di Omar Franini
NC-282
05.03.2025
Lo scorso maggio, nel nostro consueto articolo di commento sul Festival di Cannes, avevamo ironizzato sulla versione remixata di Greatest Day dei Take That, realizzata da Robin Schulz, e su come quel giorno fosse stato il “greatest day” di Sean Baker, fresco vincitore della Palma d’Oro per Anora. Ma forse il suo vero “greatest day” è stato quello degli Oscar, tenutisi appena due giorni fa. Il nuovo lungometraggio di Baker è stato il grande trionfatore della serata, conquistando cinque statuette su sei nomination. Quattro di queste sono andate proprio al cineasta, che oltre alla regia e alla sceneggiatura era candidato anche come produttore e montatore. Ma prima di analizzare i fattori che hanno portato al successo di Anora, facciamo un breve riepilogo della stagione dei premi appena conclusa. Quest'anno, la awards season è stata segnata da campagne pubblicitarie aggressive e controversie che hanno spaziato dal razzismo alla misoginia, fino all'uso dell’intelligenza artificiale. Insomma, quello che dovrebbe essere un momento di celebrazione del cinema si è rapidamente trasformato in un circo insopportabile e estenuante.
Tuttavia, l’incertezza in alcune categorie chiave, come Miglior Film, Miglior Attrice e Miglior Montaggio, ha reso questa stagione un po’ più interessante del previsto. Ma come è arrivato alla vittoria Anora? Tutto è iniziato lo scorso maggio con la vittoria della Palma d’Oro a Cannes, un riconoscimento prestigioso che, qualche volta, si è trasformato in un lasciapassare per gli Oscar. Nella storia degli Academy Awards, prima di Anora, solo tre film erano riusciti nella doppietta Cannes-Oscar per il Miglior Film: The Lost Weekend (Giorni perduti, 1945) di Billy Wilder, Marty (1955) di Delbert Mann e Parasite (2019) di Bong Joon-ho. La stagione dei premi è stata inizialmente turbolenta per Anora: i premi della critica sono stati dominati da Nickel Boys di RaMell Ross e The Brutalist di Brady Corbet, entrambi nominati agli Oscar come Miglior Film. Anche i Golden Globes e i BAFTA hanno premiato altri titoli, come Emilia Pérez di Jacques Audiard e Conclave di Edward Berger. Tuttavia, come abbiamo più volte sottolineato, per prevedere gli Oscar è fondamentale analizzare i Guild Awards, ovvero i premi assegnati dall’industria cinematografica. La vittoria di Anora ai PGA (Producers Guild Awards), il precursore più affidabile per la categoria di Miglior Film, ha cambiato le carte in tavola, consolidando la posizione della pellicola come frontrunner.
Lo stesso discorso vale per la vittoria di Baker come Miglior Regista. Per gran parte della stagione, il favorito era stato Brady Corbet, che aveva conquistato numerosi premi della critica, oltre al Golden Globe e al BAFTA. A sorpresa, però, Baker si è imposto ai DGA, l’equivalente dei PGA per la regia, mettendo in dubbio la leadership di Corbet nella corsa all'Oscar. I dubbi si sono dissolti rapidamente quando, a inizio serata, Baker ha vinto i suoi primi due Oscar per Miglior Sceneggiatura Originale e Montaggio, due categorie che, almeno sulla carta, non sembravano dalla sua parte. Per la Sceneggiatura Originale, il favorito era A Real Pain di Jesse Eisenberg, forte del trionfo ai BAFTA, ma l'ottimo risultato di Anora nel giorno delle nomination ha ribaltato i pronostici, portando Baker alla vittoria. Questo ha confermato un trend che l’Academy sembra aver adottato negli ultimi anni: il dominio assoluto di un singolo film, come era successo con Everything Everywhere All At Once (2022) e Oppenheimer (2023). La conferma definitiva di questa "sweep" è arrivata con l'Oscar per il montaggio: Conclave era il favorito indiscusso, ma quando il nome di Baker è stato annunciato, era ormai chiaro che la serata sarebbe stata del cineasta indipendente.
Academy Awards 2025
Quentin Tarantino consegna l'Oscar a Sean Baker
È importante sottolineare la parola con cui abbiamo descritto Sean Baker: indipendente. Da anni, il regista combatte contro un sistema distributivo statunitense che sta progressivamente minando l’esperienza della sala cinematografica, privilegiando il modello VOD (Video On Demand). Sempre più spesso, i film vengono resi disponibili sulle piattaforme streaming a pagamento dopo appena un mese, se non addirittura un paio di settimane, dall’uscita in sala. Questo meccanismo penalizza soprattutto il cinema indipendente, che fa dell’esperienza sul grande schermo il proprio punto di forza. In uno dei suoi quattro discorsi della serata, Baker ha ribadito che i suoi film sono pensati per essere visti al cinema, sia per il formato con cui vengono girati, poco adatto a uno schermo televisivo, sia per l’importanza dell’esperienza collettiva. Ha quindi ringraziato Neon, il distributore americano di Anora, per avergli concesso due mesi di esclusiva nelle sale prima del rilascio digitale. Un’eccezione nel panorama distributivo statunitense, il che è piuttosto triste se paragonato alla situazione italiana ed europea, dove l’uscita On Demand avviene generalmente dopo almeno tre o quattro mesi. Proprio per questo, Baker sta cercando di promuovere un modello distributivo simile anche negli Stati Uniti. Gli altri discorsi del regista sono stati principalmente dedicati ai ringraziamenti: al meraviglioso cast del film, alla moglie e co-produttrice Samantha Quan e, infine, alla comunità dei sex worker, tema centrale della sua filmografia.
Il quinto premio assegnato a Anora è stato quello per la Miglior Attrice protagonista, vinto da Mikey Madison, in quello che è stato forse il momento più “drammatico” della serata. L’incertezza ha dominato questa categoria fino all’ultimo, con Madison che si è contesa la statuetta con Demi Moore (The Substance) e Fernanda Torres (I’m Still Here). Madison partiva però avvantaggiata: Anora era il film più forte della serata e, con già tre Oscar in tasca, la sua vittoria sembrava quasi scontata. Tuttavia, non si poteva escludere un colpo di scena, vista la forte “narrativa” che accompagnava le altre due candidate. Dopotutto, chi non ama una storia di redenzione in cui un attore, a lungo sottovalutato da Hollywood, riesce finalmente a dimostrare il suo vero talento? Per decenni, Demi Moore è stata considerata una “popcorn actress”, legata soprattutto a ruoli romantici come quello in Ghost (1990). Il suo talento non è mai stato davvero valorizzato e, dopo il successo degli anni ‘90, ha faticato a trovare spazio nel settore. La svolta è arrivata quando ha incontrato la regista Coralie Fargeat, che con The Substance ha segnato la sua rinascita artistica. La sua interpretazione è stata straordinaria, resa ancora più potente dalla visione autoriale della cineasta francese. La scena davanti allo specchio, in cui il suo personaggio, Elisabeth Sparkle, si prepara per un appuntamento, sembrava fatta apposta per garantirle la vittoria: la classica “Oscar clip”. Ma, ironicamente, è stata proprio un’attrice più giovane a soffiarle il premio, un esito che richiama il tema centrale del film di Fargeat.
Detto questo, non si vuole sminuire in alcun modo la performance di Mikey Madison, che è stata eccezionale e assolutamente meritevole della vittoria. Tuttavia, rimane un pizzico di rammarico nel non aver visto Moore sul palco del Dolby Theatre: in casi come questo, una vittoria basata sulla "narrativa di riscatto" sarebbe stata più che giustificata e non avrebbe certo stonato. Le sue possibilità erano alte, considerando le vittorie ai Golden Globe e agli Screen Actors Guild Awards. Ora non resta che sperare che Hollywood non ripeta gli errori del passato e le offra nuovi ruoli all’altezza del suo talento. Allo stesso tempo, ci auguriamo che Mikey Madison non segua la sfortunata sorte di Ariana DeBose e Brie Larson, le cui carriere hanno subito un brusco arresto dopo la vittoria dell’Oscar.
Mikey Madison si aggiudica il premio come Miglior Attrice protagonista
Il caso di Fernanda Torres è risultato essere il più interessante dei tre. A inizio stagione, I'm Still Here era partito in sordina, per poi registrare un picco improvviso dopo la vittoria del Globe da parte dell’attrice e l'uscita negli Stati Uniti. Una strategia distributiva che, stranamente, ha funzionato appieno, portando il film a ottenere anche una nomination per il Miglior Film, oltre a quella per il Miglior Film Internazionale. La passione contagiosa del popolo brasiliano, l’impatto culturale della nazione e, più in generale, il messaggio universale dietro l’opera di Walter Salles avevano fatto sognare una possibile vittoria per Torres, che, grazie alla sua magistrale interpretazione, sarebbe entrata di diritto tra le migliori di sempre. Tuttavia, questa vittoria non si è concretizzata, e si è ripetuto quanto accaduto nel 1999, quando la madre di Torres, Fernanda Montenegro, fu sconfitta da Gwyneth Paltrow. Il Brasile ha però potuto consolarsi con un altro upset in una categoria fondamentale: quella di Miglior Film Internazionale. Per mesi, Emilia Pérez ha dominato la categoria, e puntare su Salles sembrava un azzardo, considerando le tredici nomination del film di Audiard contro le sole tre di I'm Still Here. L’appeal universale di cui parlavamo prima ha probabilmente avuto un forte impatto durante il periodo delle votazioni, e non possiamo che essere entusiasti di questa vittoria. Spesso si sente dire che il cinema ha una “magia” o che possa davvero portare a un cambiamento nella nostra società… ma raramente accade. I'm Still Here è uno dei pochi casi in cui ciò è successo. Il film ha aumentato enormemente la consapevolezza tra gli spettatori brasiliani, e alcune leggi potrebbero essere modificate nei prossimi mesi proprio grazie al lungometraggio, portando finalmente un po’ di giustizia alle famiglie che hanno perso i propri cari durante la dittatura degli anni ’70.
"Viva a Democracia. Ditadura Nunca Mais!", con queste bellissime parole si è concluso in meno di un minuto il discorso di ringraziamento di Walter Salles. Ci teniamo a sottolinearne la durata perché ora è il momento di analizzare più nel dettaglio la cerimonia e i problemi che l’hanno caratterizzata. Il comico e presentatore televisivo Conan O’Brien aveva il difficile compito di risollevare lo status della cerimonia e, dal canto suo, possiamo dire che ha svolto un lavoro più che egregio. Il monologo iniziale, le varie frecciatine agli attori- tra cui quella a Karla Sofía Gascón per i suoi tweet passati, oppure quella a Drake per via della sua faida con Kendrick Lamar - hanno contribuito a rendere lo spettacolo più vivace. Quest’ultima battuta, pur non avendo nulla a che fare con il mondo del cinema, si è inserita in un “fenomeno” talmente virale che ogni cerimonia televisiva sembra voler cogliere l’occasione per sfruttarlo. Come di consueto, l’aspetto più fastidioso della serata è stata la regola che impone l’intervento dell’orchestra quando un vincitore supera il minuto e mezzo di discorso: Salles si è trovato a dover affrettare le sue parole, uno dei tre addetti agli effetti speciali di Dune non ha potuto nemmeno dire un semplice "thank you" e, per finire, Daniel Blumberg, prima di allontanarsi dal palco, si è preso gioco dell’Academy canticchiando ironicamente la musica d’uscita dell’orchestra. È frustrante che questa situazione si ripresenti ogni anno, ma, si sa, bisogna risparmiare tempo… per fare spazio a diversi stacchi musicali in omaggio a James Bond. Sono passati alcuni giorni e ancora ci chiediamo il perché di questa scelta. Certo, avere Lisa o Doja Cat sul palco è sempre un piacere, ma bisogna anche ricordare che il franchise di 007 non ha mai vinto un Oscar importante, se non nelle categorie tecniche o per la Miglior Canzone. Un’altra nota dolente della serata è stata la sezione In Memoriam, il tradizionale montaggio che rende omaggio ai grandi artisti scomparsi. L’introduzione di Morgan Freeman per ricordare il leggendario Gene Hackman è stata molto commovente, ma ci saremmo aspettati qualcosa di simile anche per David Lynch, soprattutto vista la presenza tra il pubblico di Isabella Rossellini e Laura Dern, due attrici iconiche del suo cinema.
Walter Salles e l'Oscar per I'm Still Here
A proposito di “discorsi”, Adrien Brody è stato l’unico a interrompere l’orchestra che voleva “cacciarlo via”. Il problema è che Brody non è riconosciuto per le sue capacità oratorie e sul palco ha intrapreso il suo ennesimo discorso confusionario con cui ha rimarcato il concetto di pace e amore reciproco. Abbiamo compreso l’intento dell’attore, ma non arrivava mai al punto e rimaneva troppo vago sul messaggio che voleva trasmettere. Inoltre, con i suoi cinque minuti e quaranta diventa, di fatto, uno dei discorsi più lunghi nella storia degli Oscar. Terribile oratore, ma pur sempre un eccellente attore quando gli viene data l'occasione, e The Brutalist ne è la conferma; nessuno all’interno della cinquina è stato in grado di mettere in pericolo la vittoria eventuale di Brody, sintomo della grande stima del suo lavoro da parte di chiunque, dal pubblico medio alla critica fino ai comprimari che lavorano nell'industria cinematografica. Il terzo lungometraggio di Brady Corbet si è aggiudicato due ulteriori statuette; Lol Crowley ha dovuta faticare di più nella categoria di miglior fotografia dove nella cinquina c’era un DOP veterano come Ed Lachman, che per il suo splendido lavoro in Maria di Pablo Larrain era davvero ad un passo dalla vittoria finale, mentre quella già citata a Blumberg per la Miglior Colonna Sonora era una delle poche vittorie certe della serata.
I premi per le migliori interpretazioni non protagoniste sono stati assegnati a Kieran Culkin per A Real Pain e Zoe Saldana per Emilia Pérez, risultati per nulla sorprendenti, considerando che i due attori avevano già vinto ogni singolo premio prima della cerimonia degli Oscar. Sul palco, Culkin ha citato Jeremy Strong, attore con cui aveva lavorato per anni nella serie Succession e che era stato nominato nella stessa categoria per The Apprentice, prima di iniziare un buffo discorso in cui ha ricordato alla moglie la promessa di un quarto figlio in caso di vittoria agli Academy Awards. Inoltre, con il suo 65% di screen time, Culkin diventa il vincitore con il maggior tempo sullo schermo nella storia della categoria, il che mette ancora più in evidenza il fatto che sia, di fatto, co-protagonista insieme a Jesse Eisenberg.
Adrian Brody trionfa con l'interpretazione di The Brutalist
Il premio a Saldana non è stato l’unico per Emilia Pérez: il film ha trionfato senza problemi anche nella categoria di Miglior Canzone Originale per El Mal. Nonostante queste due vittorie, si può dire che il film di Audiard sia stato uno dei grandi sconfitti della serata, considerando le sue tredici candidature. Lo stesso vale per Wicked, che si è portato a casa solo i premi per i costumi e la scenografia, anche se bisogna ammettere che il film non aveva grandi possibilità di vincere in categorie come Miglior Film o Miglior Attrice. L’ultimo grande sconfitto è stato A Complete Unknown di James Mangold, ignorato in tutte le otto categorie per cui era stato candidato, in particolare in quella per il Miglior Suono, dove era considerato il favorito indiscusso. Tuttavia, Dune: Part Two ha soffiato la vittoria, aggiungendo questo premio a quello per i Migliori Effetti Speciali. Anche se Demi Moore non è riuscita a vincere, The Substance non è andato via dalla cerimonia a mani vuote, aggiudicandosi l’Oscar per il Miglior Trucco - una delle vittorie più meritate, dato lo straordinario lavoro nella creazione di Monstro ElisaSue. Gints Zilbalodis conclude questa awards season nel migliore dei modi, vincendo l’Oscar per Flow, film d’animazione lettone a basso budget che è riuscito a battere The Wild Robot e Inside Out 2, grandi produzioni statunitensi.
"We call on the world to stop the injustice and end the ethnic cleansing of the Palestinian people". Concludiamo con la vittoria di No Other Land come Miglior Documentario, un film co-diretto da Basel Adra e Yuval Abraham che racconta gli sforzi di vari attivisti palestinesi nell’opporsi alla distruzione del loro villaggio natale, Masafer Yatta. Sul palco, Adra ha preso il microfono, condannato il supporto statunitense al genocidio di Gaza, ricordato le atrocità inflitte al suo popolo e espresso la speranza in un futuro migliore per sua figlia.
Kieran Culkin e l'Oscar come Miglior Attore non protagonista
di Omar Franini
NC-282
05.03.2025
Academy Awards 2025
Lo scorso maggio, nel nostro consueto articolo di commento sul Festival di Cannes, avevamo ironizzato sulla versione remixata di Greatest Day dei Take That, realizzata da Robin Schulz, e su come quel giorno fosse stato il “greatest day” di Sean Baker, fresco vincitore della Palma d’Oro per Anora. Ma forse il suo vero “greatest day” è stato quello degli Oscar, tenutisi appena due giorni fa. Il nuovo lungometraggio di Baker è stato il grande trionfatore della serata, conquistando cinque statuette su sei nomination. Quattro di queste sono andate proprio al cineasta, che oltre alla regia e alla sceneggiatura era candidato anche come produttore e montatore. Ma prima di analizzare i fattori che hanno portato al successo di Anora, facciamo un breve riepilogo della stagione dei premi appena conclusa. Quest'anno, la awards season è stata segnata da campagne pubblicitarie aggressive e controversie che hanno spaziato dal razzismo alla misoginia, fino all'uso dell’intelligenza artificiale. Insomma, quello che dovrebbe essere un momento di celebrazione del cinema si è rapidamente trasformato in un circo insopportabile e estenuante.
Tuttavia, l’incertezza in alcune categorie chiave, come Miglior Film, Miglior Attrice e Miglior Montaggio, ha reso questa stagione un po’ più interessante del previsto. Ma come è arrivato alla vittoria Anora? Tutto è iniziato lo scorso maggio con la vittoria della Palma d’Oro a Cannes, un riconoscimento prestigioso che, qualche volta, si è trasformato in un lasciapassare per gli Oscar. Nella storia degli Academy Awards, prima di Anora, solo tre film erano riusciti nella doppietta Cannes-Oscar per il Miglior Film: The Lost Weekend (Giorni perduti, 1945) di Billy Wilder, Marty (1955) di Delbert Mann e Parasite (2019) di Bong Joon-ho. La stagione dei premi è stata inizialmente turbolenta per Anora: i premi della critica sono stati dominati da Nickel Boys di RaMell Ross e The Brutalist di Brady Corbet, entrambi nominati agli Oscar come Miglior Film. Anche i Golden Globes e i BAFTA hanno premiato altri titoli, come Emilia Pérez di Jacques Audiard e Conclave di Edward Berger. Tuttavia, come abbiamo più volte sottolineato, per prevedere gli Oscar è fondamentale analizzare i Guild Awards, ovvero i premi assegnati dall’industria cinematografica. La vittoria di Anora ai PGA (Producers Guild Awards), il precursore più affidabile per la categoria di Miglior Film, ha cambiato le carte in tavola, consolidando la posizione della pellicola come frontrunner.
Lo stesso discorso vale per la vittoria di Baker come Miglior Regista. Per gran parte della stagione, il favorito era stato Brady Corbet, che aveva conquistato numerosi premi della critica, oltre al Golden Globe e al BAFTA. A sorpresa, però, Baker si è imposto ai DGA, l’equivalente dei PGA per la regia, mettendo in dubbio la leadership di Corbet nella corsa all'Oscar. I dubbi si sono dissolti rapidamente quando, a inizio serata, Baker ha vinto i suoi primi due Oscar per Miglior Sceneggiatura Originale e Montaggio, due categorie che, almeno sulla carta, non sembravano dalla sua parte. Per la Sceneggiatura Originale, il favorito era A Real Pain di Jesse Eisenberg, forte del trionfo ai BAFTA, ma l'ottimo risultato di Anora nel giorno delle nomination ha ribaltato i pronostici, portando Baker alla vittoria. Questo ha confermato un trend che l’Academy sembra aver adottato negli ultimi anni: il dominio assoluto di un singolo film, come era successo con Everything Everywhere All At Once (2022) e Oppenheimer (2023). La conferma definitiva di questa "sweep" è arrivata con l'Oscar per il montaggio: Conclave era il favorito indiscusso, ma quando il nome di Baker è stato annunciato, era ormai chiaro che la serata sarebbe stata del cineasta indipendente.
Quentin Tarantino consegna l'Oscar a Sean Baker
È importante sottolineare la parola con cui abbiamo descritto Sean Baker: indipendente. Da anni, il regista combatte contro un sistema distributivo statunitense che sta progressivamente minando l’esperienza della sala cinematografica, privilegiando il modello VOD (Video On Demand). Sempre più spesso, i film vengono resi disponibili sulle piattaforme streaming a pagamento dopo appena un mese, se non addirittura un paio di settimane, dall’uscita in sala. Questo meccanismo penalizza soprattutto il cinema indipendente, che fa dell’esperienza sul grande schermo il proprio punto di forza. In uno dei suoi quattro discorsi della serata, Baker ha ribadito che i suoi film sono pensati per essere visti al cinema, sia per il formato con cui vengono girati, poco adatto a uno schermo televisivo, sia per l’importanza dell’esperienza collettiva. Ha quindi ringraziato Neon, il distributore americano di Anora, per avergli concesso due mesi di esclusiva nelle sale prima del rilascio digitale. Un’eccezione nel panorama distributivo statunitense, il che è piuttosto triste se paragonato alla situazione italiana ed europea, dove l’uscita On Demand avviene generalmente dopo almeno tre o quattro mesi. Proprio per questo, Baker sta cercando di promuovere un modello distributivo simile anche negli Stati Uniti. Gli altri discorsi del regista sono stati principalmente dedicati ai ringraziamenti: al meraviglioso cast del film, alla moglie e co-produttrice Samantha Quan e, infine, alla comunità dei sex worker, tema centrale della sua filmografia.
Il quinto premio assegnato a Anora è stato quello per la Miglior Attrice protagonista, vinto da Mikey Madison, in quello che è stato forse il momento più “drammatico” della serata. L’incertezza ha dominato questa categoria fino all’ultimo, con Madison che si è contesa la statuetta con Demi Moore (The Substance) e Fernanda Torres (I’m Still Here). Madison partiva però avvantaggiata: Anora era il film più forte della serata e, con già tre Oscar in tasca, la sua vittoria sembrava quasi scontata. Tuttavia, non si poteva escludere un colpo di scena, vista la forte “narrativa” che accompagnava le altre due candidate. Dopotutto, chi non ama una storia di redenzione in cui un attore, a lungo sottovalutato da Hollywood, riesce finalmente a dimostrare il suo vero talento? Per decenni, Demi Moore è stata considerata una “popcorn actress”, legata soprattutto a ruoli romantici come quello in Ghost (1990). Il suo talento non è mai stato davvero valorizzato e, dopo il successo degli anni ‘90, ha faticato a trovare spazio nel settore. La svolta è arrivata quando ha incontrato la regista Coralie Fargeat, che con The Substance ha segnato la sua rinascita artistica. La sua interpretazione è stata straordinaria, resa ancora più potente dalla visione autoriale della cineasta francese. La scena davanti allo specchio, in cui il suo personaggio, Elisabeth Sparkle, si prepara per un appuntamento, sembrava fatta apposta per garantirle la vittoria: la classica “Oscar clip”. Ma, ironicamente, è stata proprio un’attrice più giovane a soffiarle il premio, un esito che richiama il tema centrale del film di Fargeat.
Detto questo, non si vuole sminuire in alcun modo la performance di Mikey Madison, che è stata eccezionale e assolutamente meritevole della vittoria. Tuttavia, rimane un pizzico di rammarico nel non aver visto Moore sul palco del Dolby Theatre: in casi come questo, una vittoria basata sulla "narrativa di riscatto" sarebbe stata più che giustificata e non avrebbe certo stonato. Le sue possibilità erano alte, considerando le vittorie ai Golden Globe e agli Screen Actors Guild Awards. Ora non resta che sperare che Hollywood non ripeta gli errori del passato e le offra nuovi ruoli all’altezza del suo talento. Allo stesso tempo, ci auguriamo che Mikey Madison non segua la sfortunata sorte di Ariana DeBose e Brie Larson, le cui carriere hanno subito un brusco arresto dopo la vittoria dell’Oscar.
Mikey Madison si aggiudica il premio come Miglior Attrice protagonista
Il caso di Fernanda Torres è risultato essere il più interessante dei tre. A inizio stagione, I'm Still Here era partito in sordina, per poi registrare un picco improvviso dopo la vittoria del Globe da parte dell’attrice e l'uscita negli Stati Uniti. Una strategia distributiva che, stranamente, ha funzionato appieno, portando il film a ottenere anche una nomination per il Miglior Film, oltre a quella per il Miglior Film Internazionale. La passione contagiosa del popolo brasiliano, l’impatto culturale della nazione e, più in generale, il messaggio universale dietro l’opera di Walter Salles avevano fatto sognare una possibile vittoria per Torres, che, grazie alla sua magistrale interpretazione, sarebbe entrata di diritto tra le migliori di sempre. Tuttavia, questa vittoria non si è concretizzata, e si è ripetuto quanto accaduto nel 1999, quando la madre di Torres, Fernanda Montenegro, fu sconfitta da Gwyneth Paltrow. Il Brasile ha però potuto consolarsi con un altro upset in una categoria fondamentale: quella di Miglior Film Internazionale. Per mesi, Emilia Pérez ha dominato la categoria, e puntare su Salles sembrava un azzardo, considerando le tredici nomination del film di Audiard contro le sole tre di I'm Still Here. L’appeal universale di cui parlavamo prima ha probabilmente avuto un forte impatto durante il periodo delle votazioni, e non possiamo che essere entusiasti di questa vittoria. Spesso si sente dire che il cinema ha una “magia” o che possa davvero portare a un cambiamento nella nostra società… ma raramente accade. I'm Still Here è uno dei pochi casi in cui ciò è successo. Il film ha aumentato enormemente la consapevolezza tra gli spettatori brasiliani, e alcune leggi potrebbero essere modificate nei prossimi mesi proprio grazie al lungometraggio, portando finalmente un po’ di giustizia alle famiglie che hanno perso i propri cari durante la dittatura degli anni ’70.
"Viva a Democracia. Ditadura Nunca Mais!", con queste bellissime parole si è concluso in meno di un minuto il discorso di ringraziamento di Walter Salles. Ci teniamo a sottolinearne la durata perché ora è il momento di analizzare più nel dettaglio la cerimonia e i problemi che l’hanno caratterizzata. Il comico e presentatore televisivo Conan O’Brien aveva il difficile compito di risollevare lo status della cerimonia e, dal canto suo, possiamo dire che ha svolto un lavoro più che egregio. Il monologo iniziale, le varie frecciatine agli attori- tra cui quella a Karla Sofía Gascón per i suoi tweet passati, oppure quella a Drake per via della sua faida con Kendrick Lamar - hanno contribuito a rendere lo spettacolo più vivace. Quest’ultima battuta, pur non avendo nulla a che fare con il mondo del cinema, si è inserita in un “fenomeno” talmente virale che ogni cerimonia televisiva sembra voler cogliere l’occasione per sfruttarlo. Come di consueto, l’aspetto più fastidioso della serata è stata la regola che impone l’intervento dell’orchestra quando un vincitore supera il minuto e mezzo di discorso: Salles si è trovato a dover affrettare le sue parole, uno dei tre addetti agli effetti speciali di Dune non ha potuto nemmeno dire un semplice "thank you" e, per finire, Daniel Blumberg, prima di allontanarsi dal palco, si è preso gioco dell’Academy canticchiando ironicamente la musica d’uscita dell’orchestra. È frustrante che questa situazione si ripresenti ogni anno, ma, si sa, bisogna risparmiare tempo… per fare spazio a diversi stacchi musicali in omaggio a James Bond. Sono passati alcuni giorni e ancora ci chiediamo il perché di questa scelta. Certo, avere Lisa o Doja Cat sul palco è sempre un piacere, ma bisogna anche ricordare che il franchise di 007 non ha mai vinto un Oscar importante, se non nelle categorie tecniche o per la Miglior Canzone. Un’altra nota dolente della serata è stata la sezione In Memoriam, il tradizionale montaggio che rende omaggio ai grandi artisti scomparsi. L’introduzione di Morgan Freeman per ricordare il leggendario Gene Hackman è stata molto commovente, ma ci saremmo aspettati qualcosa di simile anche per David Lynch, soprattutto vista la presenza tra il pubblico di Isabella Rossellini e Laura Dern, due attrici iconiche del suo cinema.
Walter Salles e l'Oscar per I'm Still Here
A proposito di “discorsi”, Adrien Brody è stato l’unico a interrompere l’orchestra che voleva “cacciarlo via”. Il problema è che Brody non è riconosciuto per le sue capacità oratorie e sul palco ha intrapreso il suo ennesimo discorso confusionario con cui ha rimarcato il concetto di pace e amore reciproco. Abbiamo compreso l’intento dell’attore, ma non arrivava mai al punto e rimaneva troppo vago sul messaggio che voleva trasmettere. Inoltre, con i suoi cinque minuti e quaranta diventa, di fatto, uno dei discorsi più lunghi nella storia degli Oscar. Terribile oratore, ma pur sempre un eccellente attore quando gli viene data l'occasione, e The Brutalist ne è la conferma; nessuno all’interno della cinquina è stato in grado di mettere in pericolo la vittoria eventuale di Brody, sintomo della grande stima del suo lavoro da parte di chiunque, dal pubblico medio alla critica fino ai comprimari che lavorano nell'industria cinematografica. Il terzo lungometraggio di Brady Corbet si è aggiudicato due ulteriori statuette; Lol Crowley ha dovuta faticare di più nella categoria di miglior fotografia dove nella cinquina c’era un DOP veterano come Ed Lachman, che per il suo splendido lavoro in Maria di Pablo Larrain era davvero ad un passo dalla vittoria finale, mentre quella già citata a Blumberg per la Miglior Colonna Sonora era una delle poche vittorie certe della serata.
I premi per le migliori interpretazioni non protagoniste sono stati assegnati a Kieran Culkin per A Real Pain e Zoe Saldana per Emilia Pérez, risultati per nulla sorprendenti, considerando che i due attori avevano già vinto ogni singolo premio prima della cerimonia degli Oscar. Sul palco, Culkin ha citato Jeremy Strong, attore con cui aveva lavorato per anni nella serie Succession e che era stato nominato nella stessa categoria per The Apprentice, prima di iniziare un buffo discorso in cui ha ricordato alla moglie la promessa di un quarto figlio in caso di vittoria agli Academy Awards. Inoltre, con il suo 65% di screen time, Culkin diventa il vincitore con il maggior tempo sullo schermo nella storia della categoria, il che mette ancora più in evidenza il fatto che sia, di fatto, co-protagonista insieme a Jesse Eisenberg.
Adrian Brody trionfa con l'interpretazione di The Brutalist
Il premio a Saldana non è stato l’unico per Emilia Pérez: il film ha trionfato senza problemi anche nella categoria di Miglior Canzone Originale per El Mal. Nonostante queste due vittorie, si può dire che il film di Audiard sia stato uno dei grandi sconfitti della serata, considerando le sue tredici candidature. Lo stesso vale per Wicked, che si è portato a casa solo i premi per i costumi e la scenografia, anche se bisogna ammettere che il film non aveva grandi possibilità di vincere in categorie come Miglior Film o Miglior Attrice. L’ultimo grande sconfitto è stato A Complete Unknown di James Mangold, ignorato in tutte le otto categorie per cui era stato candidato, in particolare in quella per il Miglior Suono, dove era considerato il favorito indiscusso. Tuttavia, Dune: Part Two ha soffiato la vittoria, aggiungendo questo premio a quello per i Migliori Effetti Speciali. Anche se Demi Moore non è riuscita a vincere, The Substance non è andato via dalla cerimonia a mani vuote, aggiudicandosi l’Oscar per il Miglior Trucco - una delle vittorie più meritate, dato lo straordinario lavoro nella creazione di Monstro ElisaSue. Gints Zilbalodis conclude questa awards season nel migliore dei modi, vincendo l’Oscar per Flow, film d’animazione lettone a basso budget che è riuscito a battere The Wild Robot e Inside Out 2, grandi produzioni statunitensi.
"We call on the world to stop the injustice and end the ethnic cleansing of the Palestinian people". Concludiamo con la vittoria di No Other Land come Miglior Documentario, un film co-diretto da Basel Adra e Yuval Abraham che racconta gli sforzi di vari attivisti palestinesi nell’opporsi alla distruzione del loro villaggio natale, Masafer Yatta. Sul palco, Adra ha preso il microfono, condannato il supporto statunitense al genocidio di Gaza, ricordato le atrocità inflitte al suo popolo e espresso la speranza in un futuro migliore per sua figlia.
Kieran Culkin e l'Oscar come Miglior Attore non protagonista