Berlinale 75
recensione di Lorenzo Sartor
RV-91
20.02.2025
Due didascalie contraddittorie tra loro aprono Blue Moon, il nuovo film di Richard Linklater presentato in concorso al 75esimo Festival del Cinema di Berlino. Una descrive il celebre librettista e paroliere americano Lorenz Hart (Ethan Hawke) come un personaggio brillante, capace di migliorare la vita delle persone che lo circondano, l’altra come una figura tragica che ha sprecato la propria esistenza. Queste due anime del protagonista convivono nel resto della pellicola secondo un equilibrio tipico della poetica di Linklater, che dagli anni Novanta ad oggi ha sempre realizzato racconti sull’America sospesi tra commedia e serietà.
Sette mesi prima della sua morte, Hart passa una serata ad aspettare la propria amante, Elizabeth (Margaret Qualley), intrattenendo nel frattempo, con i suoi ragionamenti e le sue battute fulminanti, i baristi e gli altri clienti del locale in cui tutto il film viene ambientato. Questa location diventa il centro nevralgico della storia, dove nel corso di una notte - ovvero quella della storica prima "andata in scena" del musical Oklahoma! (1943) - il protagonista incontra personaggi importanti della storia culturale americana degli anni Quaranta, come lo scrittore E.B. White e gli stessi autori del celebre musical, Richard Rodgers e Oscar Hammerstein.
Blue Moon è un’opera che si pone come unione di tanti leit motiv della carriera di Linklater, da sempre interessato a trattare della percezione del tempo e delle possibilità del dialogo tra più personaggi. Infatti l’ultimo lavoro del regista americano è un lungometraggio in unità di luogo, in cui le battute in tempo reale dei personaggi si susseguono velocemente senza mai interrompersi. La scelta di ambientare il film in una singola location e in una dichiarata frazione di tempo crea un ponte con un’altra pellicola proiettata negli scorsi giorni a Berlino, ovvero Peter Hujar’s Day (2025) di Ira Sachs. Due opere che condividono uno sguardo triste e antinostalgico nei confronti del passato, ma secondo opposte modalità di messa in scena. Laddove Sachs punta sul continuo disorientamento dello spettatore (accumulando cambi innaturali di vestiti, posizioni e scavalcamenti di campo estranianti), Linklater sceglie di rispettare la trasparenza e la linearità del cinema americano classico, in un continuo susseguirsi di gag, punchline e scambi veloci tra gli attori.
Ma la brillantezza spensierata dei dialoghi lascia spazio allo sconforto del sottotesto: in una storia piena di vita e movimento, rimane sempre presente l’incombenza della morte. Il personaggio interpretato da Ethan Hawke è una figura insoddisfatta della propria condizione, che vive nella prospettiva ideale di concepire una grande opera che, come lo spettatore sa dall’inizio, non esisterà mai. L’ambizione di Lorenz è di ideare uno spettacolo capace di consacrarlo come un pezzo del grande arazzo della storia americana, di creare qualcosa di paragonabile alla maestosità delle imprese di Marco Polo, ma lo stesso titolo del film ci ricorda come il librettista sia ancora oggi conosciuto per una canzone che tuttavia odiava, proprio quella Blue Moon del 1934 di cui sono state realizzate oltre 700 versioni.
Nell’ambizione di stare vicino alle stelle, la sedentarietà del personaggio lo porta a isolarsi, a credere di essere il lead actor di un film che invece continua ad andare avanti senza di lui. Se nel film di Ira Sachs l’esterno e il rumore del fuoricampo sono elementi che calano i due personaggi all’interno di quegli anni 70 così idealisti ma deprimenti, la location di Linklater è un palco teatrale in cui l’esterno non esiste e il protagonista rimane in una sua dimensione cristallizzata, dove egli è comparsa della sua stessa vita e chi lo circonda lo osserva, lo giudica o va avanti con la propria esistenza.
Lorenz Hart in un primo momento mostra il carisma necessario per lasciare un segno negli altri con battute ad effetto e giochi di parole, ma subito dopo non riesce a imporsi, si lascia sottomettere nel dialogo con l’altra persona. La discordanza tra ambizione e successo può essere quindi letta come una riflessione sulla stessa carriera di Linklater, volenteroso di creare progetti sperimentali e imponenti, ma famoso al pubblico di massa per commedie dirette e facilmente accessibili. Proprio per mostrare la sua vicinanza a un piccolo uomo dalle speranze impossibili, nei dialoghi in campo e controcampo il regista si pone sempre alla sua stessa altezza, quella di una persona umile che guarda ogni personaggio dal basso verso l’alto, dal gradino inferiore di una scalinata verso quello che non può raggiungere.
Anche nei momenti in cui l’interlocutore si siede, Lorenz deve accovacciarsi per terra, mostrarsi insignificante rispetto all’altra persona, in particolare nei confronti della donna che ama (una Margaret Qualley alta e seducente, di fronte al basso e poco attraente protagonista), la quale invece è l’unico personaggio che si piega per guardarlo negli occhi. E con lei, anche la macchina da presa si abbassa allo stesso livello, per restituire al protagonista la dignità che questi cerca nell’approvazione del pubblico e degli artisti da lui venerati.
Linklater riempie così il film di comprimari con cui far interagire Hart e le maschere da lui create condividono un’ambiguità di fondo, per cui sembra impossibile avere successo in America senza tradire una parte di se stessi. Nella New York del 1943 evocata dal cineasta texano, mentre i giovani soldati americani perdono la vita e i loro sogni di futuro al fronte, in un locale nei pressi dei palcoscenici di Broadway, anche i personaggi borghesi sembrano adeguarsi alla mediocrità voluta dalla cultura di massa.
Essendo il finale della storia già scritto non c’è quindi spazio per immaginare un altro futuro. In un concorso dove registi come Franco, Haugerud, la Serraile o la coppia Cattet/Forzani ragionano sul ruolo dei sogni nelle nostre vite, anche Linklater crea un piccolo mondo-film dove è ancora aperta una porta per i sognatori.
Berlinale 75
recensione di Lorenzo Sartor
RV-91
20.02.2025
Due didascalie contraddittorie tra loro aprono Blue Moon, il nuovo film di Richard Linklater presentato in concorso al 75esimo Festival del Cinema di Berlino. Una descrive il celebre librettista e paroliere americano Lorenz Hart (Ethan Hawke) come un personaggio brillante, capace di migliorare la vita delle persone che lo circondano, l’altra come una figura tragica che ha sprecato la propria esistenza. Queste due anime del protagonista convivono nel resto della pellicola secondo un equilibrio tipico della poetica di Linklater, che dagli anni Novanta ad oggi ha sempre realizzato racconti sull’America sospesi tra commedia e serietà.
Sette mesi prima della sua morte, Hart passa una serata ad aspettare la propria amante, Elizabeth (Margaret Qualley), intrattenendo nel frattempo, con i suoi ragionamenti e le sue battute fulminanti, i baristi e gli altri clienti del locale in cui tutto il film viene ambientato. Questa location diventa il centro nevralgico della storia, dove nel corso di una notte - ovvero quella della storica prima "andata in scena" del musical Oklahoma! (1943) - il protagonista incontra personaggi importanti della storia culturale americana degli anni Quaranta, come lo scrittore E.B. White e gli stessi autori del celebre musical, Richard Rodgers e Oscar Hammerstein.
Blue Moon è un’opera che si pone come unione di tanti leit motiv della carriera di Linklater, da sempre interessato a trattare della percezione del tempo e delle possibilità del dialogo tra più personaggi. Infatti l’ultimo lavoro del regista americano è un lungometraggio in unità di luogo, in cui le battute in tempo reale dei personaggi si susseguono velocemente senza mai interrompersi. La scelta di ambientare il film in una singola location e in una dichiarata frazione di tempo crea un ponte con un’altra pellicola proiettata negli scorsi giorni a Berlino, ovvero Peter Hujar’s Day (2025) di Ira Sachs. Due opere che condividono uno sguardo triste e antinostalgico nei confronti del passato, ma secondo opposte modalità di messa in scena. Laddove Sachs punta sul continuo disorientamento dello spettatore (accumulando cambi innaturali di vestiti, posizioni e scavalcamenti di campo estranianti), Linklater sceglie di rispettare la trasparenza e la linearità del cinema americano classico, in un continuo susseguirsi di gag, punchline e scambi veloci tra gli attori.
Ma la brillantezza spensierata dei dialoghi lascia spazio allo sconforto del sottotesto: in una storia piena di vita e movimento, rimane sempre presente l’incombenza della morte. Il personaggio interpretato da Ethan Hawke è una figura insoddisfatta della propria condizione, che vive nella prospettiva ideale di concepire una grande opera che, come lo spettatore sa dall’inizio, non esisterà mai. L’ambizione di Lorenz è di ideare uno spettacolo capace di consacrarlo come un pezzo del grande arazzo della storia americana, di creare qualcosa di paragonabile alla maestosità delle imprese di Marco Polo, ma lo stesso titolo del film ci ricorda come il librettista sia ancora oggi conosciuto per una canzone che tuttavia odiava, proprio quella Blue Moon del 1934 di cui sono state realizzate oltre 700 versioni.
Nell’ambizione di stare vicino alle stelle, la sedentarietà del personaggio lo porta a isolarsi, a credere di essere il lead actor di un film che invece continua ad andare avanti senza di lui. Se nel film di Ira Sachs l’esterno e il rumore del fuoricampo sono elementi che calano i due personaggi all’interno di quegli anni 70 così idealisti ma deprimenti, la location di Linklater è un palco teatrale in cui l’esterno non esiste e il protagonista rimane in una sua dimensione cristallizzata, dove egli è comparsa della sua stessa vita e chi lo circonda lo osserva, lo giudica o va avanti con la propria esistenza.
Lorenz Hart in un primo momento mostra il carisma necessario per lasciare un segno negli altri con battute ad effetto e giochi di parole, ma subito dopo non riesce a imporsi, si lascia sottomettere nel dialogo con l’altra persona. La discordanza tra ambizione e successo può essere quindi letta come una riflessione sulla stessa carriera di Linklater, volenteroso di creare progetti sperimentali e imponenti, ma famoso al pubblico di massa per commedie dirette e facilmente accessibili. Proprio per mostrare la sua vicinanza a un piccolo uomo dalle speranze impossibili, nei dialoghi in campo e controcampo il regista si pone sempre alla sua stessa altezza, quella di una persona umile che guarda ogni personaggio dal basso verso l’alto, dal gradino inferiore di una scalinata verso quello che non può raggiungere.
Anche nei momenti in cui l’interlocutore si siede, Lorenz deve accovacciarsi per terra, mostrarsi insignificante rispetto all’altra persona, in particolare nei confronti della donna che ama (una Margaret Qualley alta e seducente, di fronte al basso e poco attraente protagonista), la quale invece è l’unico personaggio che si piega per guardarlo negli occhi. E con lei, anche la macchina da presa si abbassa allo stesso livello, per restituire al protagonista la dignità che questi cerca nell’approvazione del pubblico e degli artisti da lui venerati.
Linklater riempie così il film di comprimari con cui far interagire Hart e le maschere da lui create condividono un’ambiguità di fondo, per cui sembra impossibile avere successo in America senza tradire una parte di se stessi. Nella New York del 1943 evocata dal cineasta texano, mentre i giovani soldati americani perdono la vita e i loro sogni di futuro al fronte, in un locale nei pressi dei palcoscenici di Broadway, anche i personaggi borghesi sembrano adeguarsi alla mediocrità voluta dalla cultura di massa.
Essendo il finale della storia già scritto non c’è quindi spazio per immaginare un altro futuro. In un concorso dove registi come Franco, Haugerud, la Serraile o la coppia Cattet/Forzani ragionano sul ruolo dei sogni nelle nostre vite, anche Linklater crea un piccolo mondo-film dove è ancora aperta una porta per i sognatori.