Berlinale 75,
recensione di Antonio Orrico
RV-90
16.02.2025
Michel Franco è uno dei "nomi festivalieri" più frequenti degli ultimi tempi. I suoi film fanno ormai presenza fissa all’interno delle più importanti manifestazioni cinematografiche che si susseguono nel corso dell’anno. Il suo penultimo lungometraggio, Memory (2023), era approdato con successo alla Biennale di Venezia permettendo a Peter Sarsgaard di vincere la sua prima Coppa Volpi come Miglior Attore. In Memory, però, a spiccare era soprattutto la presenza di Jessica Chastain, autentica mattatrice che ripropone nuovamente un'intenso tour de force attoriale anche in Dreams (2025), in concorso per l’Orso d’Oro alla Berlinale 2025. Le ultime produzioni del regista messicano sono caratterizzate da un’inversione di tendenza decisamente netta, in quanto, rispetto alle prime esperienze dietro la macchina da presa, l'autore si è progressivamente "ammorbidito". In Sundown (2021) e Memory la ricerca dell’effetto shock che ha sempre alimentato il suo cinema risultava alquanto attenuato, sacrificato in onore di una ricerca decisamente più stratificata, che coinvolgeva sia velleità teoriche sulle presunte possibilità che il cinema può sfruttare per raccontare una singola vicenda, sia una voglia di polarizzare la memoria relegandola al non detto, ad una dimensione impossibile da rappresentare e che, spesso e volentieri, rimane fuori campo.
L’ultimo Franco si appiglia quindi alla forma melodrammatica per svolgere il suo character study, appiattendo la tesistica di lavori come Nuevo Orden (2020) per una ricerca molto più veritiera, rapportata alla condizione umana e, soprattutto, ad un’indagine esistenziale sulla borghesia e le sue maggiori velleità, condotta in un modo mai mellifluo o gratuitamente pietoso. Dreams riparte proprio da questi dettami, da un racconto reso al minimo, che si riscopre quasi archetipico nel parlare di entità che, più che personaggi, corrispondono ad un vero e proprio ruolo ben definito. L’incipit definisce già gli aspetti più importanti della vicenda, dove un immigrato messicano (Isaac Hernàndez) si ritrova a dover cercare fortuna in un'America ostile per dare corpo a quelli che sono i suoi “sogni”. Naturalmente è un approccio alla didascalia che, in un primo momento, stranisce per la semplicità con cui è reso e sbigottisce proprio perché racconta l’ovvio, ribadendo cose (con le varie inquadrature e i dialoghi che Hernàndez e la Chastain sostengono) intelligibili al massimo.
Dreams, però, non è un’offesa allo spettatore o un modo per solleticarne gli istinti più primitivi. Piuttosto, è una feroce satira (già a partire dal titolo, smentito in modo radicale nel corso del film) nei confronti della noia borghese americana - a cui Jessica Chastain dona anima e corpo in modo decisamente notevole. Il ricorso ad un’indagine che entra nel privato dell’America, nel cuore di quella che è una (nuova) colonia trumpiana, diventa dunque un modo per analizzarne attentamente le caratteristiche concernenti il privato, dove le dinamiche che animano la relazione tra la Chastain e il suo “giovane” fidanzato assumono, piuttosto, un’espressione sarcastica della vita di coppia, costantemente ridicolizzata e portata all’eccesso in modo divertente e a tratti straniante.
I dialoghi scelti per rappresentare questa vicenda, che assume gradualmente i connotati di un thriller erotico stranamente parossistico e figlio della ridicolizzazione del genere che si sta vedendo nell'ultimo periodo, con casi cardine come Deep Water (2022) o Babygirl (2024), sono stranamente spinti, tali da assumere, minuto dopo minuto, dei connotati ironici. Dunque, si capisce finalmente il vero punto d’approdo di Franco. Dreams rappresenta ciò che Kinds Of Kindness (2024) ha rappresentato, tramite un altro linguaggio e altri riferimenti, per Yorgos Lanthimos: un'autentica "operazione di smitizzazione" del proprio cinema, da cui il regista si può distaccare solamente portando alla ribalta l’ironia al di sopra di ogni cosa. Proprio questa mossa gli permette di rendere manifesta la solitudine della borghesia, ma di non gravare mai del tutto sullo spettatore a causa del registro utilizzato, mai pedante e ormai lontano dalle gravità e dai toni eccessivamente seriosi del suo cinema pre-Sundown (2022).
Il cineasta resta comunque a debita distanza, riprendendo la coppia anche nei suoi momenti più intimi e carnali (come nel corso del rapporto sessuale sulle scale) sempre in campo lungo, rimanendo lontano e osservando, piuttosto, senza la minima dose di empatia. Anche questa scelta stilistica gli permette di padroneggiare in modo più intelligente la satira di fondo che caratterizza tutto il film, rovesciando continuamente il "rapporto oggettistico" tra i due protagonisti e riuscendo ad equilibrarne lo sguardo a seconda delle occasioni, e della posizione, che entrambi occupano all’interno della loro relazione.
C’è dunque un continuo scambio dell’oggetto del desiderio “buñueliano”, laddove l’entrata nel mondo borghese corrisponde alla presa di coscienza di una Nazione che, nonostante la maschera di facciata, non è ancora pronta a considerare un vero e proprio concittadino chiunque provenga dall’estero (con il personaggio della Chastain che, non a caso, si arrabbia furiosamente quando il suo “fidanzato” parla spagnolo escludendola). Dreams prende dunque in giro, come mai fatto prima, il sogno americano (come il titolo sardonicamente indica), mettendone in mostra tutte le ipocrisie e calando lo spettatore prima in un contesto quasi “onirico”, da fiaba, per poi riportarlo sulla Terra e ricordargli, in modo del tutto irriverente e ironico, attraverso gestualità e comportamenti, che un’"altra America" non è per nulla possibile, nelle condizioni attuali.
Berlinale 75,
recensione di Antonio Orrico
RV-90
16.02.2025
Michel Franco è uno dei "nomi festivalieri" più frequenti degli ultimi tempi. I suoi film fanno ormai presenza fissa all’interno delle più importanti manifestazioni cinematografiche che si susseguono nel corso dell’anno. Il suo penultimo lungometraggio, Memory (2023), era approdato con successo alla Biennale di Venezia permettendo a Peter Sarsgaard di vincere la sua prima Coppa Volpi come Miglior Attore. In Memory, però, a spiccare era soprattutto la presenza di Jessica Chastain, autentica mattatrice che ripropone nuovamente un'intenso tour de force attoriale anche in Dreams (2025), in concorso per l’Orso d’Oro alla Berlinale 2025. Le ultime produzioni del regista messicano sono caratterizzate da un’inversione di tendenza decisamente netta, in quanto, rispetto alle prime esperienze dietro la macchina da presa, l'autore si è progressivamente "ammorbidito". In Sundown (2021) e Memory la ricerca dell’effetto shock che ha sempre alimentato il suo cinema risultava alquanto attenuato, sacrificato in onore di una ricerca decisamente più stratificata, che coinvolgeva sia velleità teoriche sulle presunte possibilità che il cinema può sfruttare per raccontare una singola vicenda, sia una voglia di polarizzare la memoria relegandola al non detto, ad una dimensione impossibile da rappresentare e che, spesso e volentieri, rimane fuori campo.
L’ultimo Franco si appiglia quindi alla forma melodrammatica per svolgere il suo character study, appiattendo la tesistica di lavori come Nuevo Orden (2020) per una ricerca molto più veritiera, rapportata alla condizione umana e, soprattutto, ad un’indagine esistenziale sulla borghesia e le sue maggiori velleità, condotta in un modo mai mellifluo o gratuitamente pietoso. Dreams riparte proprio da questi dettami, da un racconto reso al minimo, che si riscopre quasi archetipico nel parlare di entità che, più che personaggi, corrispondono ad un vero e proprio ruolo ben definito. L’incipit definisce già gli aspetti più importanti della vicenda, dove un immigrato messicano (Isaac Hernàndez) si ritrova a dover cercare fortuna in un'America ostile per dare corpo a quelli che sono i suoi “sogni”. Naturalmente è un approccio alla didascalia che, in un primo momento, stranisce per la semplicità con cui è reso e sbigottisce proprio perché racconta l’ovvio, ribadendo cose (con le varie inquadrature e i dialoghi che Hernàndez e la Chastain sostengono) intelligibili al massimo.
Dreams, però, non è un’offesa allo spettatore o un modo per solleticarne gli istinti più primitivi. Piuttosto, è una feroce satira (già a partire dal titolo, smentito in modo radicale nel corso del film) nei confronti della noia borghese americana - a cui Jessica Chastain dona anima e corpo in modo decisamente notevole. Il ricorso ad un’indagine che entra nel privato dell’America, nel cuore di quella che è una (nuova) colonia trumpiana, diventa dunque un modo per analizzarne attentamente le caratteristiche concernenti il privato, dove le dinamiche che animano la relazione tra la Chastain e il suo “giovane” fidanzato assumono, piuttosto, un’espressione sarcastica della vita di coppia, costantemente ridicolizzata e portata all’eccesso in modo divertente e a tratti straniante.
I dialoghi scelti per rappresentare questa vicenda, che assume gradualmente i connotati di un thriller erotico stranamente parossistico e figlio della ridicolizzazione del genere che si sta vedendo nell'ultimo periodo, con casi cardine come Deep Water (2022) o Babygirl (2024), sono stranamente spinti, tali da assumere, minuto dopo minuto, dei connotati ironici. Dunque, si capisce finalmente il vero punto d’approdo di Franco. Dreams rappresenta ciò che Kinds Of Kindness (2024) ha rappresentato, tramite un altro linguaggio e altri riferimenti, per Yorgos Lanthimos: un'autentica "operazione di smitizzazione" del proprio cinema, da cui il regista si può distaccare solamente portando alla ribalta l’ironia al di sopra di ogni cosa. Proprio questa mossa gli permette di rendere manifesta la solitudine della borghesia, ma di non gravare mai del tutto sullo spettatore a causa del registro utilizzato, mai pedante e ormai lontano dalle gravità e dai toni eccessivamente seriosi del suo cinema pre-Sundown (2022).
Il cineasta resta comunque a debita distanza, riprendendo la coppia anche nei suoi momenti più intimi e carnali (come nel corso del rapporto sessuale sulle scale) sempre in campo lungo, rimanendo lontano e osservando, piuttosto, senza la minima dose di empatia. Anche questa scelta stilistica gli permette di padroneggiare in modo più intelligente la satira di fondo che caratterizza tutto il film, rovesciando continuamente il "rapporto oggettistico" tra i due protagonisti e riuscendo ad equilibrarne lo sguardo a seconda delle occasioni, e della posizione, che entrambi occupano all’interno della loro relazione.
C’è dunque un continuo scambio dell’oggetto del desiderio “buñueliano”, laddove l’entrata nel mondo borghese corrisponde alla presa di coscienza di una Nazione che, nonostante la maschera di facciata, non è ancora pronta a considerare un vero e proprio concittadino chiunque provenga dall’estero (con il personaggio della Chastain che, non a caso, si arrabbia furiosamente quando il suo “fidanzato” parla spagnolo escludendola). Dreams prende dunque in giro, come mai fatto prima, il sogno americano (come il titolo sardonicamente indica), mettendone in mostra tutte le ipocrisie e calando lo spettatore prima in un contesto quasi “onirico”, da fiaba, per poi riportarlo sulla Terra e ricordargli, in modo del tutto irriverente e ironico, attraverso gestualità e comportamenti, che un’"altra America" non è per nulla possibile, nelle condizioni attuali.