NC-274
12.02.2025
Già a partire dai tempi di quando Eleonora Duse calcava le scene teatrali, pensatori e intellettuali molto diversi tra loro - come Sigmund Freud, Henry James, George Bernard Shaw e Hugo von Hofmannsthal - esplorarono la fascinazione del Divismo. Quando questo fenomeno passò dal teatro al cinema, intervennero in materia di Divi filosofi e pensatori - come Edgar Morin, Roland Barthes, Theodor Adorno, Zygmunt Bauman, Pier Paolo Pasolini, Jean Baudrillard e Susan Sontag. Particolarmente illuminante rimane la riflessione dello scrittore ed editore italiano Roberto Calasso proposta nel saggio La follia che viene dalle ninfe, secondo cui le star di Hollywood non rappresentano altro che un feticcio degli antichi Dei, e la loro glorificazione una versione secolarizzata del cosiddetto catasterismo mitico, la trasformazione degli eroi in astri.
In Italia c’è sempre stata una grande attenzione verso singoli fenomeni di attori drammatici e politici come Gian Maria Volonté, istrioni d’autore come Marcello Mastroianni, comici di spessore come Totò o Alberto Sordi, o attrici iconiche e colte come Monica Vitti, Mariangela Melato e Giulietta Masini, ma a livello di critica il più delle volte è mancata un’attenzione al Divismo in quanto tale, come fenomeno di costume ricco di condizionamenti socio-economici.
Il saggio di Federico Vitella Maggiorate. Divismo e celebrità nella nuova Italia, edito da Marsilio, rappresenta un affascinante esperimento controcorrente che rilegge il cinema non con gli occhi di un critico colto, ma di uno storico-antropologo che, dati, numeri e manifesti d’epoca alla mano, analizza quanto figure come quelle di Sophia Loren, Claudia Cardinale, Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida o Silvana Mangano fossero al centro del mercato e dell’immaginario di tutti gli italiani nell’immediato dopoguerra. Vitella, professore all’università di Messina, rivendica il diritto di cominciare la sua indagine non tanto da manuali di storia del cinema, bensì da fan mail, cartoline, calendari e locandine custodite nelle principali cineteche e biblioteche del cinema d’Italia non meno che in rivoli di archivi privati.
La "Divina" Eleonora Duse
La copertina del saggio
La Diva, nel cinema italiano del dopoguerra, si trovava in una posizione al tempo stesso di forza e di debolezza: “l’industrializzazione del divismo assegnava a Mangano, Pampanini, Loren e Lollobrigida prerogative eccezionali nella distribuzione delle parti, nel trattamento economico delle prestazioni, nel potere decisionale di ordine sia artistico che manageriale, nel riconoscimento simbolico del prestigio”, in una forma di vera e propria quotazione divistica. I guadagni faraonici dei divi suscitarono nell’Italia degli anni cinquanta addirittura un’interpellanza parlamentare, ma la verità è che le Dive guidavano il film e il costo del cast spesso rappresentava un terzo del budget di intere pellicole.
Il fenomeno del Divismo cinematografico italiano del dopoguerra si allineava in maniera evidente con il boom economico e con i suoi contraccolpi sulla società tutta. Sempre sottoposte a uno sguardo maschile, le Dive rappresentavano nondimeno delle donne che, utilizzando il proprio corpo, la propria espressività e la propria emotività, si innalzavano a eterno oggetto del desiderio ma anche a modello di stile, di comportamento e di azione. Tutto ciò aveva conseguenze anche contrattuali. “Una prima grossa questione riguardava le conseguenze delle forme di scritturazione dominanti".
"L’emancipazione fisiologica dell’attore dal produttore che lo aveva lanciato andava di pari passo con l’adozione della contrattazione film per film, produzione per produzione”, evidenzia Vitella. “L’imperativo della massimizzazione delle entrate era legittimato, anzitutto, dal venir meno dello stipendio fisso che per quanto relativamente modesto, nella sua indipendenza dall’impegno recitativo, era pur sempre continuativo, ma cogliere l’attimo diventava indispensabile per l’attore in ascesa proprio alla luce delle peculiarità della carriera artistica”. Prima ancora che un’arte, il cinema è anche e soprattutto un’industria e un mercato, e le dive, a parte qualche raro caso come quello rappresentato da Monica Vitti erano manovrate dal mercato che sulla base del loro coinvolgimento dava o meno il greenlight ai film.
Silvana Mangano in Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, film che ha lanciato la brillante carriera dell'attrice
Significativo sotto questo aspetto fu il terzo film di Michelangelo Antonioni, La signora senza camelie (1953), un’opera meta-cinematografica sui tentativi fallimentari di una semi-Diva di imporsi nel cinema impegnato con l’interpretazione di un film su Giovanna d’Arco. Dopo i successi di Cronaca di un amore e I vinti, Antonioni aveva inizialmente proposto la parte a Gina Lollobrigida, la quale, dopo un primo sì, iniziò ad accorgersi che, via via che la sceneggiatura prendeva una forma sempre più chiara nell’ironia tragica che avvolgeva la protagonista, si poteva facilmente cogliere un’autoparodizzazione. “A Lollobrigida non ci volle molto per accorgersi come il progetto fosse diventato sensibilmente distante da quello sottopostole in estate, con particolare riguardo per il registro, più drammatico che satirico, e per la nuova messa a fuoco di personaggi chiaramente riconducibili a professionisti di primo piano dell’industria cinematografica italiana".
"Il suo entourage fece circolare il copione originale nell’ambiente romano per raccogliere pareri, uffici legali compresi: passarono giorni fitti fitti di interlocuzioni formali e informali in cui si sostenne tutto e il contrario di tutto, finché il 12 ottobre, alla vigilia del primo giro di manovella, l’attrice si risolse a non raggiungere il resto della troupe a Milano”. La Lollobrigida si trovò con un contenzioso da parte del produttore Domenico Forges-Davanzati, e venne sostituita last minute da un’allora semisconosciuta Lucia Bosé, che decenni dopo Antonioni non per nulla definì “non adatta, troppo elegante, troppo poco maggiorata”.
Studiare il cinema italiano attraverso le sue Dive vuol dire affrontare la storia del cinema attraverso un’ottica antropologica, fenomenologica, sociologica, e in parte anche semiotica. Se i ruoli in un film sono intercambiabili, e la storia del cinema è fatta di gran rifiuti o di sostituzioni last minute, come scrive Vitella “ogni attore si porta sempre dietro il retaggio delle interpretazioni precedenti: i personaggi prendono dall’attore ma all’attore restituiscono pure, lo caratterizzano e lo definiscono. È proprio sulla base di questo bagaglio finzionale più o meno coerente, riconosciuto dai commentatori come ‘personaggio cinematografico’ o ‘attrice-personaggio’ che lo spettatore nutre determinate aspettative. Il fenomeno del divismo influenza anche il linguaggio cinematografico, perché i film costruiti attorno a un’attrice o a un attore costruiscono le inquadrature stesse e il montaggio in modo da valorizzare della merce, non diversamente da come accade coi cantanti nei videoclip o con i prodotti propagandati nelle pubblicità".
Lucia Bosè, protagonista di La signora senza camelie (1953) di Michelangelo Antonioni
“Il culmine della sperequazione figurativa della diva si trova però senza dubbio nel pregevole lavoro linguistico, retorico ed estetico dispiegato sulla figura stilistica del primo piano”, scrive Vitella. “I film delle maggiorate sono film di primi piani”, un tipo di inquadratura “irriducibile a una dimensione esclusivamente narrativa, sintattica, grammaticale, e come tale strumento promozionale dell’attore presso tutte le cinematografie ad alto tasso di divismo”.
In una vera e propria dinamica di “ambasceria della bellezza”, tra gli anni cinquanta e sessanta le Dive partecipavano spesso anche a incontri pubblici, diplomatici, alla presenza dei maggiori esponenti politici italiani e stranieri, e “tutte le volte che le nostre Dive trovavano spazio, magari accanto a un capo di Stato (Alcide De Gasperi), a una testa coronata (la regina Elisabetta d’Inghilterra), a un grande sportivo (Fausto Coppi) o a un esponente di primo piano dell’alta società internazionale (l’Aga Khan), strappavano provvisoriamente l’accesso al centro simbolico dell’arena culturale del loro tempo”.
Tra spettatrici e Dive il legame segreto che si veniva a creare era quello dell’identificazione. Un caso eclatante è quello di Sophia Loren, che ha sempre rivendicato le sue origini napoletane e le condizioni economiche precarie da cui era partita per imbracciare il grande sogno del cinema.
Sophia Loren si fa largo tra i fotografi durante il Festival di Cannes (1958)
Se il cinema era visto come un grande strumento di mobilità sociale, via via che il boom economico avanzava e si avvicinava anche lo spartiacque del Sessantotto i mass media dell’epoca - stampa, televisione e radio - manifestavano un atteggiamento nei confronti delle Dive e dei grandi volti del cinema nostrano decisamente capillare, che andava molto al di là della semplice notizia di una pellicola in uscita: “i ricorrenti servizi su un nuovo film in lavorazione (in Italia o all’estero), sulla partecipazione a un festival di prima grandezza (Venezia, Cannes, Berlino etc.), sulla riscossione di questo o quel premio (Grolla d’oro, Nastro d’Argento etc.) si alternavano regolarmente a rivelazioni, indiscrezioni e retroscena su famiglia, amori, gusti, consumi. E quegli stessi servizi centrati sul mestiere dell’attore cinematografico sposavano il medesimo registro introspettivo (nei fini) e confidenziale (nei modi) di quelli dedicati alla sfera personale, raccontando impegni, fatiche, imprese dalla prospettiva ‘bassa’ dell’individuo, con i suoi sentimenti, con i suoi pensieri, con i suoi problemi relativamente comprensibili, se non proprio condivisibili”.
L’Italia era da poco diventata una democrazia: e non aveva modo migliore di gestire la superlativa popolarità dei volti del suo cinema se non ricordare che, in fondo, siamo tutti uguali, abbiamo tutti una casa a cui badare, problemi di cuore e di salute, una famiglia che ci ama e ci sostiene… un raccontino semplificatorio, ma vincente, con cui le irraggiungibili Dive sembravano tendere le braccia al loro nutritissimo pubblico.
Maggiorate rappresenta così un interessante esempio di critica dell’immaginario, che circoscrive un fenomeno celebre e specifico del cinema italiano del Novecento per tracciare, in controluce, una vera e propria storia antropologica e sociologica dell’Italia in uno dei momenti cruciali della sua evoluzione.
NC-274
12.02.2025
La "Divina" Eleonora Duse
Già a partire dai tempi di quando Eleonora Duse calcava le scene teatrali, pensatori e intellettuali molto diversi tra loro - come Sigmund Freud, Henry James, George Bernard Shaw e Hugo von Hofmannsthal - esplorarono la fascinazione del Divismo. Quando questo fenomeno passò dal teatro al cinema, intervennero in materia di Divi filosofi e pensatori - come Edgar Morin, Roland Barthes, Theodor Adorno, Zygmunt Bauman, Pier Paolo Pasolini, Jean Baudrillard e Susan Sontag. Particolarmente illuminante rimane la riflessione dello scrittore ed editore italiano Roberto Calasso proposta nel saggio La follia che viene dalle ninfe, secondo cui le star di Hollywood non rappresentano altro che un feticcio degli antichi Dei, e la loro glorificazione una versione secolarizzata del cosiddetto catasterismo mitico, la trasformazione degli eroi in astri.
In Italia c’è sempre stata una grande attenzione verso singoli fenomeni di attori drammatici e politici come Gian Maria Volonté, istrioni d’autore come Marcello Mastroianni, comici di spessore come Totò o Alberto Sordi, o attrici iconiche e colte come Monica Vitti, Mariangela Melato e Giulietta Masini, ma a livello di critica il più delle volte è mancata un’attenzione al Divismo in quanto tale, come fenomeno di costume ricco di condizionamenti socio-economici.
Il saggio di Federico Vitella Maggiorate. Divismo e celebrità nella nuova Italia, edito da Marsilio, rappresenta un affascinante esperimento controcorrente che rilegge il cinema non con gli occhi di un critico colto, ma di uno storico-antropologo che, dati, numeri e manifesti d’epoca alla mano, analizza quanto figure come quelle di Sophia Loren, Claudia Cardinale, Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida o Silvana Mangano fossero al centro del mercato e dell’immaginario di tutti gli italiani nell’immediato dopoguerra. Vitella, professore all’università di Messina, rivendica il diritto di cominciare la sua indagine non tanto da manuali di storia del cinema, bensì da fan mail, cartoline, calendari e locandine custodite nelle principali cineteche e biblioteche del cinema d’Italia non meno che in rivoli di archivi privati.
La copertina del saggio
La Diva, nel cinema italiano del dopoguerra, si trovava in una posizione al tempo stesso di forza e di debolezza: “l’industrializzazione del divismo assegnava a Mangano, Pampanini, Loren e Lollobrigida prerogative eccezionali nella distribuzione delle parti, nel trattamento economico delle prestazioni, nel potere decisionale di ordine sia artistico che manageriale, nel riconoscimento simbolico del prestigio”, in una forma di vera e propria quotazione divistica. I guadagni faraonici dei divi suscitarono nell’Italia degli anni cinquanta addirittura un’interpellanza parlamentare, ma la verità è che le Dive guidavano il film e il costo del cast spesso rappresentava un terzo del budget di intere pellicole.
Il fenomeno del Divismo cinematografico italiano del dopoguerra si allineava in maniera evidente con il boom economico e con i suoi contraccolpi sulla società tutta. Sempre sottoposte a uno sguardo maschile, le Dive rappresentavano nondimeno delle donne che, utilizzando il proprio corpo, la propria espressività e la propria emotività, si innalzavano a eterno oggetto del desiderio ma anche a modello di stile, di comportamento e di azione. Tutto ciò aveva conseguenze anche contrattuali. “Una prima grossa questione riguardava le conseguenze delle forme di scritturazione dominanti".
"L’emancipazione fisiologica dell’attore dal produttore che lo aveva lanciato andava di pari passo con l’adozione della contrattazione film per film, produzione per produzione”, evidenzia Vitella. “L’imperativo della massimizzazione delle entrate era legittimato, anzitutto, dal venir meno dello stipendio fisso che per quanto relativamente modesto, nella sua indipendenza dall’impegno recitativo, era pur sempre continuativo, ma cogliere l’attimo diventava indispensabile per l’attore in ascesa proprio alla luce delle peculiarità della carriera artistica”. Prima ancora che un’arte, il cinema è anche e soprattutto un’industria e un mercato, e le dive, a parte qualche raro caso come quello rappresentato da Monica Vitti erano manovrate dal mercato che sulla base del loro coinvolgimento dava o meno il greenlight ai film.
Silvana Mangano in Riso amaro (1949) di Giuseppe De Santis, film che ha lanciato la brillante carriera dell'attrice
Significativo sotto questo aspetto fu il terzo film di Michelangelo Antonioni, La signora senza camelie (1953), un’opera meta-cinematografica sui tentativi fallimentari di una semi-Diva di imporsi nel cinema impegnato con l’interpretazione di un film su Giovanna d’Arco. Dopo i successi di Cronaca di un amore e I vinti, Antonioni aveva inizialmente proposto la parte a Gina Lollobrigida, la quale, dopo un primo sì, iniziò ad accorgersi che, via via che la sceneggiatura prendeva una forma sempre più chiara nell’ironia tragica che avvolgeva la protagonista, si poteva facilmente cogliere un’autoparodizzazione. “A Lollobrigida non ci volle molto per accorgersi come il progetto fosse diventato sensibilmente distante da quello sottopostole in estate, con particolare riguardo per il registro, più drammatico che satirico, e per la nuova messa a fuoco di personaggi chiaramente riconducibili a professionisti di primo piano dell’industria cinematografica italiana".
"Il suo entourage fece circolare il copione originale nell’ambiente romano per raccogliere pareri, uffici legali compresi: passarono giorni fitti fitti di interlocuzioni formali e informali in cui si sostenne tutto e il contrario di tutto, finché il 12 ottobre, alla vigilia del primo giro di manovella, l’attrice si risolse a non raggiungere il resto della troupe a Milano”. La Lollobrigida si trovò con un contenzioso da parte del produttore Domenico Forges-Davanzati, e venne sostituita last minute da un’allora semisconosciuta Lucia Bosé, che decenni dopo Antonioni non per nulla definì “non adatta, troppo elegante, troppo poco maggiorata”.
Studiare il cinema italiano attraverso le sue Dive vuol dire affrontare la storia del cinema attraverso un’ottica antropologica, fenomenologica, sociologica, e in parte anche semiotica. Se i ruoli in un film sono intercambiabili, e la storia del cinema è fatta di gran rifiuti o di sostituzioni last minute, come scrive Vitella “ogni attore si porta sempre dietro il retaggio delle interpretazioni precedenti: i personaggi prendono dall’attore ma all’attore restituiscono pure, lo caratterizzano e lo definiscono. È proprio sulla base di questo bagaglio finzionale più o meno coerente, riconosciuto dai commentatori come ‘personaggio cinematografico’ o ‘attrice-personaggio’ che lo spettatore nutre determinate aspettative. Il fenomeno del divismo influenza anche il linguaggio cinematografico, perché i film costruiti attorno a un’attrice o a un attore costruiscono le inquadrature stesse e il montaggio in modo da valorizzare della merce, non diversamente da come accade coi cantanti nei videoclip o con i prodotti propagandati nelle pubblicità".
Lucia Bosè, protagonista di La signora senza camelie (1953) di Michelangelo Antonioni
“Il culmine della sperequazione figurativa della diva si trova però senza dubbio nel pregevole lavoro linguistico, retorico ed estetico dispiegato sulla figura stilistica del primo piano”, scrive Vitella. “I film delle maggiorate sono film di primi piani”, un tipo di inquadratura “irriducibile a una dimensione esclusivamente narrativa, sintattica, grammaticale, e come tale strumento promozionale dell’attore presso tutte le cinematografie ad alto tasso di divismo”.
In una vera e propria dinamica di “ambasceria della bellezza”, tra gli anni cinquanta e sessanta le Dive partecipavano spesso anche a incontri pubblici, diplomatici, alla presenza dei maggiori esponenti politici italiani e stranieri, e “tutte le volte che le nostre Dive trovavano spazio, magari accanto a un capo di Stato (Alcide De Gasperi), a una testa coronata (la regina Elisabetta d’Inghilterra), a un grande sportivo (Fausto Coppi) o a un esponente di primo piano dell’alta società internazionale (l’Aga Khan), strappavano provvisoriamente l’accesso al centro simbolico dell’arena culturale del loro tempo”.
Tra spettatrici e Dive il legame segreto che si veniva a creare era quello dell’identificazione. Un caso eclatante è quello di Sophia Loren, che ha sempre rivendicato le sue origini napoletane e le condizioni economiche precarie da cui era partita per imbracciare il grande sogno del cinema.
Sophia Loren si fa largo tra i fotografi durante il Festival di Cannes (1958)
Se il cinema era visto come un grande strumento di mobilità sociale, via via che il boom economico avanzava e si avvicinava anche lo spartiacque del Sessantotto i mass media dell’epoca - stampa, televisione e radio - manifestavano un atteggiamento nei confronti delle Dive e dei grandi volti del cinema nostrano decisamente capillare, che andava molto al di là della semplice notizia di una pellicola in uscita: “i ricorrenti servizi su un nuovo film in lavorazione (in Italia o all’estero), sulla partecipazione a un festival di prima grandezza (Venezia, Cannes, Berlino etc.), sulla riscossione di questo o quel premio (Grolla d’oro, Nastro d’Argento etc.) si alternavano regolarmente a rivelazioni, indiscrezioni e retroscena su famiglia, amori, gusti, consumi. E quegli stessi servizi centrati sul mestiere dell’attore cinematografico sposavano il medesimo registro introspettivo (nei fini) e confidenziale (nei modi) di quelli dedicati alla sfera personale, raccontando impegni, fatiche, imprese dalla prospettiva ‘bassa’ dell’individuo, con i suoi sentimenti, con i suoi pensieri, con i suoi problemi relativamente comprensibili, se non proprio condivisibili”.
L’Italia era da poco diventata una democrazia: e non aveva modo migliore di gestire la superlativa popolarità dei volti del suo cinema se non ricordare che, in fondo, siamo tutti uguali, abbiamo tutti una casa a cui badare, problemi di cuore e di salute, una famiglia che ci ama e ci sostiene… un raccontino semplificatorio, ma vincente, con cui le irraggiungibili Dive sembravano tendere le braccia al loro nutritissimo pubblico.
Maggiorate rappresenta così un interessante esempio di critica dell’immaginario, che circoscrive un fenomeno celebre e specifico del cinema italiano del Novecento per tracciare, in controluce, una vera e propria storia antropologica e sociologica dell’Italia in uno dei momenti cruciali della sua evoluzione.