TR-125
03.04.2025
Il cinema giapponese ha spesso rappresentato le trasformazioni economiche e sociali del Paese attraverso storie che riflettono ansie collettive e mutamenti culturali. Uno dei periodi più significativi della recente storia giapponese è la Bubble Era (circa 1986-1991), caratterizzato da una crescita economica rapida, seguito da un altrettanto brusco crollo nei primi anni ’90. Questo evento ha lasciato un segno indelebile nella società giapponese, generando una crisi di identità e disillusione.
Si tratta, perlopiù, di un periodo ambivalente. Da un lato, infatti, il Paese visse un’epoca florida ed incredibilmente espansionistica nel corso del decennio degli anni ’80, registrando una crescita annua, in campo economico, del proprio PIL di circa il 4%. Un boom economico travolgente, che influenzò inevitabilmente anche le produzioni cinematografiche dell’epoca.
Il Giappone sperimentò una crescita economica senza precedenti, sospinta dalla speculazione finanziaria e da un’illimitata fiducia nel progresso tecnologico e industriale. Tuttavia, con lo “scoppio della bolla economica" nei primi anni ’90, la Nazione entrò in una fase di stagnazione nota come il Decennio Perduto (Ushinawareta Jūnen). Questo evento ebbe profonde ripercussioni sulla società giapponese: il senso di sicurezza e prosperità si dissolse, portando a un aumento della depressione, dell’alienazione e della precarietà lavorativa.
Kiyoshi Kurosawa
La Bubble Era e le sue conseguenze
Il cinema giapponese ha risposto a questa crisi con un nuovo tipo di narrazione, caratterizzata da incertezza, minimalismo e un senso di vuoto esistenziale. La Bubble Era ha contribuito ad una sorta di “sdoppiamento” del cinema di genere nipponico. Registi di commedie come Jūzō Itami -soprattutto con Tampopo (1985) e A Taxing Woman (1987) - Yoshimitsu Morita - The Family Game (1983) - e nuove leve quali Nobuhiko Obayashi - con The Discarnates (1988) - hanno risentito inevitabilmente della fioritura del tema all’interno del contesto sociale giapponese, illustrandone gli effetti negativi e adottando il registro della commedia grottesca.
Parallelamente, anche l’horror ha subito una ricalibrazione, discostandosi dalle forme degli anni ‘80. Registi come Kiyoshi Kurosawa hanno sviluppato un’estetica del perturbante, in cui il male non è più un’entità riconoscibile, ma una forza sottile e invisibile che si insinua nella quotidianità. Altri, come Shin’ya Tsukamoto, Shozin Fukui e Gakuryū Ishii, hanno contribuito ad arricchirne il panorama in altro modo, puntando soprattutto su un cinema distopico ed estroverso (tale da lambire il cyberpunk) per accentuare l’alienazione dell’uomo moderno giapponese nel contesto metropolitano.
Tetsuo (1989)
Il loro cinema si è rivelato molto frammentato e caotico, popolato perlopiù da individui spersonalizzati, come i protagonisti di Tetsuo (1989) e di 964 Pinocchio (1991), inetti e incapaci di muoversi all’interno di un contesto metropolitano “esplosivo”. Ishii mette in scena soprattutto una ribellione nei confronti di questo caos espansionistico -come in The Crazy Family (1983), commedia grottesca in grado di riflettere sul materialismo quasi patologico del Giappone dell’epoca - mentre Tsukamoto rappresenta quest’alienazione attraverso l’ibridazione tra uomo e macchina, che diventa irreversibile e porta l’individuo a fondersi in un tutt’uno con la tecnologia.
Fukui, di contro, accentua la frammentazione identitaria, soprattutto in opere estreme quali 964 Pinocchio e Rubber’s Lover (1996). Rispetto ai suoi due colleghi, però, si distingue per una più accentuata visione pessimistica, tale da sfiorare l’apocalittismo, in particolare nelle due opere precedentemente citate. 964 Pinocchio, raccontando la storia di un cyborg sessuale difettoso che viene scartato dalla società e perseguitato da un mondo distopico e crudele, rappresenta il ritratto più cinico e disfattista di questa corrente,, illustrando come la Bubble Era azzeri l’umanità della classe media nei confronti dei reietti.
Cure (1997) di Kiyoshi Kurosawa mette invece a segno un ulteriore step, trasformando il disagio economico e sociale in un orrore esistenziale in cui la perdita di controllo sulla propria identità si manifesta in modo estremamente inquietante. Sebbene si tratti di un thriller psicologico con elementi horror, il film può essere interpretato come una metafora delle conseguenze del crollo della Bubble Era. Il contesto storico-economico giapponese dell’epoca permea l’intera narrazione, rendendolo uno dei film più importanti degli anni ’90 e un pilastro centrale della rifondazione del J-Horror.
964 Pinocchio (1991)
La rappresentazione del malessere dopo la “bolla”
Cure è un film che, pur non trattando direttamente il crollo economico, ne incarna le conseguenze psicologiche e sociali. La storia segue il detective Takabe (interpretato dall’iconico Kōji Yakusho), incaricato di investigare su una serie di omicidi inspiegabili, i cui colpevoli non ricordano le proprie azioni. Il film introduce il personaggio di Mamiya (un inquietante Masato Hagiwara), misterioso ipnotizzatore capace di scatenare un’aggressività latente nelle persone. Tuttavia, la trama investigativa che Kiyoshi Kurosawa conduce è solo un mero pretesto, in grado di guidare lo spettatore verso il vero tema dell’opera: la condizione psicologica della società giapponese post-crisi.
La Bubble Era aveva, infatti, imposto un modello di vita basato sul successo economico e sulla stabilità lavorativa. Dopo il crollo, molte persone avevano sperimentato un profondo senso di smarrimento. Nel caso del thriller giapponese, questa crisi d’identità è incarnata alla perfezione da Takabe. Si tratta di un uomo metodico e razionale, ma profondamente infelice, incapace di gestire sia la sua vita professionale che la relazione con la moglie malata.
I personaggi di Cure sembrano intrappolati in una routine automatizzata e priva di significato. Kurosawa enfatizza quest’alienazione “meccanizzando” la vita dei suoi protagonisti. Assistiamo, dunque, ad una sterilità dell’attività della polizia, del tutto inconcludente, mentre i criminali commettono omicidi senza un vero movente. L’assenza di volontà (sottolineata, ad esempio, dai piani sequenza asettici del regista negli interrogatori) riflette l’impotenza della società giapponese post-Bubble, in cui molte persone hanno perso il controllo sulla propria vita.
Takabe cerca una spiegazione razionale agli omicidi, ma Kiyoshi Kurosawa rifiuta di offrirgliela. Il film si trasforma così in una riflessione sulla crisi di fiducia nelle istituzioni giapponesi dopo la fine della Bubble Era, quando governo e sistema finanziario si sono dimostrati incapaci di prevenire il collasso economico. Si tratta, dunque, di una società che non concede risposte, che si può abbandonare solamente all’oblio e che, soprattutto, non sa pensare al di fuori della propria razionalità, mettendo in evidenza le fallacie logiche di menti ormai impersonali che non sanno fornire una lettura al di fuori della visione del campo.
Cure (1997)
Lo stile in Cure
Non a caso, le scene più importanti di Cure, quale ad esempio il ritrovamento del corpo del marito della prima vittima, avvengono tutte fuori campo. La scelta stilistica di Kiyoshi Kurosawa mira soprattutto a restituirci il tema dell’incertezza e della perdita di controllo che permea tutto il film, dove l’aggiramento della violenza (salvo in rari casi) fornisce un aumento repentino dell’angoscia provata dai protagonisti, in modo tale da opprimerli ulteriormente.
Cure è un esempio perfetto di quella che David Bordwell ha denominato “narrazione parametrica”, richiamata nel suo libro Figures Traced in Light (2005). Si tratta di un principio secondo il quale gli elementi primitivi del cinema (inquadrature, montaggio, sonoro) risultano più importanti della trama. Il film di Kurosawa, non a caso, evita sempre spiegazioni esplicite e costruisce il meccanismo della tensione su ripetizioni e momenti di sospensione, generando un senso di ansia e disorientamento.
Sempre Bordwell ha poi analizzato il film secondo il rapporto con lo spettatore. Da questo punto di vista, il regista giapponese sfida apertamente le aspettative dello spettatore, lasciando aperti molti interrogativi, atti a creare quello che, secondo lo studioso, è detto “cinema dell’indecidibilità”. Seguendo lo statuto semiotico, si tratta di un tipo di cinema che è difficile da comprendere a pieno, in quanto l’ontologia dell’immagine non corrisponde mai pienamente alla verità, e anzi ricorre spesso e volentieri alla menzogna. Questo conflitto, in Cure, oltre a riflettere il senso di incertezza del Giappone post-Bubble, in cui le vecchie certezze economiche e sociali sono crollate, trae in inganno lo stesso spettatore, che si ritrova di fronte ad uno spettacolo impossibile da decifrare. Non è casuale, infatti, che il mistero di Mamiya non avrà mai un’effettiva risoluzione e il finale resterà volutamente ambiguo.
Lo stile di Cure porta più volte lo spettatore a confrontarsi con delle inquadrature minimali, con campi fissi che dilatano in modo consistente il tempo della narrazione e, contemporaneamente, creano l’inquietudine giusta in campo e fuori campo. Questa scelta instaura una dialettica visiva che mira, soprattutto, a generare orrore attraverso la gestione dello spazio diegetico. In molti casi, infatti, le inquadrature fisse usano il vuoto degli ambienti e la rarefazione dei movimenti della macchina da presa per connotare negativamente gli spazi post-industriali che la stessa Bubble Era ha creato.
Il minimalismo e l’atmosfera rarefatta dell’opera di Kiyoshi Kurosawa, inoltre, sono un chiaro segnale di come il cinema nipponico risponda direttamente alla crisi della società giapponese dopo il crollo economico: con una tensione stellare nei confronti del futuro imprevedibile e minaccioso. Le lunghe statiche, con tempi prevalentemente morti, e i dialoghi ridotti al minimo riflettono la precarietà della classe media, ancora in cerca di una ripartenza, che, per Kurosawa, passa soprattutto dall’annullamento (o quasi) della parola e dalla sottrazione negli elementi scenografici, ridotti a vere e proprie esemplificazioni di uno stato sociale poco definito e ancora in ricostruzione.
Kōji Yakusho nel ruolo del detective Ken'ichi Takabe in Cure (1997)
Un prodotto ambivalente
Cure diventa, dunque, riflesso diretto della Storia e, allo stesso tempo, contraddizione teorica. Questa scissione, infatti, crea un’interessante contrasto nelle teorie bordwelliane. Secondo Bordwell, infatti, il determinismo storico è tutt’altro che rigido, ma in On the History of Film Style (1997) lo stesso critico riconosce che le condizioni economiche e sociali influenzano lo stile cinematografico, e il film di Kurosawa ne è l’esempio più tangibile.
In definitiva, Cure è più di un thriller: è un ritratto inquietante di una società in crisi, in cui le persone hanno perso il controllo della propria esistenza. Attraverso uno stile minimalista e una narrazione ambigua, il film riflette il senso di alienazione e smarrimento del Giappone nei primi anni ‘90. La struttura narrativa e lo stile dell’opera di Kurosawa sono inestricabilmente legati al contesto storico in cui è stato prodotto. Il cineasta asiatico ci dimostra che il cinema non è solo intrattenimento, ma anche un potente strumento, forse il più potente, per esplorare le ansie collettive e le trasformazioni culturali di una Nazione.
TR-125
03.04.2025
Il cinema giapponese ha spesso rappresentato le trasformazioni economiche e sociali del Paese attraverso storie che riflettono ansie collettive e mutamenti culturali. Uno dei periodi più significativi della recente storia giapponese è la Bubble Era (circa 1986-1991), caratterizzato da una crescita economica rapida, seguito da un altrettanto brusco crollo nei primi anni ’90. Questo evento ha lasciato un segno indelebile nella società giapponese, generando una crisi di identità e disillusione.
Si tratta, perlopiù, di un periodo ambivalente. Da un lato, infatti, il Paese visse un’epoca florida ed incredibilmente espansionistica nel corso del decennio degli anni ’80, registrando una crescita annua, in campo economico, del proprio PIL di circa il 4%. Un boom economico travolgente, che influenzò inevitabilmente anche le produzioni cinematografiche dell’epoca.
Il Giappone sperimentò una crescita economica senza precedenti, sospinta dalla speculazione finanziaria e da un’illimitata fiducia nel progresso tecnologico e industriale. Tuttavia, con lo “scoppio della bolla economica" nei primi anni ’90, la Nazione entrò in una fase di stagnazione nota come il Decennio Perduto (Ushinawareta Jūnen). Questo evento ebbe profonde ripercussioni sulla società giapponese: il senso di sicurezza e prosperità si dissolse, portando a un aumento della depressione, dell’alienazione e della precarietà lavorativa.
Kiyoshi Kurosawa
La Bubble Era e le sue conseguenze
Il cinema giapponese ha risposto a questa crisi con un nuovo tipo di narrazione, caratterizzata da incertezza, minimalismo e un senso di vuoto esistenziale. La Bubble Era ha contribuito ad una sorta di “sdoppiamento” del cinema di genere nipponico. Registi di commedie come Jūzō Itami -soprattutto con Tampopo (1985) e A Taxing Woman (1987) - Yoshimitsu Morita - The Family Game (1983) - e nuove leve quali Nobuhiko Obayashi - con The Discarnates (1988) - hanno risentito inevitabilmente della fioritura del tema all’interno del contesto sociale giapponese, illustrandone gli effetti negativi e adottando il registro della commedia grottesca.
Parallelamente, anche l’horror ha subito una ricalibrazione, discostandosi dalle forme degli anni ‘80. Registi come Kiyoshi Kurosawa hanno sviluppato un’estetica del perturbante, in cui il male non è più un’entità riconoscibile, ma una forza sottile e invisibile che si insinua nella quotidianità. Altri, come Shin’ya Tsukamoto, Shozin Fukui e Gakuryū Ishii, hanno contribuito ad arricchirne il panorama in altro modo, puntando soprattutto su un cinema distopico ed estroverso (tale da lambire il cyberpunk) per accentuare l’alienazione dell’uomo moderno giapponese nel contesto metropolitano.
Tetsuo (1989)
Il loro cinema si è rivelato molto frammentato e caotico, popolato perlopiù da individui spersonalizzati, come i protagonisti di Tetsuo (1989) e di 964 Pinocchio (1991), inetti e incapaci di muoversi all’interno di un contesto metropolitano “esplosivo”. Ishii mette in scena soprattutto una ribellione nei confronti di questo caos espansionistico -come in The Crazy Family (1983), commedia grottesca in grado di riflettere sul materialismo quasi patologico del Giappone dell’epoca - mentre Tsukamoto rappresenta quest’alienazione attraverso l’ibridazione tra uomo e macchina, che diventa irreversibile e porta l’individuo a fondersi in un tutt’uno con la tecnologia.
Fukui, di contro, accentua la frammentazione identitaria, soprattutto in opere estreme quali 964 Pinocchio e Rubber’s Lover (1996). Rispetto ai suoi due colleghi, però, si distingue per una più accentuata visione pessimistica, tale da sfiorare l’apocalittismo, in particolare nelle due opere precedentemente citate. 964 Pinocchio, raccontando la storia di un cyborg sessuale difettoso che viene scartato dalla società e perseguitato da un mondo distopico e crudele, rappresenta il ritratto più cinico e disfattista di questa corrente,, illustrando come la Bubble Era azzeri l’umanità della classe media nei confronti dei reietti.
Cure (1997) di Kiyoshi Kurosawa mette invece a segno un ulteriore step, trasformando il disagio economico e sociale in un orrore esistenziale in cui la perdita di controllo sulla propria identità si manifesta in modo estremamente inquietante. Sebbene si tratti di un thriller psicologico con elementi horror, il film può essere interpretato come una metafora delle conseguenze del crollo della Bubble Era. Il contesto storico-economico giapponese dell’epoca permea l’intera narrazione, rendendolo uno dei film più importanti degli anni ’90 e un pilastro centrale della rifondazione del J-Horror.
964 Pinocchio (1991)
La rappresentazione del malessere dopo la “bolla”
Cure è un film che, pur non trattando direttamente il crollo economico, ne incarna le conseguenze psicologiche e sociali. La storia segue il detective Takabe (interpretato dall’iconico Kōji Yakusho), incaricato di investigare su una serie di omicidi inspiegabili, i cui colpevoli non ricordano le proprie azioni. Il film introduce il personaggio di Mamiya (un inquietante Masato Hagiwara), misterioso ipnotizzatore capace di scatenare un’aggressività latente nelle persone. Tuttavia, la trama investigativa che Kiyoshi Kurosawa conduce è solo un mero pretesto, in grado di guidare lo spettatore verso il vero tema dell’opera: la condizione psicologica della società giapponese post-crisi.
La Bubble Era aveva, infatti, imposto un modello di vita basato sul successo economico e sulla stabilità lavorativa. Dopo il crollo, molte persone avevano sperimentato un profondo senso di smarrimento. Nel caso del thriller giapponese, questa crisi d’identità è incarnata alla perfezione da Takabe. Si tratta di un uomo metodico e razionale, ma profondamente infelice, incapace di gestire sia la sua vita professionale che la relazione con la moglie malata.
I personaggi di Cure sembrano intrappolati in una routine automatizzata e priva di significato. Kurosawa enfatizza quest’alienazione “meccanizzando” la vita dei suoi protagonisti. Assistiamo, dunque, ad una sterilità dell’attività della polizia, del tutto inconcludente, mentre i criminali commettono omicidi senza un vero movente. L’assenza di volontà (sottolineata, ad esempio, dai piani sequenza asettici del regista negli interrogatori) riflette l’impotenza della società giapponese post-Bubble, in cui molte persone hanno perso il controllo sulla propria vita.
Takabe cerca una spiegazione razionale agli omicidi, ma Kiyoshi Kurosawa rifiuta di offrirgliela. Il film si trasforma così in una riflessione sulla crisi di fiducia nelle istituzioni giapponesi dopo la fine della Bubble Era, quando governo e sistema finanziario si sono dimostrati incapaci di prevenire il collasso economico. Si tratta, dunque, di una società che non concede risposte, che si può abbandonare solamente all’oblio e che, soprattutto, non sa pensare al di fuori della propria razionalità, mettendo in evidenza le fallacie logiche di menti ormai impersonali che non sanno fornire una lettura al di fuori della visione del campo.
Cure (1997)
Lo stile in Cure
Non a caso, le scene più importanti di Cure, quale ad esempio il ritrovamento del corpo del marito della prima vittima, avvengono tutte fuori campo. La scelta stilistica di Kiyoshi Kurosawa mira soprattutto a restituirci il tema dell’incertezza e della perdita di controllo che permea tutto il film, dove l’aggiramento della violenza (salvo in rari casi) fornisce un aumento repentino dell’angoscia provata dai protagonisti, in modo tale da opprimerli ulteriormente.
Cure è un esempio perfetto di quella che David Bordwell ha denominato “narrazione parametrica”, richiamata nel suo libro Figures Traced in Light (2005). Si tratta di un principio secondo il quale gli elementi primitivi del cinema (inquadrature, montaggio, sonoro) risultano più importanti della trama. Il film di Kurosawa, non a caso, evita sempre spiegazioni esplicite e costruisce il meccanismo della tensione su ripetizioni e momenti di sospensione, generando un senso di ansia e disorientamento.
Sempre Bordwell ha poi analizzato il film secondo il rapporto con lo spettatore. Da questo punto di vista, il regista giapponese sfida apertamente le aspettative dello spettatore, lasciando aperti molti interrogativi, atti a creare quello che, secondo lo studioso, è detto “cinema dell’indecidibilità”. Seguendo lo statuto semiotico, si tratta di un tipo di cinema che è difficile da comprendere a pieno, in quanto l’ontologia dell’immagine non corrisponde mai pienamente alla verità, e anzi ricorre spesso e volentieri alla menzogna. Questo conflitto, in Cure, oltre a riflettere il senso di incertezza del Giappone post-Bubble, in cui le vecchie certezze economiche e sociali sono crollate, trae in inganno lo stesso spettatore, che si ritrova di fronte ad uno spettacolo impossibile da decifrare. Non è casuale, infatti, che il mistero di Mamiya non avrà mai un’effettiva risoluzione e il finale resterà volutamente ambiguo.
Lo stile di Cure porta più volte lo spettatore a confrontarsi con delle inquadrature minimali, con campi fissi che dilatano in modo consistente il tempo della narrazione e, contemporaneamente, creano l’inquietudine giusta in campo e fuori campo. Questa scelta instaura una dialettica visiva che mira, soprattutto, a generare orrore attraverso la gestione dello spazio diegetico. In molti casi, infatti, le inquadrature fisse usano il vuoto degli ambienti e la rarefazione dei movimenti della macchina da presa per connotare negativamente gli spazi post-industriali che la stessa Bubble Era ha creato.
Il minimalismo e l’atmosfera rarefatta dell’opera di Kiyoshi Kurosawa, inoltre, sono un chiaro segnale di come il cinema nipponico risponda direttamente alla crisi della società giapponese dopo il crollo economico: con una tensione stellare nei confronti del futuro imprevedibile e minaccioso. Le lunghe statiche, con tempi prevalentemente morti, e i dialoghi ridotti al minimo riflettono la precarietà della classe media, ancora in cerca di una ripartenza, che, per Kurosawa, passa soprattutto dall’annullamento (o quasi) della parola e dalla sottrazione negli elementi scenografici, ridotti a vere e proprie esemplificazioni di uno stato sociale poco definito e ancora in ricostruzione.
Kōji Yakusho nel ruolo del detective Ken'ichi Takabe in Cure (1997)
Un prodotto ambivalente
Cure diventa, dunque, riflesso diretto della Storia e, allo stesso tempo, contraddizione teorica. Questa scissione, infatti, crea un’interessante contrasto nelle teorie bordwelliane. Secondo Bordwell, infatti, il determinismo storico è tutt’altro che rigido, ma in On the History of Film Style (1997) lo stesso critico riconosce che le condizioni economiche e sociali influenzano lo stile cinematografico, e il film di Kurosawa ne è l’esempio più tangibile.
In definitiva, Cure è più di un thriller: è un ritratto inquietante di una società in crisi, in cui le persone hanno perso il controllo della propria esistenza. Attraverso uno stile minimalista e una narrazione ambigua, il film riflette il senso di alienazione e smarrimento del Giappone nei primi anni ‘90. La struttura narrativa e lo stile dell’opera di Kurosawa sono inestricabilmente legati al contesto storico in cui è stato prodotto. Il cineasta asiatico ci dimostra che il cinema non è solo intrattenimento, ma anche un potente strumento, forse il più potente, per esplorare le ansie collettive e le trasformazioni culturali di una Nazione.