Il cinema di Nora Ephron:
tra romanticismo, ironia e critica sociale,
di Martina Di Gesu
TR-124
25.03.2025
Prima sceneggiatrice e poi regista, Nora Ephron, con le sue commedie romantiche, ha segnato una svolta nell’universo cinematografico/sentimentale. La sua firma ha modificato radicalmente la rappresentazione delle rom-com contribuendo a ridefinire il genere. L'inconfondibile firma di Nora è diventata un simbolo nell’industria americana degli anni Novanta, proprio perché i suoi film, gradevoli e all'apparenza non troppo impegnativi, hanno rappresentato l'esempio di commedie romantiche ben fatte in cui il genere viene allo stesso tempo accolto e rifiutato in maniera originale: ne emergono storie intriganti, realizzate attraverso una modulazione che fino ad allora solo i grandi cineasti americani del dopoguerra erano riusciti a raggiungere. Infatti, il nome della Ephron apre una stagione di ritorno al cinema classico hollywoodiano, divenendo uno dei capisaldi della "ristrutturazione del romanticismo neo-tradizionale", dove la rom-com vive la nostalgia degli anni Cinquanta, predilige l’happy ending ed è costruita come se fosse una "favola per adulti".
La regista/scenggiatrice guarda a dei precisi modelli per dare vita a opere contemporanee e inedite, in particolare in tre film costruiti a partire da altrettanti capolavori considerati come dei veri e propri riferimenti culturali: la sceneggiatura di When Harry Met Sally... (Harry ti presento Sally, 1989) prende ispirazione da Casablanca (1942), Slepless in Seattle ( Insonnia d'amore, 1993) da An Affair To Remember (Un amore splendido, 1957), You’ve got Mail (C'è posta per te, 1998) da The shop around the corner (Scrivimi fermo posta,1940). La Ephron viene ispirata dai film dell’Età d’Oro di Hollywood tramite il loro modo di affrontare l’amore. Il suo cinema viene mosso dall’urgenza di riabbracciare un idea di romanticismo che possa ancora commuovere ed emozionare il pubblico. A partire da questi presupposti, le sue opere si identificano in un linguaggio coerente, senza troppi gerundi, in dialoghi ritmicamente perfetti, in regie pulite e montaggi lineari, con personaggi carismatici, interpretati da attori di grande personalità. Tutte queste caratteristiche rendono le sue commedie vive nella mente dello spettatore anche a distanza di anni, Nora è riuscita a rivalutare, e restaurare, un genere solitamente etichettato come mediocre.
Deborah Kerr e Cary Grant nel classico An Affair To Remember (Un amore splendido, 1957)
Una scrittrice che milita tra Femminismo e New Journalism
Scrittrice, giornalista e creatrice di massime, Nora Ephron nasce a New York nel 1941 da genitori sceneggiatori, Henry e Phoebe Ephron. Già a 22 anni, muove i primi passi verso una carriera giornalistica, dove dimostra una grande capacità di unire sarcasmo critico e indagine sulla società. Nel 1972 comincia a scrivere per l’Esquire Magazine, su cui pubblica interviste e articoli ironici, in cui esplora a più riprese il suo concetto di femminismo. Nora rivendica l’idea che ogni battaglia per l’emancipazione femminile possa essere portata avanti senza negare il genere: si può e si deve reclamare la propria femminilità senza ripudiare l’essere donna. Di quegli anni rimane celebre il saggio A few words about breast, che fece scalpore sia per l’approccio a una tematica affrontata con molta schiettezza sia per i temi trattati, abbondantemente avanti con i tempi. Il femminismo di Nora era sollecitato da un’ironia consapevole, con cui sviscerava argomenti come il lavoro, l’aborto, l’amore.
Proprio questa “leggerezza” le veniva spesso criticata, poiché si concentrava su argomenti di natura quotidiana piuttosto che su battaglie politiche. Il suo lavoro da giornalista - e poi da sceneggiatrice e regista - la fece spesso apparire agli occhi esterni come una femminista borghese, legata esclusivamente ad esperienze che si circoscrivevano nella cerchia di donne privilegiate. In realtà, il femminismo della Ephron era straordinariamente attuale, non sopportava un certo tipo di giudizio individuale, in quanto solo un movimento collettivo poteva portare ad un cambiamento sistemico che beneficiasse tutte le donne. Inoltre, era proprio questo umorismo a rendere di facile accesso la tematica femminista, che si rintraccia chiaramente anche nei suoi film - analogamente alle trasformazioni sociali - negando la convinzione di molti secondo cui il suo pensiero fosse in contraddizione con la stesura delle commedie romantiche: al contrario, è in merito a questo femminismo che la rom-com si evolve, confermando come questo genere possa ammettere il romanticismo poiché il suo fascino è parte integrante dell’essere donna, e come tale non va rifiutato. La Ephron, infatti, è innanzitutto scrittrice di personaggi femminili reali: protagoniste complesse, di cui lei descrive sfumature che solo una donna può pienamente comprendere.
Se il femminismo ha plasmato e influenzato il suo sguardo interpretativo e satirico sul mondo, il New Journalism (1973) di Tom Wolfe, le ha "prestato" quel particolare modello di scrittura che mescola la narrazione tipica del romanzo con il giornalismo tradizionale. Questo ha permesso a Nora di raccontare cronache vere e di vita quotidiana con uno stile emotivo più coinvolgente. La storia si costruisce scena per scena, dando voce al punto di vista interiore del personaggio attraverso dettagli - come gesti o abitudini - e dialoghi - mai noiosi e sempre dinamici. La forma colloquiale, le rifiniture personali, l’osservazione della realtà, il grande senso dello humor, sono gli ingredienti principali della penna di Ephron, e come si trovano nei suoi articoli, così si rivelano anche nelle sceneggiature e nella costruzione dei suoi personaggi.
Nora Ephron
I primi film da sceneggiatrice
Le sceneggiature arrivano nella vita di Nora Ephron come un lavoro secondario, molto banalmente adoperato per risolvere questioni di natura economica, in quanto all'epoca uno script veniva pagato più profumatamente rispetto a un pezzo giornalistico. Già dal primo lavoro, è innegabile quanto sia valido il suo talento in campo drammatico. Silkwood (1983), diretto da Mike Nichols, narra la reale vicenda di Karen Silkwood (Meryl Streep), una donna impiegata in una centrale nucleare che morì in circostanze sospette dopo aver iniziato a raccogliere prove di contaminazioni radioattive da fornire ad una giornalista del New York Times.
Nora imposta quindi il suo primo lavoro - co-sceneggiato insieme ad Alice Arlen - su temi come la giustizia sociale e la lotta contro il potere aziendale. Il personaggio femminile è una ragazza disinibita, emancipata ed autonoma; confida nell’istituzione, rappresentata dal sindacato e dai giornali: è un’eroina che ha fiducia nel progresso. Questa scelta decanta una caratteristica tipica dei suoi film/sceneggiature: spesso la Ephron parla di sé attraverso le sue coraggiose protagoniste femminili, ciò conferma una volontà e una libertà nel confrontarsi con norme culturali, barriere professionali e aspettative tradizionali che in quel periodo erano del tutto integrate nel tessuto sociale. La regista dimostra di saper trattare temi controversi con profonda sensibilità, non a caso il film ebbe successo proprio per la sua figura centrale - di cui ha merito, senza dubbio, anche l'intesa interpretazione della Streep.
Tra le sceneggiature più personali di Nora Ephron Heartburn (Affari di cuore, 1986) ricopre sicuramente uno dei posti principali e rappresenta l'adattamento di un suo romanzo di tre anni prima. Ancora una volta è Meryl Streep ad interpretare la protagonista Rachel, una giornalista che scopre il tradimento del marito Mark (Jack Nicholson) durante la sua seconda gravidanza. Uno script decisamente biografico, poiché la vicenda descritta accadde realmente alla regista, tradita dal giornalista Carl Bernstein mentre era incinta del loro secondo figlio.
Meryl Streep in Silkwood (1983)
La consacrazione con When Harry met Sally...
La genialità della Ephron venne però finalmente riconosciuta con lo script di When Harry met Sally... diretto da Rob Reiner, commedia con la quale si aggiudica anche una candidatura agli Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale. Si tratta di una nomination molto importante, in quanto all'epoca era raro vedere una commedia romantica concorrere per un premio cinematografico così prestigioso. When Harry met Sally è, letteralmente, il film che ha rovesciato le sorti delle rom-com, filtrandosi nella sua stessa natura: è romanticismo ed è commedia, nulla di più. Inoltre, l’approccio di Nora oltrepassa i pregiudizi della gender culture ed è proprio qui che si trova la grande innovazione: il lungometraggio descrive il punto di vista maschile di Harry (Billy Crystal), che è quello non romantico, mentre il personaggio di Sally (Meg Ryan) è al di fuori dallo stereotipo classico femminile.
I protagonisti sono scritti ingigantendo i loro contrasti, Sally è solare e ottimista, Harry è cinico e tormentato: le loro dissonanze emergono dalle scelte, dai comportamenti, dal modo di ordinare il cibo al ristorante e dai dialoghi (incalzanti, fatti da battute ironiche, scritte e recitate come se fossero improvvisate) sui più disparati argomenti - come la discussione sul finale del film Casablanca, dove si evidenzia la parte maggiormente sentimentale di lei contro quella più razionale di lui. È precisamente lo slittamento dei loro caratteri il tema di fondo della pellicola e, scena dopo scena, la loro visione delle cose comincia a mutare.
I due protagonisti si incontrano per la prima volta dopo la laurea, condividendo un viaggio in auto da Chicago a New York. Durante il tragitto discutono su amore e amicizia, con opinioni contrastanti: Harry crede che uomini e donne non possano essere amici senza che il sesso si intrometta, mentre Sally si fa portatrice del pensiero opposto. Nel corso degli anni, dopo essersi incrociati più volte, costruiscono un’amicizia che muta nel momento in cui finiscono a letto. Alla fine, capiscono di essere innamorati l'uno dell’altra.
When Harry Met Sally.. (Harry ti presento Sally, 1989)
L’uomo e la donna in When Harry met Sally... sono chiamati ad accettare la loro cronica diversità: lo scarto tra i due generi non viene assolutamente negato, poiché questo non cambierà mai, ciò che deve cambiare è il trattamento di questa differenza all’interno della società; infatti, alla fine, i personaggi rovesciano i loro punti di vista iniziali, rendendo la loro unione ancora più sorprendente. Se ne ha conferma nella dichiarazione finale di Harry, dove ripercorre tutte le caratteristiche che prima odiava di lei e che ora ha imparato ad amare. Altresì, questa confessione rappresenta l'apice della commedia romantica: la Ephron ci mostra, in tutta la sua forza, il cliché tipico del film sentimentale con la corsa finale maschile - un semplice “ti amo” non basta, né a Sally né al pubblico, dal momento che entrambi hanno bisogno di sentirsi dire come il protagonista sia arrivato ad innamorarsi.
La suspence e l’aumento dell’attesa per arrivare all’epilogo è la vera riuscita di una rom-com, perché il pubblico sa già in partenza che i due protagonisti finiranno insieme. Inserendo la sotto-trama di due rispettivi amici di Harry e Sally che si fidanzano poco dopo essersi conosciuti, la Ephron mette lo spettatore nelle condizioni di sapere cosa sarebbe giusto fare per i protagonisti: la velocità degli amici contro la lunga dilatazione temporale del rapporto tra Harry e Sally fa aumentare il desiderio di vederli assieme. Non solo, il loro “ritardo” si accentua di continuo grazie all'escamotage dell'inserimento di numerose scene che mostrano coppie di anziani che raccontano i loro meet-cute, totalmente lontani dal primo incontro dei protagonisti, che non ha niente di romantico.
Nora si è appropriata dell’autorialità di When Harry met Sally... e questo è un piccolo miracolo, perché di un film è insolito ricordare più la sua sceneggiatrice che il regista. Uscita come una commediola senza pretese è diventata poi un cult indiscusso, che vive nella memoria collettiva per le sue battute... e non per i suoi movimenti di macchina. Come non ricordare la famosa sequenza del finto orgasmo al ristorante: ma perché è così celebrata? Annunciata già nei primi cinque minuti del film, dove è lui a far imbarazzare lei, in questa gag Sally si riprende la sua rivincita e un po’ lo fa per tutte le donne, perché è disinibita e coraggiosa, ne è prova la battuta della signora -"prendo quello che ha preso la signorina" - adoperata per rafforzare il messaggio e l'iconicità della scena.
La celeberrima sequenza del ristornate
Regista e sceneggiatrice
Nora approda alla regia nel 1992 con This is my life, lungometraggio che racconta la storia di Dottie Ingels (Julie Kavner), una madre single che sogna di diventare una comica di successo e, quando ci riesce, questo evento mette alla prova i suoi legami con la famiglia. Si tratta di una commedia elementare, dove si esplora il conflitto tra le responsabilità familiari e l’ambizione professionale, tuttavia si può definire un film non riuscito: ha un cast piatto e a tratti la narrazione risulta noiosa.
Sleepless in Seattle
Un anno più tardi, nel 1993, sbanca al botteghino con Sleepless in Seattle, altro capolavoro di genere che consolida lo status di Nora come maestra della commedia romantica. Il film racconta la storia del vedovo Sam Baldwin (Tom Hanks) che, dopo la morte della moglie, si trasferisce a Seattle con il figlio Jonah. La loro vita cambia quando Sam comincia a raccontare la sua storia in un programma radiofonico. La toccante confessione cattura l'attenzione della giornalista Annie Reed (Meg Ryan) che si sente inspiegabilmente legata a lui, tanto da spingerla a scrivergli una lettera, proponendo un incontro sull’Empire State Building a San Valentino.
Il film è un omaggio a An Affair to Remember (1957) di Leo McCarey, l’impianto e la trama delle due pellicole sono diversissime, ma lo spirito malinconico e nostalgico è lo stesso. I due protagonisti si incontrano solo alla fine, ed è proprio questo l'elemento che capovolge la struttura delle rom-com tradizionali, il focus infatti non è tanto sul come si incontrano ma sul quando e perché si incontrano. Così il destino diventa il vero motore della trama, giocando sulla casualità e sull’idea di amore come una connessione profonda che può superare la distanza e il tempo. L’artificiosità con cui si creano continui ostacoli per arrivare all’appuntamento finale tra i due amanti non crea fastidio nello spettatore che accetta la “dichiarata finzione”, pregustandosi ancora di più il finale.
Come in When Harry met Sally..., anche qui i protagonisti rappresentano due opposti. Sam è vulnerabile e affascinante, si mostra in tutte le sue fragilità, con fatica affronta la grave perdita della moglie, esplorando il dolore, la solitudine e il bisogno di guarire. Grazie al figlio ne esce con resilienza, accogliendo dentro di sé la possibilità di un secondo amore. Annie è dolce e determinata, lei incarna perfettamente il concetto del “vero amore”, infatti è fidanzata con Walter ma sente un vuoto emotivo perché è alla ricerca di qualcosa di più autentico. Spesso risulta eccessivamente sognatrice ma solo un personaggio così può fornire a Sam gli strumenti giusti per ricominciare.
Sleepless in Seattle (1993)
You’ve Got Mail
Dopo il successo di Sleepless in Seattle, viene commissionato alla regista una versione americana poco considerevole di una commedia francese natalizia, Mixed Nuts (1994). Due anni più tardi realizza un altro film sbagliato e deludente, Michael (1996), dove un irritante John Travolta veste i panni dell’arcangelo Michele. Finalmente, nel 1998, la Ephron riesce, con You’ve Got Mail, nel suo intento di realizzare il remake dell'immortale capolavoro di Ernst Lubitsch The shop around the corner. Kathleen Kelly (Meg Ryan) possiede una piccola libreria indipendente, mentre Joe Fox (Tom Hanks) è il proprietario di una grande catena di librerie che minaccia di metterla fuori mercato. I due cominciano a coltivare una relazione tramite email anonime in una chat online e sviluppano un legame affettivo non indifferente, nella vita reale, però, sono acerrimi nemici.
Ovviamente, come ci si aspetta da una rom-com, tra i due rivali nasce l’amore anche al di fuori dallo schermo di un computer, dopo un po’ di corteggiamento da parte di Joe. Anche You’ve Got Mail è diventato un classico del genere, vedendo anche riunita la coppia di successo Tom Hanks e Meg Ryan, e, ancora una volta, mostra due personaggi di sesso opposto in contrasto: lei ottimista e idealista, con il suo negozio che rappresenta la sua profonda interiorità; lui affabile e simpatico, rappresentante di un capitalismo aggressivo ma che si evolve da rivale a innamorato (un po’ come accade ad Harry).
You’ve Got Mail è uno dei primi film romantici ad affrontare la connessione emotiva all'interno della nascente era digitale, dimostrando come spesso le persone si presentino online diversamente rispetto alla realtà e come l’anonimato, talvolta, permetta una corrispondenza più sincera - tutti argomenti assolutamente nuovi per la fine degli anni '90. La telecronaca della nascita di un amore viene narrata insieme alla sconfitta della piccola libreria da parte della grande distribuzione, una tematica molto pregnante in quel preciso momento storico: il conflitto tra l’indipendente e il colosso mainstream che riflette una serie di cambiamenti economici e culturali della fine del Secolo. Per questa ragione, il film si portò dietro una serie di critiche: a molti sembrò più una celebrazione romantica di un rapporto commerciale piuttosto che una storia d’amore fatta di emotività.
Quello che è certo è che alla Ephron questo conflitto non era invisibile, dunque probabilmente volle imbarcarsi in una trasposizione in chiave romanzata. Ancora più certo è che abbia deciso di fondere la nostalgia del passato, data dal fascino della piccola libreria, con la tecnologia delle email, che allora rappresentavano il futuro.
You’ve Got Mail (1998)
Julie & Julia
Negli anni 2000, Ephron realizza altre pellicole minori, tra cui Hanging Up (2000), sempre con Mag Ryan, e Bewitched (2005), con Nicole Kidman. Nel 2009, dopo tre anni di lotta contro la leucemia, quando ormai nessuno si aspettava un altro film, tira fuori il suo ultimo gioiellino, si tratta di Julie & Julia. Con Amy Adams e Meryl Streep, questo film ripete la struttura bipolare che Nora aveva adottato in Sleepless in Seattle, in quanto le due protagoniste vengono sempre mostrate in scene separate e non si incontrano mai. Si intrecciano così due storie parallele - realmente accadute - in due archi temporali diversi: la Streep è Julia Child, la moglie di un diplomatico che, negli anni Cinquanta, mentre si trasferisce a Parigi si reinventa come cuoca impegnandosi a scrivere un libro di ricette e rivoluzionando il modo in cui gli americani percepiscono la cucina francese; la Adams è, invece, Julie Powell, una giovane newyorkese insoddisfatta del suo lavoro che decide di cucinare tutte le 524 ricette del libro di Julia, documentandole in un blog.
Le due donne, separate dal tempo, sono unite dalla passione per la cucina e dalla scoperta di sé. La cucina diventa così una forma d’arte e un linguaggio universale che può unire epoche e culture diverse. La regia della Ephron si è sempre caratterizzata per un linguaggio limpido e intimo, ha uno stile caldo, perfetto per il genere della commedia romantica, dove quello che conta di più sono i dialoghi e i rapporti umani. La sua direzione pone l’attenzione visiva sui dettagli e sui gesti che rendono i protagonisti riconoscibili, sulle conversazioni e sulle relazioni tra i personaggi. La messa in scena è semplice e, il più delle volte, viene settata in ambientazioni romantiche e melanconiche, dove emerge il bisogno di sentire la città viva come un personaggio. La regia segue gli amanti, gli lascia spazio e fluidità, si insinua tra le storie e gli attori mai freneticamente, ma sempre con trasparenza.
In quest’ultimo film, la sua regia ha ormai raggiunto una certa maturità. La Ephron intreccia le due storie passando con chiarezza da una cucina parigina degli anni Cinquanta al caos di piccolo appartamento di New York. La distanza temporale è quasi impercettibile, soprattutto nel finale dove, senza bisogno di parole, passato e presente si toccano. Julie lascia un panetto di burro su un ripiano con la foto di Julia, cibo non casuale perché rappresenta il suo approccio alla vita: ricco, generoso e pieno di gusto. L’inquadratura poi si sposta sulla cucina di Julia che appare come un luogo della memoria e, attraverso l’uso di luci soffuse, lo spettatore sente di trovarsi più in uno spazio emotivo e irreale che in un luogo fisico. La ripresa continua in maniera naturale, senza tagli o effetti speciali, le luci si accendono, rendendo il set vivo: appare Julia, nella sua cucina, come tanti anni prima. Nora adopera spazi e tempi filmici che vengono accettati dallo spettatore senza domande - anzi questo freme di vedere il passato tornare tangibile nel presente.
Meryl Streep nel ruolo di Julia Child in Julie e Julia (2009)
Un genere mediocre ridefinito
Nora Ephron è stata un personaggio centrale nel panorama mediatico americano, capace di attraversare cronache, gossip e cultura popolare con uno stile unico, mescolando umorismo e introspezione. In I Feel Bad About My Neck, una raccolta di saggi autobiografici, si coglie chiaramente il suo tratto distintivo: una scrittura “visiva” che sembra già pensata per il grande schermo. «Tutto è ispirazione. Ciò che ti è successo diventa materiale da raccontare. Prendi sempre appunti», dice la Ephron nel documentario Everything Is Copy (2015). La sua voglia di rappresentare la realtà come le si poneva davanti ha reso i suoi lavori ancora più genuini, da questa filosofia nascono i suoi dialoghi impeccabili, sopraffini, vivaci e con battute che vivono oltre il film.
È stata la voce di donne reali, non ha reso i personaggi femminili delle comparse ma protagoniste forti ed eterogenee. Ogni storia che ha fatto sua è stata un contributo nella divulgazione della bellezza femminile, e lei stessa si è affiancata a figure attoriali altrettanto potenti. Se con Meryl Streep - che per il suo ruolo in Julie & Julia ricevette una candidatura agli Oscar - Nora Ephron apre e chiude la sua carriera, con Meg Ryan realizza tre tra le rom-com più importanti degli anni Novanta. Ryan è, infatti, quanto più simile alla Ephron stessa: spontanea, naturale, profondamente umana, ironica e dotata di un’estetica che incarna perfettamente l’idea della “ragazza della porta accanto”. È in questa collaborazione che Nora trova una sintesi perfetta tra scrittura e interpretazione, trova un volto capace di darle corpo.
«What’s a “Nora Ephron” movie? First of all, it’s a good American movie», scrisse la giornalista e critica cinematografica Karen Krizanovich sul Telegraph poco dopo la morte della regista, avvenuta nel 2012, una frase che coglie l’essenza della sua opera. Nora Ephron non ha solo definito un genere, lo ha reinventato, imprimendo alla commedia romantica un’identità nuova, aprendo nuove strade per chiunque volesse parlare d’amore, di donne e della bellezza nascosta nella vita quotidiana.
Il cinema di Nora Ephron:
tra romanticismo, ironia e critica sociale,
di Martina Di Gesu
TR-124
25.03.2025
Prima sceneggiatrice e poi regista, Nora Ephron, con le sue commedie romantiche, ha segnato una svolta nell’universo cinematografico/sentimentale. La sua firma ha modificato radicalmente la rappresentazione delle rom-com contribuendo a ridefinire il genere. L'inconfondibile firma di Nora è diventata un simbolo nell’industria americana degli anni Novanta, proprio perché i suoi film, gradevoli e all'apparenza non troppo impegnativi, hanno rappresentato l'esempio di commedie romantiche ben fatte in cui il genere viene allo stesso tempo accolto e rifiutato in maniera originale: ne emergono storie intriganti, realizzate attraverso una modulazione che fino ad allora solo i grandi cineasti americani del dopoguerra erano riusciti a raggiungere. Infatti, il nome della Ephron apre una stagione di ritorno al cinema classico hollywoodiano, divenendo uno dei capisaldi della "ristrutturazione del romanticismo neo-tradizionale", dove la rom-com vive la nostalgia degli anni Cinquanta, predilige l’happy ending ed è costruita come se fosse una "favola per adulti".
La regista/scenggiatrice guarda a dei precisi modelli per dare vita a opere contemporanee e inedite, in particolare in tre film costruiti a partire da altrettanti capolavori considerati come dei veri e propri riferimenti culturali: la sceneggiatura di When Harry Met Sally... (Harry ti presento Sally, 1989) prende ispirazione da Casablanca (1942), Slepless in Seattle ( Insonnia d'amore, 1993) da An Affair To Remember (Un amore splendido, 1957), You’ve got Mail (C'è posta per te, 1998) da The shop around the corner (Scrivimi fermo posta,1940). La Ephron viene ispirata dai film dell’Età d’Oro di Hollywood tramite il loro modo di affrontare l’amore. Il suo cinema viene mosso dall’urgenza di riabbracciare un idea di romanticismo che possa ancora commuovere ed emozionare il pubblico. A partire da questi presupposti, le sue opere si identificano in un linguaggio coerente, senza troppi gerundi, in dialoghi ritmicamente perfetti, in regie pulite e montaggi lineari, con personaggi carismatici, interpretati da attori di grande personalità. Tutte queste caratteristiche rendono le sue commedie vive nella mente dello spettatore anche a distanza di anni, Nora è riuscita a rivalutare, e restaurare, un genere solitamente etichettato come mediocre.
Deborah Kerr e Cary Grant nel classico An Affair To Remember (Un amore splendido, 1957)
Una scrittrice che milita tra Femminismo e New Journalism
Scrittrice, giornalista e creatrice di massime, Nora Ephron nasce a New York nel 1941 da genitori sceneggiatori, Henry e Phoebe Ephron. Già a 22 anni, muove i primi passi verso una carriera giornalistica, dove dimostra una grande capacità di unire sarcasmo critico e indagine sulla società. Nel 1972 comincia a scrivere per l’Esquire Magazine, su cui pubblica interviste e articoli ironici, in cui esplora a più riprese il suo concetto di femminismo. Nora rivendica l’idea che ogni battaglia per l’emancipazione femminile possa essere portata avanti senza negare il genere: si può e si deve reclamare la propria femminilità senza ripudiare l’essere donna. Di quegli anni rimane celebre il saggio A few words about breast, che fece scalpore sia per l’approccio a una tematica affrontata con molta schiettezza sia per i temi trattati, abbondantemente avanti con i tempi. Il femminismo di Nora era sollecitato da un’ironia consapevole, con cui sviscerava argomenti come il lavoro, l’aborto, l’amore.
Proprio questa “leggerezza” le veniva spesso criticata, poiché si concentrava su argomenti di natura quotidiana piuttosto che su battaglie politiche. Il suo lavoro da giornalista - e poi da sceneggiatrice e regista - la fece spesso apparire agli occhi esterni come una femminista borghese, legata esclusivamente ad esperienze che si circoscrivevano nella cerchia di donne privilegiate. In realtà, il femminismo della Ephron era straordinariamente attuale, non sopportava un certo tipo di giudizio individuale, in quanto solo un movimento collettivo poteva portare ad un cambiamento sistemico che beneficiasse tutte le donne. Inoltre, era proprio questo umorismo a rendere di facile accesso la tematica femminista, che si rintraccia chiaramente anche nei suoi film - analogamente alle trasformazioni sociali - negando la convinzione di molti secondo cui il suo pensiero fosse in contraddizione con la stesura delle commedie romantiche: al contrario, è in merito a questo femminismo che la rom-com si evolve, confermando come questo genere possa ammettere il romanticismo poiché il suo fascino è parte integrante dell’essere donna, e come tale non va rifiutato. La Ephron, infatti, è innanzitutto scrittrice di personaggi femminili reali: protagoniste complesse, di cui lei descrive sfumature che solo una donna può pienamente comprendere.
Se il femminismo ha plasmato e influenzato il suo sguardo interpretativo e satirico sul mondo, il New Journalism (1973) di Tom Wolfe, le ha "prestato" quel particolare modello di scrittura che mescola la narrazione tipica del romanzo con il giornalismo tradizionale. Questo ha permesso a Nora di raccontare cronache vere e di vita quotidiana con uno stile emotivo più coinvolgente. La storia si costruisce scena per scena, dando voce al punto di vista interiore del personaggio attraverso dettagli - come gesti o abitudini - e dialoghi - mai noiosi e sempre dinamici. La forma colloquiale, le rifiniture personali, l’osservazione della realtà, il grande senso dello humor, sono gli ingredienti principali della penna di Ephron, e come si trovano nei suoi articoli, così si rivelano anche nelle sceneggiature e nella costruzione dei suoi personaggi.
Nora Ephron
I primi film da sceneggiatrice
Le sceneggiature arrivano nella vita di Nora Ephron come un lavoro secondario, molto banalmente adoperato per risolvere questioni di natura economica, in quanto all'epoca uno script veniva pagato più profumatamente rispetto a un pezzo giornalistico. Già dal primo lavoro, è innegabile quanto sia valido il suo talento in campo drammatico. Silkwood (1983), diretto da Mike Nichols, narra la reale vicenda di Karen Silkwood (Meryl Streep), una donna impiegata in una centrale nucleare che morì in circostanze sospette dopo aver iniziato a raccogliere prove di contaminazioni radioattive da fornire ad una giornalista del New York Times.
Nora imposta quindi il suo primo lavoro - co-sceneggiato insieme ad Alice Arlen - su temi come la giustizia sociale e la lotta contro il potere aziendale. Il personaggio femminile è una ragazza disinibita, emancipata ed autonoma; confida nell’istituzione, rappresentata dal sindacato e dai giornali: è un’eroina che ha fiducia nel progresso. Questa scelta decanta una caratteristica tipica dei suoi film/sceneggiature: spesso la Ephron parla di sé attraverso le sue coraggiose protagoniste femminili, ciò conferma una volontà e una libertà nel confrontarsi con norme culturali, barriere professionali e aspettative tradizionali che in quel periodo erano del tutto integrate nel tessuto sociale. La regista dimostra di saper trattare temi controversi con profonda sensibilità, non a caso il film ebbe successo proprio per la sua figura centrale - di cui ha merito, senza dubbio, anche l'intesa interpretazione della Streep.
Tra le sceneggiature più personali di Nora Ephron Heartburn (Affari di cuore, 1986) ricopre sicuramente uno dei posti principali e rappresenta l'adattamento di un suo romanzo di tre anni prima. Ancora una volta è Meryl Streep ad interpretare la protagonista Rachel, una giornalista che scopre il tradimento del marito Mark (Jack Nicholson) durante la sua seconda gravidanza. Uno script decisamente biografico, poiché la vicenda descritta accadde realmente alla regista, tradita dal giornalista Carl Bernstein mentre era incinta del loro secondo figlio.
Meryl Streep in Silkwood (1983)
La consacrazione con When Harry met Sally...
La genialità della Ephron venne però finalmente riconosciuta con lo script di When Harry met Sally... diretto da Rob Reiner, commedia con la quale si aggiudica anche una candidatura agli Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale. Si tratta di una nomination molto importante, in quanto all'epoca era raro vedere una commedia romantica concorrere per un premio cinematografico così prestigioso. When Harry met Sally è, letteralmente, il film che ha rovesciato le sorti delle rom-com, filtrandosi nella sua stessa natura: è romanticismo ed è commedia, nulla di più. Inoltre, l’approccio di Nora oltrepassa i pregiudizi della gender culture ed è proprio qui che si trova la grande innovazione: il lungometraggio descrive il punto di vista maschile di Harry (Billy Crystal), che è quello non romantico, mentre il personaggio di Sally (Meg Ryan) è al di fuori dallo stereotipo classico femminile.
I protagonisti sono scritti ingigantendo i loro contrasti, Sally è solare e ottimista, Harry è cinico e tormentato: le loro dissonanze emergono dalle scelte, dai comportamenti, dal modo di ordinare il cibo al ristorante e dai dialoghi (incalzanti, fatti da battute ironiche, scritte e recitate come se fossero improvvisate) sui più disparati argomenti - come la discussione sul finale del film Casablanca, dove si evidenzia la parte maggiormente sentimentale di lei contro quella più razionale di lui. È precisamente lo slittamento dei loro caratteri il tema di fondo della pellicola e, scena dopo scena, la loro visione delle cose comincia a mutare.
I due protagonisti si incontrano per la prima volta dopo la laurea, condividendo un viaggio in auto da Chicago a New York. Durante il tragitto discutono su amore e amicizia, con opinioni contrastanti: Harry crede che uomini e donne non possano essere amici senza che il sesso si intrometta, mentre Sally si fa portatrice del pensiero opposto. Nel corso degli anni, dopo essersi incrociati più volte, costruiscono un’amicizia che muta nel momento in cui finiscono a letto. Alla fine, capiscono di essere innamorati l'uno dell’altra.
When Harry Met Sally.. (Harry ti presento Sally, 1989)
L’uomo e la donna in When Harry met Sally... sono chiamati ad accettare la loro cronica diversità: lo scarto tra i due generi non viene assolutamente negato, poiché questo non cambierà mai, ciò che deve cambiare è il trattamento di questa differenza all’interno della società; infatti, alla fine, i personaggi rovesciano i loro punti di vista iniziali, rendendo la loro unione ancora più sorprendente. Se ne ha conferma nella dichiarazione finale di Harry, dove ripercorre tutte le caratteristiche che prima odiava di lei e che ora ha imparato ad amare. Altresì, questa confessione rappresenta l'apice della commedia romantica: la Ephron ci mostra, in tutta la sua forza, il cliché tipico del film sentimentale con la corsa finale maschile - un semplice “ti amo” non basta, né a Sally né al pubblico, dal momento che entrambi hanno bisogno di sentirsi dire come il protagonista sia arrivato ad innamorarsi.
La suspence e l’aumento dell’attesa per arrivare all’epilogo è la vera riuscita di una rom-com, perché il pubblico sa già in partenza che i due protagonisti finiranno insieme. Inserendo la sotto-trama di due rispettivi amici di Harry e Sally che si fidanzano poco dopo essersi conosciuti, la Ephron mette lo spettatore nelle condizioni di sapere cosa sarebbe giusto fare per i protagonisti: la velocità degli amici contro la lunga dilatazione temporale del rapporto tra Harry e Sally fa aumentare il desiderio di vederli assieme. Non solo, il loro “ritardo” si accentua di continuo grazie all'escamotage dell'inserimento di numerose scene che mostrano coppie di anziani che raccontano i loro meet-cute, totalmente lontani dal primo incontro dei protagonisti, che non ha niente di romantico.
Nora si è appropriata dell’autorialità di When Harry met Sally... e questo è un piccolo miracolo, perché di un film è insolito ricordare più la sua sceneggiatrice che il regista. Uscita come una commediola senza pretese è diventata poi un cult indiscusso, che vive nella memoria collettiva per le sue battute... e non per i suoi movimenti di macchina. Come non ricordare la famosa sequenza del finto orgasmo al ristorante: ma perché è così celebrata? Annunciata già nei primi cinque minuti del film, dove è lui a far imbarazzare lei, in questa gag Sally si riprende la sua rivincita e un po’ lo fa per tutte le donne, perché è disinibita e coraggiosa, ne è prova la battuta della signora -"prendo quello che ha preso la signorina" - adoperata per rafforzare il messaggio e l'iconicità della scena.
La celeberrima sequenza del ristornate
Regista e sceneggiatrice
Nora approda alla regia nel 1992 con This is my life, lungometraggio che racconta la storia di Dottie Ingels (Julie Kavner), una madre single che sogna di diventare una comica di successo e, quando ci riesce, questo evento mette alla prova i suoi legami con la famiglia. Si tratta di una commedia elementare, dove si esplora il conflitto tra le responsabilità familiari e l’ambizione professionale, tuttavia si può definire un film non riuscito: ha un cast piatto e a tratti la narrazione risulta noiosa.
Sleepless in Seattle
Un anno più tardi, nel 1993, sbanca al botteghino con Sleepless in Seattle, altro capolavoro di genere che consolida lo status di Nora come maestra della commedia romantica. Il film racconta la storia del vedovo Sam Baldwin (Tom Hanks) che, dopo la morte della moglie, si trasferisce a Seattle con il figlio Jonah. La loro vita cambia quando Sam comincia a raccontare la sua storia in un programma radiofonico. La toccante confessione cattura l'attenzione della giornalista Annie Reed (Meg Ryan) che si sente inspiegabilmente legata a lui, tanto da spingerla a scrivergli una lettera, proponendo un incontro sull’Empire State Building a San Valentino.
Il film è un omaggio a An Affair to Remember (1957) di Leo McCarey, l’impianto e la trama delle due pellicole sono diversissime, ma lo spirito malinconico e nostalgico è lo stesso. I due protagonisti si incontrano solo alla fine, ed è proprio questo l'elemento che capovolge la struttura delle rom-com tradizionali, il focus infatti non è tanto sul come si incontrano ma sul quando e perché si incontrano. Così il destino diventa il vero motore della trama, giocando sulla casualità e sull’idea di amore come una connessione profonda che può superare la distanza e il tempo. L’artificiosità con cui si creano continui ostacoli per arrivare all’appuntamento finale tra i due amanti non crea fastidio nello spettatore che accetta la “dichiarata finzione”, pregustandosi ancora di più il finale.
Come in When Harry met Sally..., anche qui i protagonisti rappresentano due opposti. Sam è vulnerabile e affascinante, si mostra in tutte le sue fragilità, con fatica affronta la grave perdita della moglie, esplorando il dolore, la solitudine e il bisogno di guarire. Grazie al figlio ne esce con resilienza, accogliendo dentro di sé la possibilità di un secondo amore. Annie è dolce e determinata, lei incarna perfettamente il concetto del “vero amore”, infatti è fidanzata con Walter ma sente un vuoto emotivo perché è alla ricerca di qualcosa di più autentico. Spesso risulta eccessivamente sognatrice ma solo un personaggio così può fornire a Sam gli strumenti giusti per ricominciare.
Sleepless in Seattle (1993)
You’ve Got Mail
Dopo il successo di Sleepless in Seattle, viene commissionato alla regista una versione americana poco considerevole di una commedia francese natalizia, Mixed Nuts (1994). Due anni più tardi realizza un altro film sbagliato e deludente, Michael (1996), dove un irritante John Travolta veste i panni dell’arcangelo Michele. Finalmente, nel 1998, la Ephron riesce, con You’ve Got Mail, nel suo intento di realizzare il remake dell'immortale capolavoro di Ernst Lubitsch The shop around the corner. Kathleen Kelly (Meg Ryan) possiede una piccola libreria indipendente, mentre Joe Fox (Tom Hanks) è il proprietario di una grande catena di librerie che minaccia di metterla fuori mercato. I due cominciano a coltivare una relazione tramite email anonime in una chat online e sviluppano un legame affettivo non indifferente, nella vita reale, però, sono acerrimi nemici.
Ovviamente, come ci si aspetta da una rom-com, tra i due rivali nasce l’amore anche al di fuori dallo schermo di un computer, dopo un po’ di corteggiamento da parte di Joe. Anche You’ve Got Mail è diventato un classico del genere, vedendo anche riunita la coppia di successo Tom Hanks e Meg Ryan, e, ancora una volta, mostra due personaggi di sesso opposto in contrasto: lei ottimista e idealista, con il suo negozio che rappresenta la sua profonda interiorità; lui affabile e simpatico, rappresentante di un capitalismo aggressivo ma che si evolve da rivale a innamorato (un po’ come accade ad Harry).
You’ve Got Mail è uno dei primi film romantici ad affrontare la connessione emotiva all'interno della nascente era digitale, dimostrando come spesso le persone si presentino online diversamente rispetto alla realtà e come l’anonimato, talvolta, permetta una corrispondenza più sincera - tutti argomenti assolutamente nuovi per la fine degli anni '90. La telecronaca della nascita di un amore viene narrata insieme alla sconfitta della piccola libreria da parte della grande distribuzione, una tematica molto pregnante in quel preciso momento storico: il conflitto tra l’indipendente e il colosso mainstream che riflette una serie di cambiamenti economici e culturali della fine del Secolo. Per questa ragione, il film si portò dietro una serie di critiche: a molti sembrò più una celebrazione romantica di un rapporto commerciale piuttosto che una storia d’amore fatta di emotività.
Quello che è certo è che alla Ephron questo conflitto non era invisibile, dunque probabilmente volle imbarcarsi in una trasposizione in chiave romanzata. Ancora più certo è che abbia deciso di fondere la nostalgia del passato, data dal fascino della piccola libreria, con la tecnologia delle email, che allora rappresentavano il futuro.
You’ve Got Mail (1998)
Julie & Julia
Negli anni 2000, Ephron realizza altre pellicole minori, tra cui Hanging Up (2000), sempre con Mag Ryan, e Bewitched (2005), con Nicole Kidman. Nel 2009, dopo tre anni di lotta contro la leucemia, quando ormai nessuno si aspettava un altro film, tira fuori il suo ultimo gioiellino, si tratta di Julie & Julia. Con Amy Adams e Meryl Streep, questo film ripete la struttura bipolare che Nora aveva adottato in Sleepless in Seattle, in quanto le due protagoniste vengono sempre mostrate in scene separate e non si incontrano mai. Si intrecciano così due storie parallele - realmente accadute - in due archi temporali diversi: la Streep è Julia Child, la moglie di un diplomatico che, negli anni Cinquanta, mentre si trasferisce a Parigi si reinventa come cuoca impegnandosi a scrivere un libro di ricette e rivoluzionando il modo in cui gli americani percepiscono la cucina francese; la Adams è, invece, Julie Powell, una giovane newyorkese insoddisfatta del suo lavoro che decide di cucinare tutte le 524 ricette del libro di Julia, documentandole in un blog.
Le due donne, separate dal tempo, sono unite dalla passione per la cucina e dalla scoperta di sé. La cucina diventa così una forma d’arte e un linguaggio universale che può unire epoche e culture diverse. La regia della Ephron si è sempre caratterizzata per un linguaggio limpido e intimo, ha uno stile caldo, perfetto per il genere della commedia romantica, dove quello che conta di più sono i dialoghi e i rapporti umani. La sua direzione pone l’attenzione visiva sui dettagli e sui gesti che rendono i protagonisti riconoscibili, sulle conversazioni e sulle relazioni tra i personaggi. La messa in scena è semplice e, il più delle volte, viene settata in ambientazioni romantiche e melanconiche, dove emerge il bisogno di sentire la città viva come un personaggio. La regia segue gli amanti, gli lascia spazio e fluidità, si insinua tra le storie e gli attori mai freneticamente, ma sempre con trasparenza.
In quest’ultimo film, la sua regia ha ormai raggiunto una certa maturità. La Ephron intreccia le due storie passando con chiarezza da una cucina parigina degli anni Cinquanta al caos di piccolo appartamento di New York. La distanza temporale è quasi impercettibile, soprattutto nel finale dove, senza bisogno di parole, passato e presente si toccano. Julie lascia un panetto di burro su un ripiano con la foto di Julia, cibo non casuale perché rappresenta il suo approccio alla vita: ricco, generoso e pieno di gusto. L’inquadratura poi si sposta sulla cucina di Julia che appare come un luogo della memoria e, attraverso l’uso di luci soffuse, lo spettatore sente di trovarsi più in uno spazio emotivo e irreale che in un luogo fisico. La ripresa continua in maniera naturale, senza tagli o effetti speciali, le luci si accendono, rendendo il set vivo: appare Julia, nella sua cucina, come tanti anni prima. Nora adopera spazi e tempi filmici che vengono accettati dallo spettatore senza domande - anzi questo freme di vedere il passato tornare tangibile nel presente.
Meryl Streep nel ruolo di Julia Child in Julie e Julia (2009)
Un genere mediocre ridefinito
Nora Ephron è stata un personaggio centrale nel panorama mediatico americano, capace di attraversare cronache, gossip e cultura popolare con uno stile unico, mescolando umorismo e introspezione. In I Feel Bad About My Neck, una raccolta di saggi autobiografici, si coglie chiaramente il suo tratto distintivo: una scrittura “visiva” che sembra già pensata per il grande schermo. «Tutto è ispirazione. Ciò che ti è successo diventa materiale da raccontare. Prendi sempre appunti», dice la Ephron nel documentario Everything Is Copy (2015). La sua voglia di rappresentare la realtà come le si poneva davanti ha reso i suoi lavori ancora più genuini, da questa filosofia nascono i suoi dialoghi impeccabili, sopraffini, vivaci e con battute che vivono oltre il film.
È stata la voce di donne reali, non ha reso i personaggi femminili delle comparse ma protagoniste forti ed eterogenee. Ogni storia che ha fatto sua è stata un contributo nella divulgazione della bellezza femminile, e lei stessa si è affiancata a figure attoriali altrettanto potenti. Se con Meryl Streep - che per il suo ruolo in Julie & Julia ricevette una candidatura agli Oscar - Nora Ephron apre e chiude la sua carriera, con Meg Ryan realizza tre tra le rom-com più importanti degli anni Novanta. Ryan è, infatti, quanto più simile alla Ephron stessa: spontanea, naturale, profondamente umana, ironica e dotata di un’estetica che incarna perfettamente l’idea della “ragazza della porta accanto”. È in questa collaborazione che Nora trova una sintesi perfetta tra scrittura e interpretazione, trova un volto capace di darle corpo.
«What’s a “Nora Ephron” movie? First of all, it’s a good American movie», scrisse la giornalista e critica cinematografica Karen Krizanovich sul Telegraph poco dopo la morte della regista, avvenuta nel 2012, una frase che coglie l’essenza della sua opera. Nora Ephron non ha solo definito un genere, lo ha reinventato, imprimendo alla commedia romantica un’identità nuova, aprendo nuove strade per chiunque volesse parlare d’amore, di donne e della bellezza nascosta nella vita quotidiana.