Voci silenziose, desideri nascosti,
recensione di Antonio Orrico
RV-96
12.03.2025
Dag Johan Haugerud è una delle nuove voci del cinema europeo, giunto alla ribalta lo scorso anno con il suo Sex , premiato alla Berlinale 2024 e presentato nella sezione Panorama, il film si è rivelato una delle sorprese più liete della manifestazione, mettendo in luce il potenziale di questo autore emergente. Sex è un lavoro molto attuale, che indaga il desiderio maschile offrendo allo spettatore un nuovo strumento per riconoscere la propria identità e mettere a fuoco il proprio io corporeo. La decostruzione della virilità diventa un mezzo per indagare approfonditamente una rinnovata inconsapevolezza del proprio essere e l’impossibilità, per l’uomo metropolitano odierno, di riconoscersi all’interno del proprio genere.
Un racconto che chiama in causa anche la società e i suoi limiti imposti, soprattutto attraverso le scelte stilistiche della regia di Haugerud (caratterizzata da piani sequenza e dalla conseguente negazione dei semplici campi/controcampi, oltre che da una distanza sostanziale tra personaggi e punti macchina), e che prepara il terreno, soprattutto nelle sue battute finali, al secondo capitolo della trilogia, dal titolo Drømmer, vincitore dell’ultimo Orso d’Oro alla Berlinale 2025.
Drømmer rappresenta una sorta di complemento del primo capitolo, in cui, alla presa di coscienza e al senso di realismo di Sex, fa da contraltare una maggiore dose di calore e dolcezza, sicuramente più adatta al racconto di cui l’opera si forgia. Infatti, nel raccontare le vicende di Johanne (interpretata da Ella Øverbye, le cui espressioni e il cui linguaggio del corpo ricalcano benissimo l’insicurezza e il classico “tremore” tipico delle prime cotte adolescenziali e della scoperta sessuale), Haugerud accede ad una sorta di “educazione affettiva”, mettendo in campo un intensificato senso di straniamento che gli permette di raccontare, in modo intelligente e mai ridondante, le profondità di un’età carica di turbamenti e contrasti interiori.
Il cineasta si dimostra estremamente perspicace nel descrivere un momento della vita in cui il rapporto e la distanza tra realtà e finzione ampliano la loro forbice, in cui desiderio e proibizione si alternano senza soluzione di continuità, alimentando un caos volto a dare corpo a un desiderio a lungo inespresso e sottaciuto e ai timori relativi a quei “sogni” protagonisti del titolo dell’opera. Un disordine specchio di una gioventù inquieta e insicura rispetto al proprio futuro, le cui sensazioni si manifestano soprattutto tramite la difficoltà nel provare affetto. Sensazioni che portano il coming-of-age non più ad essere espresso in modo esplicito, quanto piuttosto ad essere idealizzato, ad essere affidato ad un altro mezzo che non sia quello prossemico, ma quello concernente la scrittura.
In Drømmer, la parola scritta diventa l’unica possibilità per manifestare i propri desideri più reconditi, l’unico metodo, totalmente intimo e pienamente personale, per dare conto dei propri sentimenti e delle proprie emozioni. Anche per questo la forma da voice-over, che più volte il regista norvegese adopera per narrare ed esternare i pensieri di Johanne, permette allo spettatore di usufruire di un approccio più diretto, e meno “freddo”, rispetto a quello del primo capitolo, a cui corrisponde anche un uso estetico della camera differente.
La messa in scena di Haugerud, infatti, riprende molto quella del cinéma vérité degli anni ‘60, in cui è la cinepresa ad essere lo strumento che stimola i comportamenti di tutti i personaggi. Il regista pone al centro dell’inquadratura la sua protagonista, lasciandole però sempre il giusto spazio per esprimersi liberamente, accentrando lo sguardo della camera in modo progressivo ma mai invadente, senza opprimerla e sempre ad una distanza di “sicurezza”, che le permette di lasciare alle sue espressioni e al non detto il lavoro più importante del film: dipingere il ritratto intimo di una donna in continua crescita.
Ma il film è anche un’opportunità per effettuare un’analisi della relazione che si instaura tra generazioni diverse, in cui il confronto che avviene tra le tre attrici principali (figlia, madre e nonna), permette di mettere in risalto le barriere comunicative che si costruiscono a partire da percezioni e da interpretazioni sbagliate del pensiero scritto (nella fattispecie, la lettura del libro “confessionale” della loro discendente da parte di Ane Dahl Torp e di Anne Marit Jacobsen), affrontando il problema moderno dell'interpretazione errata che le generazioni più anziane danno ai giovani. Il vero pregio di Haugerud, però, si trova nelle modalità optate per effettuare il confronto.
All’interno di Drømmer, non a caso, è sempre presente una buona dose di umorismo, veicolato soprattutto dalle espressioni colorite, ma mai fuori tono, di Anne Marit Jacobsen, la quale diventa la vera e propria “maschera comica” - la gag parlata su Flashdance (1983) di Adrian Lyne potrebbe già essere un cult - del film, ma allo stesso tempo anche colei che, più di tutte, comprende l’effettiva natura della nipote, nonché tutti i tormenti che la stanno attraversando.
I rapporti sono dunque rovesciati, a testimonianza di una programmaticità, da parte del regista norvegese, che risulta molto meno rigida e artificiosa di quanto ci si potesse aspettare. In un mondo come quello di oggi, in cui tutto, per sopravvivere, ha bisogno di un’effettiva collocazione e di essere catalogato a tutti i costi, Haugerud prosegue in una direzione autonoma, decisamente controcorrente rispetto alla massa, smarcandosi da ogni possibile definizione e offrendo uno sguardo cinematografico solo in apparenza semplice, ma in realtà profondamente raffinato e intelligente, all’altezza delle emozioni umane trattate e della loro complessità.
Voci silenziose, desideri nascosti,
recensione di Antonio Orrico
RV-96
12.03.2025
Dag Johan Haugerud è una delle nuove voci del cinema europeo, giunto alla ribalta lo scorso anno con il suo Sex , premiato alla Berlinale 2024 e presentato nella sezione Panorama, il film si è rivelato una delle sorprese più liete della manifestazione, mettendo in luce il potenziale di questo autore emergente. Sex è un lavoro molto attuale, che indaga il desiderio maschile offrendo allo spettatore un nuovo strumento per riconoscere la propria identità e mettere a fuoco il proprio io corporeo. La decostruzione della virilità diventa un mezzo per indagare approfonditamente una rinnovata inconsapevolezza del proprio essere e l’impossibilità, per l’uomo metropolitano odierno, di riconoscersi all’interno del proprio genere.
Un racconto che chiama in causa anche la società e i suoi limiti imposti, soprattutto attraverso le scelte stilistiche della regia di Haugerud (caratterizzata da piani sequenza e dalla conseguente negazione dei semplici campi/controcampi, oltre che da una distanza sostanziale tra personaggi e punti macchina), e che prepara il terreno, soprattutto nelle sue battute finali, al secondo capitolo della trilogia, dal titolo Drømmer, vincitore dell’ultimo Orso d’Oro alla Berlinale 2025.
Drømmer rappresenta una sorta di complemento del primo capitolo, in cui, alla presa di coscienza e al senso di realismo di Sex, fa da contraltare una maggiore dose di calore e dolcezza, sicuramente più adatta al racconto di cui l’opera si forgia. Infatti, nel raccontare le vicende di Johanne (interpretata da Ella Øverbye, le cui espressioni e il cui linguaggio del corpo ricalcano benissimo l’insicurezza e il classico “tremore” tipico delle prime cotte adolescenziali e della scoperta sessuale), Haugerud accede ad una sorta di “educazione affettiva”, mettendo in campo un intensificato senso di straniamento che gli permette di raccontare, in modo intelligente e mai ridondante, le profondità di un’età carica di turbamenti e contrasti interiori.
Il cineasta si dimostra estremamente perspicace nel descrivere un momento della vita in cui il rapporto e la distanza tra realtà e finzione ampliano la loro forbice, in cui desiderio e proibizione si alternano senza soluzione di continuità, alimentando un caos volto a dare corpo a un desiderio a lungo inespresso e sottaciuto e ai timori relativi a quei “sogni” protagonisti del titolo dell’opera. Un disordine specchio di una gioventù inquieta e insicura rispetto al proprio futuro, le cui sensazioni si manifestano soprattutto tramite la difficoltà nel provare affetto. Sensazioni che portano il coming-of-age non più ad essere espresso in modo esplicito, quanto piuttosto ad essere idealizzato, ad essere affidato ad un altro mezzo che non sia quello prossemico, ma quello concernente la scrittura.
In Drømmer, la parola scritta diventa l’unica possibilità per manifestare i propri desideri più reconditi, l’unico metodo, totalmente intimo e pienamente personale, per dare conto dei propri sentimenti e delle proprie emozioni. Anche per questo la forma da voice-over, che più volte il regista norvegese adopera per narrare ed esternare i pensieri di Johanne, permette allo spettatore di usufruire di un approccio più diretto, e meno “freddo”, rispetto a quello del primo capitolo, a cui corrisponde anche un uso estetico della camera differente.
La messa in scena di Haugerud, infatti, riprende molto quella del cinéma vérité degli anni ‘60, in cui è la cinepresa ad essere lo strumento che stimola i comportamenti di tutti i personaggi. Il regista pone al centro dell’inquadratura la sua protagonista, lasciandole però sempre il giusto spazio per esprimersi liberamente, accentrando lo sguardo della camera in modo progressivo ma mai invadente, senza opprimerla e sempre ad una distanza di “sicurezza”, che le permette di lasciare alle sue espressioni e al non detto il lavoro più importante del film: dipingere il ritratto intimo di una donna in continua crescita.
Ma il film è anche un’opportunità per effettuare un’analisi della relazione che si instaura tra generazioni diverse, in cui il confronto che avviene tra le tre attrici principali (figlia, madre e nonna), permette di mettere in risalto le barriere comunicative che si costruiscono a partire da percezioni e da interpretazioni sbagliate del pensiero scritto (nella fattispecie, la lettura del libro “confessionale” della loro discendente da parte di Ane Dahl Torp e di Anne Marit Jacobsen), affrontando il problema moderno dell'interpretazione errata che le generazioni più anziane danno ai giovani. Il vero pregio di Haugerud, però, si trova nelle modalità optate per effettuare il confronto.
All’interno di Drømmer, non a caso, è sempre presente una buona dose di umorismo, veicolato soprattutto dalle espressioni colorite, ma mai fuori tono, di Anne Marit Jacobsen, la quale diventa la vera e propria “maschera comica” - la gag parlata su Flashdance (1983) di Adrian Lyne potrebbe già essere un cult - del film, ma allo stesso tempo anche colei che, più di tutte, comprende l’effettiva natura della nipote, nonché tutti i tormenti che la stanno attraversando.
I rapporti sono dunque rovesciati, a testimonianza di una programmaticità, da parte del regista norvegese, che risulta molto meno rigida e artificiosa di quanto ci si potesse aspettare. In un mondo come quello di oggi, in cui tutto, per sopravvivere, ha bisogno di un’effettiva collocazione e di essere catalogato a tutti i costi, Haugerud prosegue in una direzione autonoma, decisamente controcorrente rispetto alla massa, smarcandosi da ogni possibile definizione e offrendo uno sguardo cinematografico solo in apparenza semplice, ma in realtà profondamente raffinato e intelligente, all’altezza delle emozioni umane trattate e della loro complessità.