Il peso della giovinezza
recensione di Matteo Burburan
RV-95
07.03.2025
La presenza di un grande nome come Luca Guadagnino tra i produttori di questa interessantissima opera prima di Giovanni Tortorici ha attirato grande interesse in occasione della sua proiezione al Festival di Venezia 2024 nella sezione Orizzonti. Il percorso di (non) formazione di un diciannovenne in conflitto con le norme morali del mondo, gli accenni a una sessualità di difficilissima definizione - rigorosamente rappresentata su pellicola - e, soprattutto, quei cinque minuti di meraviglioso quadretto di un’estate nostalgica, rimandano immediatamente a Call Me by Your Name (Chiamami col tuo nome, 2017).
Tuttavia, al di là di questi doverosi riferimenti a Guadagnino, Tortorici indirizza il suo film verso altri panorami. Il punto di inizio è una partenza: nel 2015, Leonardo Gravina (interpretato da un incredibile Manfredi Manini) lascia Palermo per Londra, dove raggiungerà la sorella con l’intento di studiare economia. I viaggi, però, saranno molti altri, e proprio attraverso i diversi luoghi attraversati da Leonardo si scandisce il racconto di questo anno di vita, ispirato all’esperienza autobiografica del regista. Il viaggio in macchina segna il momento cruciale dell’abbandono del nido natale e materno. La sferzante ironia, velata di sfacciataggine, con cui si rapporta alla madre preoccupata definisce fin da subito il carattere di Leonardo . L’esperienza londinese da studente di economia, però, si rivela insoddisfacente, e la passione del protagonista per la letteratura ottocentesca lo porta a scegliere la facoltà di Lettere all’Università di Siena. Anche questo nuovo ambiente, tuttavia, si rivela deludente: l’accademia italiana non risponde alle sue aspettative e i rapporti con coinquilini e compagni di corso restano pressoché inesistenti.
Sebbene il racconto di formazione sia ormai un topos che attraversa personaggi di ogni età, Diciannove si distingue per l’audacia con cui rappresenta la sua generazione. Il confronto con la contemporaneità è affidato a un protagonista con cui è difficile entrare in sintonia, caratterizzato da una certa rigidità reazionaria, una moralità schiacciante e numerose contraddizioni. Se descrivere l’adolescenza con tratti di superbia e distacco è ormai un espediente narrativo consolidato, qui tali caratteristiche sono portate all’estremo, sfociando in una profonda misantropia.
La sincerità con cui Tortorici affronta questa fase della vita conferisce al film un valore raro. L’opera mette in scena la difficoltà di avere diciannove anni nel modo più intimo e onesto possibile, ponendo al centro del racconto l’autoinganno. Il moralismo rigido con cui Leonardo legge il mondo gli impedisce di ammettere a sé stesso un’evidente curiosità per la bisessualità, prontamente repressa attraverso un’ostentata performance di caccia alle ragazze nei momenti di estrema ebbrezza.
Lo stesso autoinganno modula anche i suoi rapporti con gli altri, trasformandoli in una costante menzogna: mente alla madre sul proprio andamento accademico e sul suo benessere, alla sorella in visita sui presunti nuovi amici senesi. Persino il suo dichiarato odio per la musica trap si scontra con un’innegabile fascinazione per Ghali e Tedua (per cui perdoniamo la manipolazione cronologica), così come la sua avversione per la contemporaneità di Pasolini si sgretola di fronte a un momento di privata eccitazione durante la visione di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).
Per Tortorici, la chiave di lettura dei diciannove anni risiede proprio nell’auto-imposizione di una maschera che impedisce una piena realizzazione della propria identità in modo lucido e onesto. Il percorso del protagonista si arresta sulla "morantiana soglia": nell’incontro-scontro finale con lo psicanalista Sergio Benvenuto si coglie tutta la sua resistenza a rimuovere il proprio paraocchi reazionario. Tuttavia, il patto narrativo semi-autobiografico che stringiamo con il regista suggerisce che questo percorso di formazione, alla fine, abbia trovato compimento.
Lo stile visivo si distingue per scelte, soprattutto di montaggio, spiccatamente novecentiste e in rottura con le regole classiche della cinematografia, grazie allo splendido lavoro di Marco Costa. Allo stesso tempo, la narrazione registica si avvicina ai propri ricordi con una delicatezza rara. L’ammirata prosa rigorosa e classicista di Pietro Giordani viene accantonata in favore del cinema, la più contemporanea forma d’arte, scelta dal regista per raccontare la propria storia.
Il peso della giovinezza
recensione di Matteo Burburan
RV-95
07.03.2025
La presenza di un grande nome come Luca Guadagnino tra i produttori di questa interessantissima opera prima di Giovanni Tortorici ha attirato grande interesse in occasione della sua proiezione al Festival di Venezia 2024 nella sezione Orizzonti. Il percorso di (non) formazione di un diciannovenne in conflitto con le norme morali del mondo, gli accenni a una sessualità di difficilissima definizione - rigorosamente rappresentata su pellicola - e, soprattutto, quei cinque minuti di meraviglioso quadretto di un’estate nostalgica, rimandano immediatamente a Call Me by Your Name (Chiamami col tuo nome, 2017).
Tuttavia, al di là di questi doverosi riferimenti a Guadagnino, Tortorici indirizza il suo film verso altri panorami. Il punto di inizio è una partenza: nel 2015, Leonardo Gravina (interpretato da un incredibile Manfredi Manini) lascia Palermo per Londra, dove raggiungerà la sorella con l’intento di studiare economia. I viaggi, però, saranno molti altri, e proprio attraverso i diversi luoghi attraversati da Leonardo si scandisce il racconto di questo anno di vita, ispirato all’esperienza autobiografica del regista. Il viaggio in macchina segna il momento cruciale dell’abbandono del nido natale e materno. La sferzante ironia, velata di sfacciataggine, con cui si rapporta alla madre preoccupata definisce fin da subito il carattere di Leonardo . L’esperienza londinese da studente di economia, però, si rivela insoddisfacente, e la passione del protagonista per la letteratura ottocentesca lo porta a scegliere la facoltà di Lettere all’Università di Siena. Anche questo nuovo ambiente, tuttavia, si rivela deludente: l’accademia italiana non risponde alle sue aspettative e i rapporti con coinquilini e compagni di corso restano pressoché inesistenti.
Sebbene il racconto di formazione sia ormai un topos che attraversa personaggi di ogni età, Diciannove si distingue per l’audacia con cui rappresenta la sua generazione. Il confronto con la contemporaneità è affidato a un protagonista con cui è difficile entrare in sintonia, caratterizzato da una certa rigidità reazionaria, una moralità schiacciante e numerose contraddizioni. Se descrivere l’adolescenza con tratti di superbia e distacco è ormai un espediente narrativo consolidato, qui tali caratteristiche sono portate all’estremo, sfociando in una profonda misantropia.
La sincerità con cui Tortorici affronta questa fase della vita conferisce al film un valore raro. L’opera mette in scena la difficoltà di avere diciannove anni nel modo più intimo e onesto possibile, ponendo al centro del racconto l’autoinganno. Il moralismo rigido con cui Leonardo legge il mondo gli impedisce di ammettere a sé stesso un’evidente curiosità per la bisessualità, prontamente repressa attraverso un’ostentata performance di caccia alle ragazze nei momenti di estrema ebbrezza.
Lo stesso autoinganno modula anche i suoi rapporti con gli altri, trasformandoli in una costante menzogna: mente alla madre sul proprio andamento accademico e sul suo benessere, alla sorella in visita sui presunti nuovi amici senesi. Persino il suo dichiarato odio per la musica trap si scontra con un’innegabile fascinazione per Ghali e Tedua (per cui perdoniamo la manipolazione cronologica), così come la sua avversione per la contemporaneità di Pasolini si sgretola di fronte a un momento di privata eccitazione durante la visione di Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975).
Per Tortorici, la chiave di lettura dei diciannove anni risiede proprio nell’auto-imposizione di una maschera che impedisce una piena realizzazione della propria identità in modo lucido e onesto. Il percorso del protagonista si arresta sulla "morantiana soglia": nell’incontro-scontro finale con lo psicanalista Sergio Benvenuto si coglie tutta la sua resistenza a rimuovere il proprio paraocchi reazionario. Tuttavia, il patto narrativo semi-autobiografico che stringiamo con il regista suggerisce che questo percorso di formazione, alla fine, abbia trovato compimento.
Lo stile visivo si distingue per scelte, soprattutto di montaggio, spiccatamente novecentiste e in rottura con le regole classiche della cinematografia, grazie allo splendido lavoro di Marco Costa. Allo stesso tempo, la narrazione registica si avvicina ai propri ricordi con una delicatezza rara. L’ammirata prosa rigorosa e classicista di Pietro Giordani viene accantonata in favore del cinema, la più contemporanea forma d’arte, scelta dal regista per raccontare la propria storia.