infatti, quasi solo su lunghe inquadrature fisse è basata la regia di Kontinental ’25, che nel titolo, e in una citazione esplicita interna, fa riferimento a Europa ’51 (1952) di Roberto Rossellini. Laddove il capolavoro neorealista raccontava il senso di colpa di una madre dopo la morte del figlio, l’omaggio dell’autore romeno consiste invece in una vicenda calata nel presente, in cui un’ufficiale giudiziaria di origini ungheresi, Orsoloya (Eszter Tompa), sfratta Ion (Gabriel Spahiu), un senzatetto, dal seminterrato in cui vive causando tragiche conseguenze che la porteranno a dover capire come convivere con il proprio senso di colpa.
La macrosequenza che apre il film, ovvero la giornata di Ion lungo le strade di Cluj, in Transilvania, già esplicita l’intenzione, da parte del regista, di gettare lo spettatore nella realtà immediata che vive tutti i giorni, adoperando una fotografia digitale dalla bassa qualità per cogliere il presente dal basso, da un punto di vista estraneo a quello della classe dominante. Quella di Radu Jude diventa così arte d’assalto, cinema di guerriglia, cinema verità calato in un racconto di finzione, abbandonando però qualunque forma di patinatura in favore di uno sguardo che abbracci il cattivo gusto e il marciume del mezzo digitale. In un’opera priva di campi e controcampi, l’unica forma di scavalcamento risiede proprio in un autofocus incontrollabile che spezza più volte l’immersione dello spettatore, separando nettamente i personaggi dallo sfondo. Non è un caso che durante una conversazione vengano citati Brecht e la sua poetica, perché questi salti della forma digitale altro non sono che moderni effetti di straniamento, con cui Jude mette in discussione la nostra percezione delle immagini e ci invita a guardare oltre ciò che si trova nell’inquadratura.
Questo perché ogni cosa che viene messa in scena contiene contraddizioni inconciliabili, frutto di incoerenze dell’attualità a cui nessuno di noi può sottrarsi. Pertanto, un borghese di origini ungheresi può ritrovarsi a leggere messaggi razzisti dei nazionalisti di Facebook mentre indossa una giacca militare della Romania; due donne ungheresi in Transilvania possono sedersi davanti alla statua di un generale romeno mentre una musica techno suonata da qualche artista di strada straniero fa da sottofondo alla loro conversazione; o la stanza di un ufficiale giudiziario può contenere contemporaneamente simboli arabi e cristiani, del passato e del presente della nazione, mentre una bandiera dell’Europa sta vicino alla bandiera di un paese che dall’Unione Europea vorrebbe uscire. Il cineasta è quindi spinto dalla volontà provocatoria di creare immagini statiche in cui convivono più strati di lettura, disvelando il cortocircuito della modernità e rivelando l’impossibilità del cittadino occidentale di essere coerente con le proprie idee, nonché di considerarsi esterno ad ogni presa di posizione politica.
Il viaggio condotto dalla protagonista diventa quindi una rappresentazione di come la persona benestante, estranea ai reali problemi sociali, necessiti di pulirsi la coscienza per continuare a vivere in una società che non può cambiare. In quella che più che una storia lineare è una lunga confessione religiosa, il cineasta mostra la necessità umana di trovare espiazione per la propria indifferenza quotidiana. Gli unici veri raccordi di sguardo sono infatti quelli con cui i personaggi guardano sugli smartphone video di tragedie umanitarie e soldati che muoiono, consapevoli dell’importanza di ciò che stanno osservando, ma sufficientemente distaccati da non sentirsi coinvolti. Così facendo, Jude non solo contesta l’ipocrisia con cui noi occidentali ci interfacciamo con argomenti come la guerra russo-ucraina o le morti in Palestina, ma riflette sullo sguardo anestetizzato con cui osserviamo le tragedie lontane dal nostro quotidiano, mostrando come il finto coinvolgimento di molti verso i problemi internazionali sia in realtà una modalità per sottrarsi alle proprie colpe. I dialoghi con gli altri personaggi incontrati da Orsoloya rappresentano così uno sfogo passeggero, nella prospettiva di espiare ogni colpa per poi ritornare nella bolla in cui tali problemi non hanno rilevanza.
L’Europa del cinema di Jude diventa così una lunga distesa di tombe governata da persone non disposte a fare nulla per ridarle vita. Similmente a come in un altro film presentato a Berlino, ovvero Restitucija, ili, San i java stare garde (2025), il regista serbo Želimir Žilnik mostra un continente dove pure gli anziani ottantenni in pensione hanno un futuro più luminoso dei giovani trentenni in cerca di stabilità, anche in Kontinental ’25 la gioventù viene mostrata come priva di reali prospettive, riempita di nozioni accademiche ma senza una via d’uscita dalla precarietà del mondo del lavoro.
I personaggi stessi non possono quindi fare altro che reagire passivamente al male che li circonda, vivendo con distacco le incoerenze della loro vita e accettando che una preghiera sbrigativa possa cancellare ogni loro peccato. Mentre, all’opposto, noi spettatori non possiamo più rimandare ulteriormente la presa di consapevolezza su questi dilemmi, perché Radu Jude ci ha detto chiaramente che i dinosauri del vecchio mondo ancora camminano tra di noi e il giorno della loro estinzione è sempre più lontano.