Welles, PolaÅski, Kurzel, Coen,
quattro visioni a confronto,
di Mattia Pescitelli
TR-123
08.03.2025
Il cineasta ĆØ un ladro. PuĆ² suonare come la testimonianza di un traditore, ma ĆØ un'affermazione che non va intesa in modo dispregiativo. In un'ottica piĆ¹ ampia, ogni cantastorie ĆØ un ladro. PiĆ¹ ĆØ abile, piĆ¹ il suo furto passa inosservato, nascosto, non visto. PuĆ² essere bravo a tal punto da riuscire a spacciare la sua storia come originale, un qualcosa di mai visto e sentito, divenendo a sua volta il punto di partenza per altri ladri, che continueranno a tramandare, in forme diverse, la stessa narrazione camuffata. Volete una storia inedita? La vivete ogni giorno. Ma vorreste vederla su schermo? CosƬ com'ĆØ? Senza imbellettamenti, senza lāenfasi del racconto?
Tutti, almeno una volta, abbiamo pensato che la nostra esistenza potesse essere un film. E puĆ² esserlo, solo che non sarebbe piĆ¹ la nostra vita. Diventerebbe qualcosa di totalmente diverso. PerchĆ©, pur non rendendocene conto, anche quando iniziamo a raccontare della nostra giornata, diventiamo cantastorie, esaltiamo un momento piuttosto che un altro, diamo spazio a riflessioni riguardanti eventi che sono durati una frazione di secondo. Utilizziamo, insomma, una forma del comunicare che abbiamo fatto nostra, ma a partire da una via comune, collaudata nellāefficacia e nelle intenzioni.
William Shakespeare, il "Bardo dell'Avon"
Non esistono piĆ¹ storie realmente originali da quando lāumanitĆ ha iniziato a raccontare. Siamo teatranti, lo siamo sempre stati. Mettiamo in scena cose che non siamo, perchĆ© ci proteggono, sia mentalmente che fisicamente. Lo facciamo per sopravvivere: al domani, al feroce predatore che vuole farci la pelle, alla morte. Raccontare ci illude che ci sia altro, che siamo altro, che possiamo puntare a qualcosa fuori dalla nostra portata. E raccontare ci rassicura, perchĆ© ne riconosciamo le modalitĆ , le istanze, le ricorrenze; anche non avendole studiate, anche non avendoci mai posto troppa attenzione. E, quindi, da migliaia di anni, ascoltiamo sempre la stessa storia, in vesti differenti, mutata quel tanto che basta per illuderci che sƬ, questa non lāabbiamo mai sentita.
Tutto ciĆ² si traduce anche a livello prettamente storico. L'evento, pur condividendo le medesime coordinate (il piĆ¹ delle volte), muta a seconda del punto di vista; diventa rilevante per il vincitore e un'onta per lo sconfitto; insignificante per l'esploratore, fondamentale per gli indigeni. Il singolo vede ciĆ² che ritiene significativo, a partire dalla sua esperienza, dal suo vissuto, dalla sua sensibilitĆ . Questo ĆØ il fascino dietro lāadattamento: rivedere la stessa storia, ma sotto un'ottica differente (letteralmente, nel caso del cinema). Prendere in esame tale tema nella sua interezza ĆØ, in questa sede, abbastanza complesso, quindi ci focalizzeremo su un singolo caso: Macbeth di William Shakespeare.
Il personale adattamento teatrale del Macbeth di Orson Welles (1937)
Cosa ha rappresentato Macbeth
Agli albori del Seicento, il Bardo dell'Avon compose una delle tragedie teatrali piĆ¹ sublimi dell'era moderna. Era una storia di bramosia, tradimento, morte, ma soprattutto parlava della fallibilitĆ dell'animo umano dinanzi a una promessa scritta nel vento. Macbeth ĆØ un vile, un debole, un arrivista senza spina dorsale. Lady Macbeth ĆØ il suo opposto. Si aggira, serpeggiante, per i corridoi; guida la mano che calerĆ la lama. Ma, anche per lei, il peso del rimorso ĆØ troppo grande. La pazzia, come ben sappiamo, porterĆ entrambi alla morte, seguendo l'ingannevole trama sapientemente tessuta dalle norne.
CosƬ come concepita, in questa storia non sembra esserci molto spazio per lāinterpretazione personale. Macbeth ĆØ unāopera fatta di azioni, che a loro volta hanno conseguenze. Il concetto, lāidea, resta in secondo piano. Le reazione dei personaggi agli eventi sono istintive, quasi animalesche. Ha del selvaggio, questa vicenda. La Scozia raccontata da Shakespeare sembra abitata da leoni alla costante ricerca della supremazia sullāaltro. Sono individui che seguono la legge naturale, che fanno parte di una civiltĆ non civilizzata. C'ĆØ piĆ¹ dell'intrigo di corte; piĆ¹ della vendetta personale di Amleto; piĆ¹ dell'eminenza grigia alle spalle di Otello. Il Macbeth porta lo spettatore su un altro piano del reale, dove la Scozia diventa un mero nome per demarcare i confini di un lembo di terra piatto, oltre il quale si estende, a perdita dāocchio, un velo di foschia invalicabile.
Mettere in scena questo vile agire dellāuomo non ĆØ mai stato facile, tanto che, in ambito teatrale, per scaramanzia, non viene mai nominato il nome dellāopera da parte di chi si trova a portarla sul palco. La chiamano The Scottish Play, la ātragedia scozzeseā, un testo il cui malaugurio risuona in ogni parola, in ogni atto, in ogni interazione. Lāopera piĆ¹ cupa di Shakespeare. Forse anche per questo, per la sua natura maledetta, a tratti indomabile, in cosƬ tanti sono attratti dalla sua terra fosca; dai suoi personaggi infernali.
Roman PolaÅski dirige l'attore Jon Finch in The Tragedy of Macbeth (Macbeth, 1971)
Macbeth al cinema
Il cinema nasce alla fine dellāOttocento. Il successo ĆØ immediato. Il film si fa araldo piĆ¹ brillante della nascente societĆ di massa. Con pochi spicci, si esce dal torpore quotidiano per perdersi in storie che fanno volare il pubblico in territori mai visti prima. CiĆ² che, spesso, diamo per scontato, perĆ², ĆØ che il cinema sia nato āgiĆ con la camiciaā, ma non ĆØ cosiĢ. Il pubblico (pur non divenendo isterico come i leggendari resoconti vogliono farci credere) ha impiegato diverso tempo per abituarsi alla narrazione cinematografica.
In uno dei tanti saggi sul cinema a cura di uno dei molti, grandi osservatori dei primi decenni di vita del medium, ricordo di aver letto un resoconto: quando una conoscente dello studioso (la domestica?), che non era mai stata al cinema, si ritrovĆ² in sala per la prima volta, rimase sconvolta dal fatto di aver assistito a un macello. CiĆ² che aveva visto, per lei, non erano altro che brandelli dāuomo: una mano, una testa, un torso, un occhio. Testimonianze come questa ci ricordano che ciĆ² che per noi ĆØ naturale, per qualcun'altro non lo ĆØ stato affatto. Anzi, per abituarsi al nuovo linguaggio ĆØ stato necessario imparare tutta una nuova serie di norme, che sono state assorbite, con gli anni, allāinterno dellāenciclopedia percettiva dell'uomo. Ma, inizialmente, quello stesso modo del comunicare, che per noi risulta cosiĢ scontato, andava inventato. E da quale punto di partenza cominciare se non da quello che piĆ¹ si avvicinava a quel tipo di spettacolo?
Il Macbeth (2015) di Justin Kurzel
Il teatro ha posto le fondamenta per la narrazione cinematografica (ma anche fumettistica, nata nel medesimo periodo). Di conseguenza, non risulta difficile immaginare che le prime storie complesse portate su schermo derivassero proprio dalla tradizione del palcoscenico. La piĆ¹ antica apparizione di Macbeth al cinema (Duel Scene from Macbeth), risalente al 1905, arriva dagli Stati Uniti, che non si smentiscono mai e mettono in scena un bel duello adrenalinico. Da qui in poi, la vicenda scozzese inonda il cinema.
Dalla Francia, alla Germania, all'Italia, fino al Giappone e ritorno in territori anglofoni, lāopera si ĆØ evoluta con la tecnologia, sottolineando come non solo lāindustria sia mutata nel tempo, ma anche le tematiche, il ritmo, la portata. Ci basta prendere in esame quattro di questi film per comprendere non solo le tappe della crescita cinematografica, ma anche come differenti visioni da altrettanto differenti momenti nel tempo portino a un'interpretazione inedita di una storia ampiamente conosciuta.
Joel Coen sul set di The Tragedy of Macbeth (2021)
Macbeth (1948) di Orson Welles
Prima di cambiare per sempre il modo di fare cinema, Orson Welles ĆØ stato un grande drammaturgo e interprete dei piĆ¹ grandi testi teatrali. Proprio del Macbeth aveva giĆ portato sul palco, nel 1936, una versione con solo attori di colore, ambientata nei Caraibi e intitolata Voodoo Macbeth. Alla fine degli anni Quaranta decise di imbarcarsi in questa impresa alquanto sconsiderata e, con non poca fatica, riuscƬ a convincere Herbert Yates, presidente della Republic Pictures, a investire 700.000 dollari nel progetto. La somma, specialmente per gli standard dellāepoca, si dimostrĆ² insufficiente e portĆ² a tutte le limitazioni del caso, da un set striminzito a costumi racimolati dai film western realizzati in precedenza dalla casa di produzione. Tuttavia, ĆØ proprio questa āpochezzaā a rendere la visione di Welles tanto interessante.
Girata in appena 23 giorni, con accento scozzese (cosa che, dopo le iniziali lamentele da parte del pubblico americano, portĆ² la casa di distribuzione a doppiare nuovamente il film in un inglese piĆ¹ classico), tale versione fa del testo originale una bussola fondamentale per la messa in scena, ma non per questo imprescindibile. Ne ĆØ un esempio la morte di Lady Macbeth, che in questa trasposizione non solo viene mostrata esplicitamente, ma diventa, addirittura, uno dei momenti piĆ¹ emblematici della pellicola, consumato dallāalto di una scogliera. L'occhio di Welles, come quello di molti altri cineasti del periodo, tra cui lāHitchcock di Saboteur (Sabotatori, 1941), non si ritrae, mostrando allo spettatore il funesto destino che attenderĆ la donna alla base di quel dirupo e soffermandosi a scrutarne lāatto distruttivo, esaltandone la tragicitĆ attraverso lo spettacolo audiovisivo.
Le labirintiche scenografie del Macbeth di Welles
La messinscena di Welles sembra essere un'estensione dell'esperienza teatrale. Il regista fa di un unico set la sua Scozia. Tutto si svolge tra le mura rocciose di una roccaforte sguarnita, costantemente bagnata, visibilmente artificiale. Solo raramente veniamo portati al di fuori di quelle mura, ad esempio quando ci viene mostrata lāavanzata della guarnigione inglese. La scelta (parzialmente imposta dal fattore economico) di rimanere nella staticitĆ spaziale, in questo castello circondato dalle tenebre, composto da stretti cunicoli scavati nella roccia fradicia, attraverso i quali si aggira il tiranno, grondante sudore e terrore, restituisce un senso di claustrofobia che supera quello dato dal palcoscenico.
Macbeth pare una preda in trappola, frapposto tra il mare in tempesta e un mondo al quale non puĆ² piĆ¹ fare ritorno, che forse non ĆØ mai esistito, almeno fino al momento in cui ha smesso di vagare per le fosche vallate della vita mondana per dirigersi nelle limpide terre del fato cruento. La sua prigione ĆØ fatta di pietra affilata e ferro battuto. Come un moderno Poseidone, nelle fasi finali si aggira tra gli stalagmiti di un'Atlantide emersa (o in procinto di affondare assieme a lui) agghindato nella sua armatura espressionista - frutto di quanto disponibile nei magazzini della Republic Pictures, tanto che Welles stesso non era convinto del risultato finale, āsembravo la Statua della LibertĆ ā disse a Peter Bogdanovich in unāintervista che finƬ nel libro This is Orson Welles.
L'oscura coppia
Ed eĢ proprio lāespressionismo cinematografico a guidare la messa in scena wellesiana. Per il regista, la storia del Macbeth (nel modo in cui lāaveva visualizzata per lo schermo) era il perfetto incontro tra Cime Tempestose e La moglie di Frankenstein (The Bride of Frankenstein, 1935). Tra i contrasti chiaroscurali tedeschi degli anni Venti e le gotiche apparizioni orrorifiche statunitensi degli anni Trenta, Welles crea un mondo di ombre colossali che sovrastano le anime perdute intrappolate su uno scoglio fatale - lo fa qui, ma lo stesso discorso vale per ogni suo adattamento shakespeariano al cinema, primo tra tutti Otello (1951).
Ogni inquadratura distorce la realtĆ attraverso focali corte, che rendono i volti maschere spettrali, di persone che paiono essersi appena destate da un sogno premonitore. La costante necessitĆ di inquadrare dal basso, inoltre, eleva i personaggi a colossi ellenici sopra i quali la furia divina si scaglierĆ con tutta la sua forza. Il Macbeth di Welles racconta anche della supremazia del cristianesimo sui riti pagani in un periodo di forte cambiamento per la cultura britannica. La vittoria inglese dĆ inizio a una lunga stirpe di re, mentre la discendenza del tiranno, ammaliato dalla promessa pagana (forse stessa fautrice di quella transizione o inerme osservatrice del cambiamento inevitabile), ĆØ destinata a interrompersi con la sua testa piantata su una picca.
Le tre streghe osservano il castello di Inverness
The Tragedy of Macbeth (1971) di Roman PolaÅski
Roman PolaÅski, dopo lāefferato omicidio di sua moglie incinta, Sharon Tate, da parte di alcuni membri della famiglia Manson, decise di tornare al cinema con un film che racchiudeva tutto il lugubre pessimismo avvinghiatoglisi da quella sera dāestate infernale. Nessuno sembrava voler produrre la sua personale visione della tragedia shakespeariana, ma, di colpo, uscƬ allo scoperto Hugh Hefner con la sua Playboy Production.
La partecipazione di una figura cosƬ rilevante del panorama erotico mondiale potrebbe trarre in inganno. Non c'ĆØ malizia nello sguardo che scruta il corpo femminile e, quando la nuditaĢ arriva su schermo, lo fa in maniera naturale, mostrando corpi non sessualizzati, la cui carne ĆØ scoperta solo per scherno o per sottolineare il legame perduto con un mondo naturale che ora nasconde le proprie peccaminose cicatrici coprendosi con vesti e titoli, fino a che la colpa non viene asfissiata, oscurata e rinchiusa in una cella di sfarzo. Prende, cosiĢ, forma una pellicola contorta, inusuale, folle, in una certa misura.
Macbeth e il pugnale che trafigge Re Duncan
GiĆ a partire dalla sequenza iniziale ci accorgiamo che il film si muove su un piano tutto suo. Dopo la breve sequenza introduttiva con le streghe, che compiono un rito su una spiaggia deserta, un fumo denso invade lāinquadratura, portando con sĆ© i titoli di testa, accompagnati da una colonna sonora fatta di grida di battaglia, ferro stridente e urla strazianti. Il suono incalza fino a che la nebbia non si dirada. La spiaggia ora ĆØ invasa da cadaveri adagiati in pozze dāacqua e sangue. Un soldato, vittorioso ma stanco, setaccia i morti per assicurarsi che non ci siano superstiti. Un finto cadavere inizia a strisciare, dolorante. Il guerriero lo nota e lo fustiga sulla schiena con una mazza chiodata, macchiando di sangue fresco, sempre piĆ¹ a ogni colpo inferto, le insegne del suo nemico morente. Tutto ciĆ², dal momento dellāuscita di scena delle streghe, fino alla violenta esecuzione del moribondo, senza mai cambiare inquadratura.
Questo mette subito in chiaro due cose: non si tratta della solita versione āben vestitaā della tragedia e le possibilitĆ offerte dal cinema verranno sfruttate con solerzia, andando anche a spingere i confini della tecnica per raggiungere risultati capaci di disturbare lo spettatore con la loro brutale verosimiglianza. Un esempio ĆØ la morte di Lady Macbeth. Al contrario di Welles, la visione della caduta ĆØ preclusa allo spettatore. CiĆ² che rimane ĆØ solo lāamara conclusione di quella vita, fracassata sul suolo nudo del castello medievale, scomposta innaturalmente su quel terriccio tanto poco regale, come a rievocare il ritorno alle origini dalle quali la coppia maledetta ĆØ partita.
I coniugi Macbeth cospirano
Anche la sequenza della morte di Duncan, cruenta, con diversi artifici tecnici atti a mostrare lāassassinio in tutta la sua furia sanguinaria, evidenzia la necessitĆ di mostrare ciĆ² che ĆØ stato nascosto fino a quel momento (un po' puritanamente, un po' per le complicazioni pratiche di sequenze del genere) agli spettatori. Ma tutto l'orrore che albergava nella mente di PolaÅski si sprigiona nella tragica scena dellāeccidio della famiglia di Macduff. Sono evidentemente i minuti piĆ¹ sofferti della pellicola, crudi, violenti.
Il regista non sorvola su temi come lo stupro e lāinfanticidio. Al contrario, vi ci si sofferma, ma non per un puro effetto sensazionalistico, da exploitation movie, quanto per affrontare un trauma e cercare di esorcizzarlo (o, almeno, di rinchiuderlo, anche solo in minima parte, allāinterno della prigione cinematografica). La visione del Macbeth da parte di Roman PolaÅski ĆØ strettamente legata a quello che era il suo stato mentale dopo i terribili avvenimenti che lo avevano colpito cosƬ da vicino. Il mondo diventa un posto sporco, dove a brillare sono solo i pugnali fantasma che guidano la mano dell'uomo. Tutto ĆØ lurido, marcio, corrotto. Non sembra esserci domani, ma solo corsi e ricorsi storici pronti a susseguirsi su una terra pregna di sangue.
La follia di Lady Macbeth
Macbeth (2015) di Justin Kurzel
Con un balzo di piĆ¹ di cinquant'anni, arriviamo a quando Justin Kurzel (regista emergente che si era distinto giĆ nel 2011 con Snowtown, un lungometraggio ispirato alla vera storia di uno dei piĆ¹ brutali casi criminali dellāAustralia contemporanea, tema che diventerĆ ricorrente nella sua carriera cinematografica) propose al pubblico internazionale una delle interpretazioni del Macbeth visivamente piĆ¹ evocative che si siano mai viste sullo schermo (e fuori). L'approccio di Kurzel ĆØ una via di mezzo tra la fiaba oscura raccontata da Welles e la post-apocalisse dell'umano messa in scena da PolaÅski. Il Macbeth del regista australiano ĆØ plausibile, come il mondo che lo circonda.
All'uscita si era parlato di quanto il film fosse fedele all'opera originale, il che, in parte, ĆØ vero. Ma Kurzel non esita a cambiare rotta, a muovere situazioni e disporle in maniera che le azioni dei suoi personaggi provengano da reazioni piĆ¹ viscerali. Possiamo citare, a tal proposito, il momento in cui Malcolm coglie in fallo Macbeth, con i pugnali insanguinati vicino al cadavere martoriato di Duncan. Qui, Kurzel anticipa il monologo del protagonista al figlio del defunto re, durante il quale lo informa che āla fonte, fronte e fontana del tuo stesso sangue sono state ostruiteā, affibbiandogli, in questo modo, tutt'altra connotazione.
Le parole del Bardo risuonano nella bocca di questo Macbeth come un monito, una minaccia aperta nei confronti del ragazzo che, vedendosi crollare il mondo addosso, non riesce a far altro che fuggire nella notte. CiĆ² rende la convinzione (iniziale) dei sudditi riguardo al parricidio maggiormente credibile o, meglio, facile da digerire per coloro che, a differenza dello spettatore, non hanno avuto modo di assistere al fatto.
Il Macbeth di Kurzel
La volontĆ di ambientare il secondo atto in quello che sembra essere un accampamento di fortuna, a sottolineare maggiormente l'ambizione che lega i coniugi, rende lāarrivo al castello e la solenne incoronazione nell'immensa cattedrale ancora piĆ¹ significativi, nuovi padroni in casa d'altri. Un ulteriore mossa astuta la si trova nella sequenza iniziale, durante la quale Kurzel ci mostra il funerale di uno dei figli della coppia e, di conseguenza, la suggestione dell'impossibilitaĢ della dinastia dei Macbeth di piantare radici durature attorno al trono. L'ossessione di diventare una figura paterna non abbandona il Macbeth di Kurzel, anzi, lo avvinghia in ogni sua scelta. La perdita di un ragazzo che aveva preso sotto la sua ala durante la straordinaria battaglia iniziale lo insegue per tutta la pellicola, prima divenendo il āpugnaleā che lo guida al letto di Duncan, poi facendosi visione della profezia che segnerĆ il fato del monarca.
Ogni aspetto si allontana dalla leggenda e dalla profezia per trovare soluzioni razionali. Il bosco di Birnam arriva alle colline di Dunsinae sotto forma di cenere, che tinge lāultimo atto dāarancio. La guerra ĆØ mostrata in tutta la sua ferocia; la sofferenza e lo sforzo sono palpabile in ogni inquadratura al rallentatore. Il monologo finale di Lady Macbeth assume tutto un altro significato quando un controcampo ci mostra l'interlocutore fantasma della regina: il figlio deceduto. La morte di quest'ultima torna nel regno del fuori campo, mostrandocela giĆ spirata sul suo letto di morte, uccisa dal peso delle sue scelte, che hanno portato a una spirale di dolore non preventivata la donna accecata dalla promessa di egemonia. La brutalitĆ umana ĆØ lasciata nelle mani della mascolinitĆ , il cui istinto guida le lame piĆ¹ velocemente del pensiero ponderato.
La profezia delle streghe
The Tragedy of Macbeth (2021) di Joel Coen
Il Macbeth di Joel Coen sembra chiudere un cerchio, il nostro cerchio, apertosi con la trasposizione dellāopera da parte di Welles. Interamente girato in teatro di posa, con pellicola in bianco e nero e rapporto dāaspetto 1.37:1, il film evoca, una volta di piĆ¹, l'orma che i grandi registi tedeschi del cinema muto hanno lasciato ai loro successori, ma non solo. Tra il Dreyer di La passion de Jeanne d'Arc (La passione di Giovanna dāArco, 1928) e il Bergman di Det sjunde inseglet (Il Settimo Sigillo, 1957), Coen porta l'Europa di Shakespeare in America. Il suo sguardo, fissato per anni sui vasti campi del Midwest, radica la tragedia scozzese in un medioevo che gli Stati Uniti non hanno mai sperimentato.
Come accadde per lāOdissea in O Brother, Where Art Thou? (Fratello dove sei?, 2000), Coen adatta lāuniverso narrativo alle sue origini. Questa trasposizione abbandona il mondo del reale per raggiungere territori astratti, da trama parallela al vivere umano. In parte come fece Welles nel ā48, gli spazi che queste figure ambigue abitano sembrano privi di vie di fuga, fondali di un quadro che non permette di evadere dai suoi confini di legno.
Tra il teatro e i primi anni del cinema, Coen ricrea un regno attufato, che toglie il fiato non solo per le sue doti espressive, ma, in particolar modo, per la sua atmosfera opprimente. Atmosfera amplificata dalle suggestive melodie di Carter Burwell, collaboratore storico dei Coen, la cui esperienza accumulata lavorando per il duo registico esonda in questa composizione da folklore western, che pare allungare le ombre attorno ai protagonisti con quel suo violino straziato. Ma Burwell fa di piĆ¹: eleva la canzone shakespeariana a tal punto da farla diventare suono extradiegetico, tuttāuno con il commento musicale, esaltandone il lirismo di fondo in maniera inedita.
Le ombre espressioniste della versione di Joel Coen
Quattro visioni
Abbiamo analizzato ogni film singolarmente, ma ĆØ fondamentale metterli a confronto in maniera piĆ¹ diretta. Quattro punti di vista per la stessa opera; quattro voci per un testo. Il Macbeth di Shakespeare metteva in evidenza i difetti dellāuomo, ma anche quelli della societĆ che abitava. Allo stesso modo, Welles, PolaÅski, Kurzel e Coen hanno messo i mali del mondo al servizio della propria visione del reale.
Welles racconta il disincanto del mistero e lāapparente vittoria del razionale sullāocculto. PolaÅski adopera la tragedia come veicolo del suo dolore e della sua desolazione. Kurzel porta tutto sul piano del tangibile, trattando questi eventi come una qualsiasi storia criminale, che poteva accadere nelle lontane terre di Scozia come nei sobborghi di Adelaide, a lui ben piĆ¹ familiari. Coen ĆØ il suo opposto: si spinge nel regno del surreale, raccontando una vicenda senza tempo e spazio, elevandola a una sorta di mitologia statunitense (ma degli U.S.A. dei Coen).
Il disastro che incombe incessante nel corso della narrazione
I Macbeth
Quattro attori differenti per quattro interpretazioni diametralmente opposte. Orson Welles, come da tradizione, oltre che l'occhio, ci mette anche la faccia. Il suo tiranno eĢ forse il piĆ¹ indeciso di tutti. Vaga per i corridoi cavernosi del castello come un'anima scissa, febrile, piena di un rimorso evocato da ogni singolo monologo. Procede verso la sua rovina come per inerzia, convinto (ma non troppo) delle profezie delle tre streghe. C'ĆØ nel suo sguardo una certa preoccupazione anche quando crede di essere completamente al sicuro, come se fosse sempre stato cosciente del fatto che il suo destino ĆØ da tempo segnato.
Il Macbeth di PolaÅski (interpretato da un magnetico Jon Finch) ĆØ quello piĆ¹ chiaroscurale. La consorte non lo manipola cosƬ come fa in altri adattamenti. La loro scelta condivisa li mette praticamente sullo stesso piano, come coppia che ha deciso di rischiare tutto pur di ottenere ciĆ² che ĆØ stato loro promesso. La sua follia ĆØ composta. Accetta il suo destino a testa alta, con fierezza, anche quando gli ĆØ evidente che la sua ora ĆØ giunta.
Orson Welles e Jon Finch nei panni dell'anti-eroe maledetto dal fato
Il Macbeth interpretato da Michael Fassbender per la regia di Kurzel risulta diametralmente opposto. Il piĆ¹ āpiccoloā di tutti, quello maggiormente attaccato alla "sottana" della moglie. La sua indole ĆØ debole. Agisce per istinti, senza pensare alle conseguenze, guidato da sussurri nelle sue orecchie, posti da donne che governano effettivamente i fili della sua esistenza. Avvinghiato dalla follia piĆ¹ degli altri, si aggira per gli spazi, zuppo di sudore, con vesti fantasmatiche, spettro tra gli spettri.
Questo Macbeth sembra liberarsi degli āostacoliā sul suo cammino a un ritmo che sorpassa tutte le altre trasposizioni. Ha paura e, come un animale messo allāangolo, attacca senza guardare in faccia nessuno, guidato da una mano invisibile che gli fa scivolare tutta la morte addosso come fosse acqua di fonte. La sua inarrestabilitĆ ĆØ ciĆ² che spaventa tutti, a partire dalla moglie, ed ĆØ il suo spingersi āoltreā a terrorizzare la sua complice, fino a portarla alla prematura morte.
A chiudere troviamo il Macbeth di Coen, portato in vita da Denzel Washington. Strisciando nel reame del mito e avvelenando le sue prede senza rimorso apparente, questa versione del tiranno ĆØ manovrata dall'invidia non celata, dalla spavalderia e dallo sberleffo. Non si degna neanche di nascondere i suoi loschi piani o, meglio, lo fa, ma senza impegnarsi piĆ¹ di tanto. PerchĆ© lui adora il fatto che, finalmente, tutti siano in grado di vedere quanto vale e che nessun giovane gli ruberaĢ il potere da sotto al naso per diritto di nascita. Si sente inarrestabile e, tra tutti, ĆØ quello che ostenta la sua onnipotenza fino alla fine, ucciso dalla sua stessa superbia - durante lo scontro finale con Macduff, pur di raccogliere la corona da terra, si espone a tal punto da farsi tagliare la testa.
Michael Fassbender e Denzel Washington
Le Lady Macbeth
Tanto importante, se non piĆ¹ importante di Macbeth stesso, ĆØ il ruolo di Lady Macbeth. Quest'ultima ĆØ il motore che spinge la vicenda fino al suo inesorabile schianto. Anche in questo caso, ogni film preso in esame ci restituisce una differente interpretazione dell'ambiziosa regina.
Welles imprime su pellicola il talento di Jeanette Nolan, al suo primo ruolo di rilievo nel cinema. In completa armonia con gli stilemi del tempo, questa Lady Macbeth ĆØ imperiosa, tenace e decisa, anche nel momento della sua morte, pur non nascondendo il velo di preoccupazione che copre il personaggio sin dalla fatidica notte.
Con PolaÅski si assiste invece a una sorta di evoluzione di quest'ultima. Come giĆ detto per il Macbeth di Finch, la Lady di Francesca Annis ĆØ strettamente legata al marito in questa congiura attuata in armonia. La sua figura sul muro di cinta, mentre vede arrivare a corte la vittima della sua lama traditrice, rimane uno dei fotogrammi piĆ¹ suggestivi ed esplicativi di un personaggio cosƬ sfaccettato, capace di veicolare con il solo sguardo tutta la sicurezza di riuscire a farsi beffe del fato.
Jeanette Nolan e Francesca Annis nel ruolo di Lady Macbeth
Kurzel ci mostra la disparitĆ della relazione tra la Lady Macbeth di Marion Cotillard e il Macbeth di Fassbender in due sequenze che si possono sovrapporre: quando la regina convince il marito a ācompiere l'attoā e quando quest'ultimo, una volta incoronato, cerca di persuadere la novella regnante a stare al gioco durante la sua follia omicida dettata dalla paranoia. In entrambi i casi, i due cercano di utilizzare il piacere e la seduzione come moneta di scambio, ma, mentre lāuomo cede senza esitazione al volere della donna, questāultima resiste e gli si nega completamente.
CiĆ² pone i due personaggi su livelli differenti, sottolineando l'incomunicabilitĆ che intercorre tra loro. Il regicida risulta completamente succube della moglie, ma ciĆ² non gli impedisce di agire alle sue spalle, credendo che, facendo ciĆ², lei finalmente riconoscerĆ il suo valore e, magari, sarĆ in grado di amarla nello stesso, perverso modo in cui questi ama lui.
Frances McDormand, diretta da Coen, mostra una regina inedita, scolpita dalla vita e dura abbastanza da resistere alle sferzate che questa occasione nefasta le ha offerto. Fredda e decisa, non esita a redarguire il marito nei suoi momenti di debolezza, pur non potendo porre rimedio a ogni confessione parziale che questāultimo si lascia sfuggire alla presenza dei sudditi. La sua pazzia ĆØ intima e multiforme, rendendo il famoso monologo della āmacchia dannataā un dialogo tra le differenti incrinature della sua personalitĆ spezzata.
Marion Cotillard e Frances McDormand
Lāimportanza di raccontare la propria realtĆ
Queste quattro interpretazioni, pur non essendo le uniche apparse sullo schermo, rendono l'idea di quanto il singolo possa fare la differenza quando si trova a raccontare un testo condiviso. I punti di vista, le soluzioni, le letture sono potenzialmente infinite, legate al tempo, al luogo e alla sensibilitĆ di chi decide di metterle in scena.
Non esiste una versione che sia meglio dell'altra se non per pura preferenza personale. Tutte hanno esattamente lo stesso diritto di esistere come testimonianza non tanto di uno scritto che ha segnato la nostra cultura, quanto di come quello stesso testo di partenza riesca a riflettere le sensazioni, le paure e le convinzioni di una mente convalescente, di un interprete dellāattualitĆ o, semplicemente, di una delle tante epoche del pensiero umano.
Welles, PolaÅski, Kurzel, Coen,
quattro visioni a confronto,
di Mattia Pescitelli
TR-123
08.03.2025
Il cineasta ĆØ un ladro. PuĆ² suonare come la testimonianza di un traditore, ma ĆØ un'affermazione che non va intesa in modo dispregiativo. In un'ottica piĆ¹ ampia, ogni cantastorie ĆØ un ladro. PiĆ¹ ĆØ abile, piĆ¹ il suo furto passa inosservato, nascosto, non visto. PuĆ² essere bravo a tal punto da riuscire a spacciare la sua storia come originale, un qualcosa di mai visto e sentito, divenendo a sua volta il punto di partenza per altri ladri, che continueranno a tramandare, in forme diverse, la stessa narrazione camuffata. Volete una storia inedita? La vivete ogni giorno. Ma vorreste vederla su schermo? CosƬ com'ĆØ? Senza imbellettamenti, senza lāenfasi del racconto?
Tutti, almeno una volta, abbiamo pensato che la nostra esistenza potesse essere un film. E puĆ² esserlo, solo che non sarebbe piĆ¹ la nostra vita. Diventerebbe qualcosa di totalmente diverso. PerchĆ©, pur non rendendocene conto, anche quando iniziamo a raccontare della nostra giornata, diventiamo cantastorie, esaltiamo un momento piuttosto che un altro, diamo spazio a riflessioni riguardanti eventi che sono durati una frazione di secondo. Utilizziamo, insomma, una forma del comunicare che abbiamo fatto nostra, ma a partire da una via comune, collaudata nellāefficacia e nelle intenzioni.
William Shakespeare, il "Bardo dell'Avon"
Non esistono piĆ¹ storie realmente originali da quando lāumanitĆ ha iniziato a raccontare. Siamo teatranti, lo siamo sempre stati. Mettiamo in scena cose che non siamo, perchĆ© ci proteggono, sia mentalmente che fisicamente. Lo facciamo per sopravvivere: al domani, al feroce predatore che vuole farci la pelle, alla morte. Raccontare ci illude che ci sia altro, che siamo altro, che possiamo puntare a qualcosa fuori dalla nostra portata. E raccontare ci rassicura, perchĆ© ne riconosciamo le modalitĆ , le istanze, le ricorrenze; anche non avendole studiate, anche non avendoci mai posto troppa attenzione. E, quindi, da migliaia di anni, ascoltiamo sempre la stessa storia, in vesti differenti, mutata quel tanto che basta per illuderci che sƬ, questa non lāabbiamo mai sentita.
Tutto ciĆ² si traduce anche a livello prettamente storico. L'evento, pur condividendo le medesime coordinate (il piĆ¹ delle volte), muta a seconda del punto di vista; diventa rilevante per il vincitore e un'onta per lo sconfitto; insignificante per l'esploratore, fondamentale per gli indigeni. Il singolo vede ciĆ² che ritiene significativo, a partire dalla sua esperienza, dal suo vissuto, dalla sua sensibilitĆ . Questo ĆØ il fascino dietro lāadattamento: rivedere la stessa storia, ma sotto un'ottica differente (letteralmente, nel caso del cinema). Prendere in esame tale tema nella sua interezza ĆØ, in questa sede, abbastanza complesso, quindi ci focalizzeremo su un singolo caso: Macbeth di William Shakespeare.
Il personale adattamento teatrale del Macbeth di Orson Welles (1937)
Cosa ha rappresentato Macbeth
Agli albori del Seicento, il Bardo dell'Avon compose una delle tragedie teatrali piĆ¹ sublimi dell'era moderna. Era una storia di bramosia, tradimento, morte, ma soprattutto parlava della fallibilitĆ dell'animo umano dinanzi a una promessa scritta nel vento. Macbeth ĆØ un vile, un debole, un arrivista senza spina dorsale. Lady Macbeth ĆØ il suo opposto. Si aggira, serpeggiante, per i corridoi; guida la mano che calerĆ la lama. Ma, anche per lei, il peso del rimorso ĆØ troppo grande. La pazzia, come ben sappiamo, porterĆ entrambi alla morte, seguendo l'ingannevole trama sapientemente tessuta dalle norne.
CosƬ come concepita, in questa storia non sembra esserci molto spazio per lāinterpretazione personale. Macbeth ĆØ unāopera fatta di azioni, che a loro volta hanno conseguenze. Il concetto, lāidea, resta in secondo piano. Le reazione dei personaggi agli eventi sono istintive, quasi animalesche. Ha del selvaggio, questa vicenda. La Scozia raccontata da Shakespeare sembra abitata da leoni alla costante ricerca della supremazia sullāaltro. Sono individui che seguono la legge naturale, che fanno parte di una civiltĆ non civilizzata. C'ĆØ piĆ¹ dell'intrigo di corte; piĆ¹ della vendetta personale di Amleto; piĆ¹ dell'eminenza grigia alle spalle di Otello. Il Macbeth porta lo spettatore su un altro piano del reale, dove la Scozia diventa un mero nome per demarcare i confini di un lembo di terra piatto, oltre il quale si estende, a perdita dāocchio, un velo di foschia invalicabile.
Mettere in scena questo vile agire dellāuomo non ĆØ mai stato facile, tanto che, in ambito teatrale, per scaramanzia, non viene mai nominato il nome dellāopera da parte di chi si trova a portarla sul palco. La chiamano The Scottish Play, la ātragedia scozzeseā, un testo il cui malaugurio risuona in ogni parola, in ogni atto, in ogni interazione. Lāopera piĆ¹ cupa di Shakespeare. Forse anche per questo, per la sua natura maledetta, a tratti indomabile, in cosƬ tanti sono attratti dalla sua terra fosca; dai suoi personaggi infernali.
Roman PolaÅski dirige l'attore Jon Finch in The Tragedy of Macbeth (Macbeth, 1971)
Macbeth al cinema
Il cinema nasce alla fine dellāOttocento. Il successo ĆØ immediato. Il film si fa araldo piĆ¹ brillante della nascente societĆ di massa. Con pochi spicci, si esce dal torpore quotidiano per perdersi in storie che fanno volare il pubblico in territori mai visti prima. CiĆ² che, spesso, diamo per scontato, perĆ², ĆØ che il cinema sia nato āgiĆ con la camiciaā, ma non ĆØ cosiĢ. Il pubblico (pur non divenendo isterico come i leggendari resoconti vogliono farci credere) ha impiegato diverso tempo per abituarsi alla narrazione cinematografica.
In uno dei tanti saggi sul cinema a cura di uno dei molti, grandi osservatori dei primi decenni di vita del medium, ricordo di aver letto un resoconto: quando una conoscente dello studioso (la domestica?), che non era mai stata al cinema, si ritrovĆ² in sala per la prima volta, rimase sconvolta dal fatto di aver assistito a un macello. CiĆ² che aveva visto, per lei, non erano altro che brandelli dāuomo: una mano, una testa, un torso, un occhio. Testimonianze come questa ci ricordano che ciĆ² che per noi ĆØ naturale, per qualcun'altro non lo ĆØ stato affatto. Anzi, per abituarsi al nuovo linguaggio ĆØ stato necessario imparare tutta una nuova serie di norme, che sono state assorbite, con gli anni, allāinterno dellāenciclopedia percettiva dell'uomo. Ma, inizialmente, quello stesso modo del comunicare, che per noi risulta cosiĢ scontato, andava inventato. E da quale punto di partenza cominciare se non da quello che piĆ¹ si avvicinava a quel tipo di spettacolo?
Il Macbeth (2015) di Justin Kurzel
Il teatro ha posto le fondamenta per la narrazione cinematografica (ma anche fumettistica, nata nel medesimo periodo). Di conseguenza, non risulta difficile immaginare che le prime storie complesse portate su schermo derivassero proprio dalla tradizione del palcoscenico. La piĆ¹ antica apparizione di Macbeth al cinema (Duel Scene from Macbeth), risalente al 1905, arriva dagli Stati Uniti, che non si smentiscono mai e mettono in scena un bel duello adrenalinico. Da qui in poi, la vicenda scozzese inonda il cinema.
Dalla Francia, alla Germania, all'Italia, fino al Giappone e ritorno in territori anglofoni, lāopera si ĆØ evoluta con la tecnologia, sottolineando come non solo lāindustria sia mutata nel tempo, ma anche le tematiche, il ritmo, la portata. Ci basta prendere in esame quattro di questi film per comprendere non solo le tappe della crescita cinematografica, ma anche come differenti visioni da altrettanto differenti momenti nel tempo portino a un'interpretazione inedita di una storia ampiamente conosciuta.
Joel Coen sul set di The Tragedy of Macbeth (2021)
Macbeth (1948) di Orson Welles
Prima di cambiare per sempre il modo di fare cinema, Orson Welles ĆØ stato un grande drammaturgo e interprete dei piĆ¹ grandi testi teatrali. Proprio del Macbeth aveva giĆ portato sul palco, nel 1936, una versione con solo attori di colore, ambientata nei Caraibi e intitolata Voodoo Macbeth. Alla fine degli anni Quaranta decise di imbarcarsi in questa impresa alquanto sconsiderata e, con non poca fatica, riuscƬ a convincere Herbert Yates, presidente della Republic Pictures, a investire 700.000 dollari nel progetto. La somma, specialmente per gli standard dellāepoca, si dimostrĆ² insufficiente e portĆ² a tutte le limitazioni del caso, da un set striminzito a costumi racimolati dai film western realizzati in precedenza dalla casa di produzione. Tuttavia, ĆØ proprio questa āpochezzaā a rendere la visione di Welles tanto interessante.
Girata in appena 23 giorni, con accento scozzese (cosa che, dopo le iniziali lamentele da parte del pubblico americano, portĆ² la casa di distribuzione a doppiare nuovamente il film in un inglese piĆ¹ classico), tale versione fa del testo originale una bussola fondamentale per la messa in scena, ma non per questo imprescindibile. Ne ĆØ un esempio la morte di Lady Macbeth, che in questa trasposizione non solo viene mostrata esplicitamente, ma diventa, addirittura, uno dei momenti piĆ¹ emblematici della pellicola, consumato dallāalto di una scogliera. L'occhio di Welles, come quello di molti altri cineasti del periodo, tra cui lāHitchcock di Saboteur (Sabotatori, 1941), non si ritrae, mostrando allo spettatore il funesto destino che attenderĆ la donna alla base di quel dirupo e soffermandosi a scrutarne lāatto distruttivo, esaltandone la tragicitĆ attraverso lo spettacolo audiovisivo.
Le labirintiche scenografie del Macbeth di Welles
La messinscena di Welles sembra essere un'estensione dell'esperienza teatrale. Il regista fa di un unico set la sua Scozia. Tutto si svolge tra le mura rocciose di una roccaforte sguarnita, costantemente bagnata, visibilmente artificiale. Solo raramente veniamo portati al di fuori di quelle mura, ad esempio quando ci viene mostrata lāavanzata della guarnigione inglese. La scelta (parzialmente imposta dal fattore economico) di rimanere nella staticitĆ spaziale, in questo castello circondato dalle tenebre, composto da stretti cunicoli scavati nella roccia fradicia, attraverso i quali si aggira il tiranno, grondante sudore e terrore, restituisce un senso di claustrofobia che supera quello dato dal palcoscenico.
Macbeth pare una preda in trappola, frapposto tra il mare in tempesta e un mondo al quale non puĆ² piĆ¹ fare ritorno, che forse non ĆØ mai esistito, almeno fino al momento in cui ha smesso di vagare per le fosche vallate della vita mondana per dirigersi nelle limpide terre del fato cruento. La sua prigione ĆØ fatta di pietra affilata e ferro battuto. Come un moderno Poseidone, nelle fasi finali si aggira tra gli stalagmiti di un'Atlantide emersa (o in procinto di affondare assieme a lui) agghindato nella sua armatura espressionista - frutto di quanto disponibile nei magazzini della Republic Pictures, tanto che Welles stesso non era convinto del risultato finale, āsembravo la Statua della LibertĆ ā disse a Peter Bogdanovich in unāintervista che finƬ nel libro This is Orson Welles.
L'oscura coppia
Ed eĢ proprio lāespressionismo cinematografico a guidare la messa in scena wellesiana. Per il regista, la storia del Macbeth (nel modo in cui lāaveva visualizzata per lo schermo) era il perfetto incontro tra Cime Tempestose e La moglie di Frankenstein (The Bride of Frankenstein, 1935). Tra i contrasti chiaroscurali tedeschi degli anni Venti e le gotiche apparizioni orrorifiche statunitensi degli anni Trenta, Welles crea un mondo di ombre colossali che sovrastano le anime perdute intrappolate su uno scoglio fatale - lo fa qui, ma lo stesso discorso vale per ogni suo adattamento shakespeariano al cinema, primo tra tutti Otello (1951).
Ogni inquadratura distorce la realtĆ attraverso focali corte, che rendono i volti maschere spettrali, di persone che paiono essersi appena destate da un sogno premonitore. La costante necessitĆ di inquadrare dal basso, inoltre, eleva i personaggi a colossi ellenici sopra i quali la furia divina si scaglierĆ con tutta la sua forza. Il Macbeth di Welles racconta anche della supremazia del cristianesimo sui riti pagani in un periodo di forte cambiamento per la cultura britannica. La vittoria inglese dĆ inizio a una lunga stirpe di re, mentre la discendenza del tiranno, ammaliato dalla promessa pagana (forse stessa fautrice di quella transizione o inerme osservatrice del cambiamento inevitabile), ĆØ destinata a interrompersi con la sua testa piantata su una picca.
Le tre streghe osservano il castello di Inverness
The Tragedy of Macbeth (1971) di Roman PolaÅski
Roman PolaÅski, dopo lāefferato omicidio di sua moglie incinta, Sharon Tate, da parte di alcuni membri della famiglia Manson, decise di tornare al cinema con un film che racchiudeva tutto il lugubre pessimismo avvinghiatoglisi da quella sera dāestate infernale. Nessuno sembrava voler produrre la sua personale visione della tragedia shakespeariana, ma, di colpo, uscƬ allo scoperto Hugh Hefner con la sua Playboy Production.
La partecipazione di una figura cosƬ rilevante del panorama erotico mondiale potrebbe trarre in inganno. Non c'ĆØ malizia nello sguardo che scruta il corpo femminile e, quando la nuditaĢ arriva su schermo, lo fa in maniera naturale, mostrando corpi non sessualizzati, la cui carne ĆØ scoperta solo per scherno o per sottolineare il legame perduto con un mondo naturale che ora nasconde le proprie peccaminose cicatrici coprendosi con vesti e titoli, fino a che la colpa non viene asfissiata, oscurata e rinchiusa in una cella di sfarzo. Prende, cosiĢ, forma una pellicola contorta, inusuale, folle, in una certa misura.
Macbeth e il pugnale che trafigge Re Duncan
GiĆ a partire dalla sequenza iniziale ci accorgiamo che il film si muove su un piano tutto suo. Dopo la breve sequenza introduttiva con le streghe, che compiono un rito su una spiaggia deserta, un fumo denso invade lāinquadratura, portando con sĆ© i titoli di testa, accompagnati da una colonna sonora fatta di grida di battaglia, ferro stridente e urla strazianti. Il suono incalza fino a che la nebbia non si dirada. La spiaggia ora ĆØ invasa da cadaveri adagiati in pozze dāacqua e sangue. Un soldato, vittorioso ma stanco, setaccia i morti per assicurarsi che non ci siano superstiti. Un finto cadavere inizia a strisciare, dolorante. Il guerriero lo nota e lo fustiga sulla schiena con una mazza chiodata, macchiando di sangue fresco, sempre piĆ¹ a ogni colpo inferto, le insegne del suo nemico morente. Tutto ciĆ², dal momento dellāuscita di scena delle streghe, fino alla violenta esecuzione del moribondo, senza mai cambiare inquadratura.
Questo mette subito in chiaro due cose: non si tratta della solita versione āben vestitaā della tragedia e le possibilitĆ offerte dal cinema verranno sfruttate con solerzia, andando anche a spingere i confini della tecnica per raggiungere risultati capaci di disturbare lo spettatore con la loro brutale verosimiglianza. Un esempio ĆØ la morte di Lady Macbeth. Al contrario di Welles, la visione della caduta ĆØ preclusa allo spettatore. CiĆ² che rimane ĆØ solo lāamara conclusione di quella vita, fracassata sul suolo nudo del castello medievale, scomposta innaturalmente su quel terriccio tanto poco regale, come a rievocare il ritorno alle origini dalle quali la coppia maledetta ĆØ partita.
I coniugi Macbeth cospirano
Anche la sequenza della morte di Duncan, cruenta, con diversi artifici tecnici atti a mostrare lāassassinio in tutta la sua furia sanguinaria, evidenzia la necessitĆ di mostrare ciĆ² che ĆØ stato nascosto fino a quel momento (un po' puritanamente, un po' per le complicazioni pratiche di sequenze del genere) agli spettatori. Ma tutto l'orrore che albergava nella mente di PolaÅski si sprigiona nella tragica scena dellāeccidio della famiglia di Macduff. Sono evidentemente i minuti piĆ¹ sofferti della pellicola, crudi, violenti.
Il regista non sorvola su temi come lo stupro e lāinfanticidio. Al contrario, vi ci si sofferma, ma non per un puro effetto sensazionalistico, da exploitation movie, quanto per affrontare un trauma e cercare di esorcizzarlo (o, almeno, di rinchiuderlo, anche solo in minima parte, allāinterno della prigione cinematografica). La visione del Macbeth da parte di Roman PolaÅski ĆØ strettamente legata a quello che era il suo stato mentale dopo i terribili avvenimenti che lo avevano colpito cosƬ da vicino. Il mondo diventa un posto sporco, dove a brillare sono solo i pugnali fantasma che guidano la mano dell'uomo. Tutto ĆØ lurido, marcio, corrotto. Non sembra esserci domani, ma solo corsi e ricorsi storici pronti a susseguirsi su una terra pregna di sangue.
La follia di Lady Macbeth
Macbeth (2015) di Justin Kurzel
Con un balzo di piĆ¹ di cinquant'anni, arriviamo a quando Justin Kurzel (regista emergente che si era distinto giĆ nel 2011 con Snowtown, un lungometraggio ispirato alla vera storia di uno dei piĆ¹ brutali casi criminali dellāAustralia contemporanea, tema che diventerĆ ricorrente nella sua carriera cinematografica) propose al pubblico internazionale una delle interpretazioni del Macbeth visivamente piĆ¹ evocative che si siano mai viste sullo schermo (e fuori). L'approccio di Kurzel ĆØ una via di mezzo tra la fiaba oscura raccontata da Welles e la post-apocalisse dell'umano messa in scena da PolaÅski. Il Macbeth del regista australiano ĆØ plausibile, come il mondo che lo circonda.
All'uscita si era parlato di quanto il film fosse fedele all'opera originale, il che, in parte, ĆØ vero. Ma Kurzel non esita a cambiare rotta, a muovere situazioni e disporle in maniera che le azioni dei suoi personaggi provengano da reazioni piĆ¹ viscerali. Possiamo citare, a tal proposito, il momento in cui Malcolm coglie in fallo Macbeth, con i pugnali insanguinati vicino al cadavere martoriato di Duncan. Qui, Kurzel anticipa il monologo del protagonista al figlio del defunto re, durante il quale lo informa che āla fonte, fronte e fontana del tuo stesso sangue sono state ostruiteā, affibbiandogli, in questo modo, tutt'altra connotazione.
Le parole del Bardo risuonano nella bocca di questo Macbeth come un monito, una minaccia aperta nei confronti del ragazzo che, vedendosi crollare il mondo addosso, non riesce a far altro che fuggire nella notte. CiĆ² rende la convinzione (iniziale) dei sudditi riguardo al parricidio maggiormente credibile o, meglio, facile da digerire per coloro che, a differenza dello spettatore, non hanno avuto modo di assistere al fatto.
Il Macbeth di Kurzel
La volontĆ di ambientare il secondo atto in quello che sembra essere un accampamento di fortuna, a sottolineare maggiormente l'ambizione che lega i coniugi, rende lāarrivo al castello e la solenne incoronazione nell'immensa cattedrale ancora piĆ¹ significativi, nuovi padroni in casa d'altri. Un ulteriore mossa astuta la si trova nella sequenza iniziale, durante la quale Kurzel ci mostra il funerale di uno dei figli della coppia e, di conseguenza, la suggestione dell'impossibilitaĢ della dinastia dei Macbeth di piantare radici durature attorno al trono. L'ossessione di diventare una figura paterna non abbandona il Macbeth di Kurzel, anzi, lo avvinghia in ogni sua scelta. La perdita di un ragazzo che aveva preso sotto la sua ala durante la straordinaria battaglia iniziale lo insegue per tutta la pellicola, prima divenendo il āpugnaleā che lo guida al letto di Duncan, poi facendosi visione della profezia che segnerĆ il fato del monarca.
Ogni aspetto si allontana dalla leggenda e dalla profezia per trovare soluzioni razionali. Il bosco di Birnam arriva alle colline di Dunsinae sotto forma di cenere, che tinge lāultimo atto dāarancio. La guerra ĆØ mostrata in tutta la sua ferocia; la sofferenza e lo sforzo sono palpabile in ogni inquadratura al rallentatore. Il monologo finale di Lady Macbeth assume tutto un altro significato quando un controcampo ci mostra l'interlocutore fantasma della regina: il figlio deceduto. La morte di quest'ultima torna nel regno del fuori campo, mostrandocela giĆ spirata sul suo letto di morte, uccisa dal peso delle sue scelte, che hanno portato a una spirale di dolore non preventivata la donna accecata dalla promessa di egemonia. La brutalitĆ umana ĆØ lasciata nelle mani della mascolinitĆ , il cui istinto guida le lame piĆ¹ velocemente del pensiero ponderato.
La profezia delle streghe
The Tragedy of Macbeth (2021) di Joel Coen
Il Macbeth di Joel Coen sembra chiudere un cerchio, il nostro cerchio, apertosi con la trasposizione dellāopera da parte di Welles. Interamente girato in teatro di posa, con pellicola in bianco e nero e rapporto dāaspetto 1.37:1, il film evoca, una volta di piĆ¹, l'orma che i grandi registi tedeschi del cinema muto hanno lasciato ai loro successori, ma non solo. Tra il Dreyer di La passion de Jeanne d'Arc (La passione di Giovanna dāArco, 1928) e il Bergman di Det sjunde inseglet (Il Settimo Sigillo, 1957), Coen porta l'Europa di Shakespeare in America. Il suo sguardo, fissato per anni sui vasti campi del Midwest, radica la tragedia scozzese in un medioevo che gli Stati Uniti non hanno mai sperimentato.
Come accadde per lāOdissea in O Brother, Where Art Thou? (Fratello dove sei?, 2000), Coen adatta lāuniverso narrativo alle sue origini. Questa trasposizione abbandona il mondo del reale per raggiungere territori astratti, da trama parallela al vivere umano. In parte come fece Welles nel ā48, gli spazi che queste figure ambigue abitano sembrano privi di vie di fuga, fondali di un quadro che non permette di evadere dai suoi confini di legno.
Tra il teatro e i primi anni del cinema, Coen ricrea un regno attufato, che toglie il fiato non solo per le sue doti espressive, ma, in particolar modo, per la sua atmosfera opprimente. Atmosfera amplificata dalle suggestive melodie di Carter Burwell, collaboratore storico dei Coen, la cui esperienza accumulata lavorando per il duo registico esonda in questa composizione da folklore western, che pare allungare le ombre attorno ai protagonisti con quel suo violino straziato. Ma Burwell fa di piĆ¹: eleva la canzone shakespeariana a tal punto da farla diventare suono extradiegetico, tuttāuno con il commento musicale, esaltandone il lirismo di fondo in maniera inedita.
Le ombre espressioniste della versione di Joel Coen
Quattro visioni
Abbiamo analizzato ogni film singolarmente, ma ĆØ fondamentale metterli a confronto in maniera piĆ¹ diretta. Quattro punti di vista per la stessa opera; quattro voci per un testo. Il Macbeth di Shakespeare metteva in evidenza i difetti dellāuomo, ma anche quelli della societĆ che abitava. Allo stesso modo, Welles, PolaÅski, Kurzel e Coen hanno messo i mali del mondo al servizio della propria visione del reale.
Welles racconta il disincanto del mistero e lāapparente vittoria del razionale sullāocculto. PolaÅski adopera la tragedia come veicolo del suo dolore e della sua desolazione. Kurzel porta tutto sul piano del tangibile, trattando questi eventi come una qualsiasi storia criminale, che poteva accadere nelle lontane terre di Scozia come nei sobborghi di Adelaide, a lui ben piĆ¹ familiari. Coen ĆØ il suo opposto: si spinge nel regno del surreale, raccontando una vicenda senza tempo e spazio, elevandola a una sorta di mitologia statunitense (ma degli U.S.A. dei Coen).
Il disastro che incombe incessante nel corso della narrazione
I Macbeth
Quattro attori differenti per quattro interpretazioni diametralmente opposte. Orson Welles, come da tradizione, oltre che l'occhio, ci mette anche la faccia. Il suo tiranno eĢ forse il piĆ¹ indeciso di tutti. Vaga per i corridoi cavernosi del castello come un'anima scissa, febrile, piena di un rimorso evocato da ogni singolo monologo. Procede verso la sua rovina come per inerzia, convinto (ma non troppo) delle profezie delle tre streghe. C'ĆØ nel suo sguardo una certa preoccupazione anche quando crede di essere completamente al sicuro, come se fosse sempre stato cosciente del fatto che il suo destino ĆØ da tempo segnato.
Il Macbeth di PolaÅski (interpretato da un magnetico Jon Finch) ĆØ quello piĆ¹ chiaroscurale. La consorte non lo manipola cosƬ come fa in altri adattamenti. La loro scelta condivisa li mette praticamente sullo stesso piano, come coppia che ha deciso di rischiare tutto pur di ottenere ciĆ² che ĆØ stato loro promesso. La sua follia ĆØ composta. Accetta il suo destino a testa alta, con fierezza, anche quando gli ĆØ evidente che la sua ora ĆØ giunta.
Orson Welles e Jon Finch nei panni dell'anti-eroe maledetto dal fato
Il Macbeth interpretato da Michael Fassbender per la regia di Kurzel risulta diametralmente opposto. Il piĆ¹ āpiccoloā di tutti, quello maggiormente attaccato alla "sottana" della moglie. La sua indole ĆØ debole. Agisce per istinti, senza pensare alle conseguenze, guidato da sussurri nelle sue orecchie, posti da donne che governano effettivamente i fili della sua esistenza. Avvinghiato dalla follia piĆ¹ degli altri, si aggira per gli spazi, zuppo di sudore, con vesti fantasmatiche, spettro tra gli spettri.
Questo Macbeth sembra liberarsi degli āostacoliā sul suo cammino a un ritmo che sorpassa tutte le altre trasposizioni. Ha paura e, come un animale messo allāangolo, attacca senza guardare in faccia nessuno, guidato da una mano invisibile che gli fa scivolare tutta la morte addosso come fosse acqua di fonte. La sua inarrestabilitĆ ĆØ ciĆ² che spaventa tutti, a partire dalla moglie, ed ĆØ il suo spingersi āoltreā a terrorizzare la sua complice, fino a portarla alla prematura morte.
A chiudere troviamo il Macbeth di Coen, portato in vita da Denzel Washington. Strisciando nel reame del mito e avvelenando le sue prede senza rimorso apparente, questa versione del tiranno ĆØ manovrata dall'invidia non celata, dalla spavalderia e dallo sberleffo. Non si degna neanche di nascondere i suoi loschi piani o, meglio, lo fa, ma senza impegnarsi piĆ¹ di tanto. PerchĆ© lui adora il fatto che, finalmente, tutti siano in grado di vedere quanto vale e che nessun giovane gli ruberaĢ il potere da sotto al naso per diritto di nascita. Si sente inarrestabile e, tra tutti, ĆØ quello che ostenta la sua onnipotenza fino alla fine, ucciso dalla sua stessa superbia - durante lo scontro finale con Macduff, pur di raccogliere la corona da terra, si espone a tal punto da farsi tagliare la testa.
Michael Fassbender e Denzel Washington
Le Lady Macbeth
Tanto importante, se non piĆ¹ importante di Macbeth stesso, ĆØ il ruolo di Lady Macbeth. Quest'ultima ĆØ il motore che spinge la vicenda fino al suo inesorabile schianto. Anche in questo caso, ogni film preso in esame ci restituisce una differente interpretazione dell'ambiziosa regina.
Welles imprime su pellicola il talento di Jeanette Nolan, al suo primo ruolo di rilievo nel cinema. In completa armonia con gli stilemi del tempo, questa Lady Macbeth ĆØ imperiosa, tenace e decisa, anche nel momento della sua morte, pur non nascondendo il velo di preoccupazione che copre il personaggio sin dalla fatidica notte.
Con PolaÅski si assiste invece a una sorta di evoluzione di quest'ultima. Come giĆ detto per il Macbeth di Finch, la Lady di Francesca Annis ĆØ strettamente legata al marito in questa congiura attuata in armonia. La sua figura sul muro di cinta, mentre vede arrivare a corte la vittima della sua lama traditrice, rimane uno dei fotogrammi piĆ¹ suggestivi ed esplicativi di un personaggio cosƬ sfaccettato, capace di veicolare con il solo sguardo tutta la sicurezza di riuscire a farsi beffe del fato.
Jeanette Nolan e Francesca Annis nel ruolo di Lady Macbeth
Kurzel ci mostra la disparitĆ della relazione tra la Lady Macbeth di Marion Cotillard e il Macbeth di Fassbender in due sequenze che si possono sovrapporre: quando la regina convince il marito a ācompiere l'attoā e quando quest'ultimo, una volta incoronato, cerca di persuadere la novella regnante a stare al gioco durante la sua follia omicida dettata dalla paranoia. In entrambi i casi, i due cercano di utilizzare il piacere e la seduzione come moneta di scambio, ma, mentre lāuomo cede senza esitazione al volere della donna, questāultima resiste e gli si nega completamente.
CiĆ² pone i due personaggi su livelli differenti, sottolineando l'incomunicabilitĆ che intercorre tra loro. Il regicida risulta completamente succube della moglie, ma ciĆ² non gli impedisce di agire alle sue spalle, credendo che, facendo ciĆ², lei finalmente riconoscerĆ il suo valore e, magari, sarĆ in grado di amarla nello stesso, perverso modo in cui questi ama lui.
Frances McDormand, diretta da Coen, mostra una regina inedita, scolpita dalla vita e dura abbastanza da resistere alle sferzate che questa occasione nefasta le ha offerto. Fredda e decisa, non esita a redarguire il marito nei suoi momenti di debolezza, pur non potendo porre rimedio a ogni confessione parziale che questāultimo si lascia sfuggire alla presenza dei sudditi. La sua pazzia ĆØ intima e multiforme, rendendo il famoso monologo della āmacchia dannataā un dialogo tra le differenti incrinature della sua personalitĆ spezzata.
Marion Cotillard e Frances McDormand
Lāimportanza di raccontare la propria realtĆ
Queste quattro interpretazioni, pur non essendo le uniche apparse sullo schermo, rendono l'idea di quanto il singolo possa fare la differenza quando si trova a raccontare un testo condiviso. I punti di vista, le soluzioni, le letture sono potenzialmente infinite, legate al tempo, al luogo e alla sensibilitĆ di chi decide di metterle in scena.
Non esiste una versione che sia meglio dell'altra se non per pura preferenza personale. Tutte hanno esattamente lo stesso diritto di esistere come testimonianza non tanto di uno scritto che ha segnato la nostra cultura, quanto di come quello stesso testo di partenza riesca a riflettere le sensazioni, le paure e le convinzioni di una mente convalescente, di un interprete dellāattualitĆ o, semplicemente, di una delle tante epoche del pensiero umano.