di Pavel Belli Micati
NC-292
02.04.2025
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Aprile, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
3 Aprile. Aprile (1998) di Nanni Moretti
“C’è un trotzkista, isolato, calunniato, che solo nel suo laboratorio, tra le sue paste e le sue torte, è felice, e dimentica e balla” … No, non è una barzelletta socialista raccontata da mio zio. È l’Italia del 1994, siamo alla fine della prima repubblica e Nanni, che sta per diventare padre, deve anche dirigere un musical in stile anni Cinquanta ambientato in una pasticceria di Varsavia, ma la discesa in campo del rampante Cavaliere alle elezioni di quella stessa primavera cambia nettamente le disposizioni intellettuali del paese: il regista romano classe ‘53 firma un’avventura metacinematografica attraverso le preoccupazioni dell’intellighenzia nostrana dove, raccontando dell’inizio della fine, saggia lo stato di salute ideologico della penisola alla fine dello scorso millennio. Il nascituro del leone di Monteverde si presta così a sineddoche dell’uomo nuovo, brevettato dal nascente Impero di Silvio Berlusconi. L’ansia con cui Nanni raccoglie il materiale per un’indagine documentaria sul paese diventa la confusione per il nuovo paradigma politico che riflette, a sua volta, l’ansia di diventare genitori in un’epoca di ritrattazioni ideologiche e semplificazioni storiche.“D’Alema, dì qualcosa, reagisci!”: se la tv del desiderio è un’invenzione Fininvest, allora la manifestazione del dissenso è un atto magico che bisogna, oggi più che mai implementare dal governo Meloni. C’è chi legge Vico, e chi guarda Aprile.
Disponibile su Disney+, Now TV, Amazon Prime Video e noleggiabile su Rakuten TV, You Tube, Apple TV, Google Play Film eTim Vision.
5 Aprile. Fish Tank (2009) di Andrea Arnold
Dal cuore di Monteverde alle periferie londinesi: per il compleanno della regista premio Oscar 2005 per Wasp, abbiamo scelto il suo secondo lungometraggio, insignito del premio della giuria a Cannes 2009. Fish Tank racconta l’educazione sentimentale di Mia, una piccola brat in via di sviluppo: quindici anni, uno spirito libero, l’amore per i cavalli e la passione per l’hip-pop. La giovane vive con la sorella minore Tyler e la madre Joanne, un’alcolista disoccupata, insieme al nuovo compagno della donna, Connor, per cui la ragazza nutre dei sentimenti confusi. Così, tra gli squallidi interni di case popolari della periferia di Londra e gli scorci di un cielo eternamente stanco e fiacco, Mia impara a conoscere se stessa, i suoi desideri e ridimensiona presto le sue aspettative. Per chiunque abbia amato Anora, questi sono i veri prodromi delle ambizioni della sua controparte europea. Come Arnold racconta di temi delicati come la sessualità precoce e la post-genitorialità, sullo sfondo impoetico dei bassifondi inglesi abbagliati dal grande sogno americano, nessuno mai: nata sotto il segno dei Pesci, la regista originaria del Kent firma una triste e complessa parabola adolescenziale che ci insegna che per uscire fuori dai propri confini, certe volte, bisogna necessariamente bruciare qualche tappa o forse più.
Noleggiabile su You Tube, Amazon Prime Video, Google Play Film Apple TV, e Rakuten TV.
7 Aprile. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003) di Kim Ki-duk
Se l’incertezza ideologica è riflessa dall’incertezza climatica di un tempo che non è né freddo né caldo, ma costantemente umido, allora la prima opera del regista sudcoreano distribuita in Italia può in un certo senso ripristinare la ciclicità della vita. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera racconta le fasi della vita di un monaco buddhista, narrate attraverso il ciclo stagionale: la primavera riflette la giovinezza, l’epoca in cui si conosce il giardino con le sue meraviglie; in estate ci s’inoltra nei segreti e le tentazioni che esso nasconde, finendo fuori da esso; in autunno vi si torna, dopo un lungo periodo di espiazione; mentre l’inverno offre la possibilità di imparare dai propri passi ma soprattutto ripensare ai propri errori. Attraverso le torture che prima impara a perpetrare e poi apprende a subire il nostro giovane eroe, Kim Ki-duk ci regala una storia fantastica che rilegge e porta a compimento il percorso della vita, una leggenda che insegna che se la nascita è un diritto di natura, la rinascita deve passare necessariamente per il peccato e la sofferenza, attraverso una penitenza ritagliata sul rito, spesso indomito, a volte passionale e sempre necessario, delle stagioni.
Disponibile su Amazon Prime Video.
12 Aprile. 2001: Odissea nella spazio (1968) di Stanley Kubrick
Parlando di cicli, corsi e ricorsi storici… la fine per qualcuno è l’inizio di qualcun altro: il 12 aprile del 2001 è il giorno nel futuro in cui la missione sulla base Clavius, di stanza sulla Luna, identifica un monolito dall’origine aliena, posizionato in prossimità del cratere Tycho: la missione di Bowman, capitano della Discovery, è approdare su Giove, pianeta in direzione del quale il misterioso monolito emette dei segnali radio, per capire forse e finalmente la vera origine dell’oggetto in questione. Per i fan del cinema di Nolan e gli appassionati alla saga di Alien, 2001: Odissea nella spazio è il loro precursore, la pietra miliare che ha fondato l’estetica della moderna cinematografia sci-fi, partendo dai modellini di astronavi in scala e finendo alle proiezioni frontali per donare profondità alla prospettiva cosmica; ma è anche un saggio audiovisivo che analizza attraverso l’innovazione tecnologica, gli infiniti punti di contatto e le innumerevoli barriere tra scienza e umanità. C’è chi interpreta l’opera più sperimentale di Kubrick come metafora della strategia del terrore; altri vi leggono piuttosto una riproposizione del mito di Prometeo e i paradossi etici della ricerca scientifica. Ma, che sia una metafora sull’evoluzione della specie umana o un cautionary-tale del mito fondazionalista (o tutte e due) questa missione è davvero un’odissea nel senso parodistico del termine: una farsa intergalattica che porta sullo schermo una satira sul concetto paradossale di espansionismo, sia umano che tecnologico. Magari non il migliore, forse il suo più controverso; di certo, il meno post-romantico sul genere.
Noleggiabile su Tim Vision, Amazon Prime Video, Google Play Film, Apple TV e Rakuten TV.
15 Aprile. Quel che resta del giorno (1993) di James Ivory
Dalle origini dell’umanità al tramonto di un impero: se per Moretti i comunisti romani negli anni Settanta guardavano tutti Happy Days, per Kazuo Ishiguro invece la campagna inglese degli anni Trenta registra il diario interiore dove il protagonista di Quel che resta del giorno sonda le illusioni, le idee e le speranze nutrite per una vita e presto cancellate dal nuovo ordine che si stabilisce dopo la fine della Seconda guerra mondiale e il crollo dell’impero britannico, descritto dalla incipiente colonizzazione statunitense. Un James Ivory in fiore, dopo gli esercizi di stile delle trasposizioni di James e Forster, firma stavolta l’adattamento biblico di un pezzo intramontabile della letteratura contemporanea. Vincitore nel 1989 del Booker Prize, il romanzo di Ishiguro rendiconta, in forma di confessione, la vita di un vecchio maggiordomo che, tramite antefatti e aneddoti, passa in rassegna i suoi anni di servizio presso Lord Darlington, un vecchio nobile caduto in disgrazia per il suo appoggio alla causa nazista. Non è nostalgia del passato l’effetto a cui punta la scrittura, piuttosto un vuoto di senso creato dalla distanza tra i sentimenti inespressi di un mondo tramontato per sempre e il suo immediato confronto con un presente che non lo riconosce più. Ivory restituisce l’effetto attraverso il copione attento di Ruth Prawer Jhabvala, sua sceneggiatrice storica, e gli occhi colmi di confusione, bramosia e stolida ritrosia di Anthony Hopkins illuminano il senso di dispercezione su cui l’ analisi si fonda.
Noleggiabile su Amazon Prime Video, You Tube, Apple TV, Rakuten TV e Google Play Film.
21 Aprile. Titus (1999) di Julie Taymor
Dalla fine dell’impero britannico al mito di quello romano: per il compleanno di Roma, Anthony Hopkins toglie i panni del maggiordomo e indossa quelli di Titus, protagonista della tragedia, diciamo meno fortunata, tra quelle scritte da Shakespeare. La visionaria più shakespeariana dei registi statunitensi contemporanei rivisita la nostra Roma imperiale: Titus è l’esordio al cinema di Julie Taymor e se la scelta dell’opera più bistrattata dalla tradizione letteraria anglosassone crea qualche dubbio, il trattamento postmoderno del tropo vendicativo da parte della drammaturga lascia invece di stucco: dopotutto, nell’orizzonte della deriva tardocapitalista, fa più scalpore raccontare gli ultimi furori di un impero, che i suoi primi germogli: su una scenografia curata dal maestro Dante Ferretti, Taymor rielabora una storia senza eroi né vinti che pone al suo centro l’avidità del potere e la pretestuosità della ritorsione che muove la conquista e il mantenimento del potere: la forza della cultura tardo-imperiale è riattualizzata sulla scorta del lavoro che Luhrmann fa con Romeo e Giulietta (1997), ma il risultato non è una rivisitazione punk di un tropo letterario, bensì il suo primo aggiornamento in uno stile cripto-nazi che fa il verso all’estetica promossa dai nuovi tesla-aficionados. Roma non è mai stata così post-felliniana, tra i freddi scorci dell’edilizia fascista all’Eur e gli ampi paesaggi dagli orizzonti post-industriali della campagna romana. Bando alle ciance, e alle primigenie: la storia occidentale, è dopotutto, un sanguinoso tête-à-tête, un tripudio di violenza ingiustificata. E, come non ho imparato niente io stando tutta la vita a Roma, anche Van Doren dice a proposito della pièce: non c’è lezione da imparare, perché il Titus è una tragedia che non ha eroi o valori, ma offre solo un trattamento pornografico dell’orrore e del dolore della guerra: così è anche, a mio avviso, la Roma degli anni Duemilaventi.
23 Aprile. White Oleander (2002) di Peter Kosminsky
Quando si alzano i caldi venti desertici di Santa Ana e riscaldano la costa della contea di Los Angeles, ha così inizio la stagione dell’oleandro. La stagione dei venti, racconta una leggenda, fa impazzire gli amanti infelici. Astrid, una solitaria quindicenne vive insieme alla madre Ingrid, un’artista single che una notte d’inverno, per gelosia, uccide Barry, il suo compagno che ha conosciuto in primavera. La donna finisce così in prigione e la giovane inizia il suo percorso di formazione, passando per istituti e famiglie affidatarie l’uno dopo l’altra, secondo una moderna e dolceamara picaresca al femminile. Astrid così scopre il peccato, perde l’innocenza, conosce il dolore e impara a non raccontarlo, cercando di derivare il senso di tutto il proprio patimento attraverso un tableau interiore dai toni tenui che registra le passioni e i loro effetti di una stagione infinita e indefinita come quella dell’amore. White Oleander è un dramma adolescenziale, ma anche un thriller psicologico che ridisegna le tappe della maturità identitaria e artistica sui temi percorsi dal memoir-letterario alla Didion. L’adattamento di Peter Kominsky è imperfetto, è vero, e la grande produzione di Hollywood forse appesantisce la sottigliezza della scrittura di Fitch che procede, più che per fatti, per sensazioni. Raccontando cosa significa diventare grandi artisti in un mondo di fragili esseri umani, Michelle Pfeiffer dà voce e corpo alla lezione più antica della tradizione confessionale: la natura, questa spietata matrigna crudele.
25 Aprile. Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi
1943. Roma è occupata dalle truppe nazi-fasciste e una coppia di bohemiens morti di fame, per mettere qualcosa tra i denti, si reca in Abruzzo dove organizza una tournée di spettacoli, tra ricezioni tiepide di pubblici indifferenti ed esibizioni comiche in luoghi desolanti. Durante i servizi al cospetto di vecchi signori insolenti e nel bel mezzo di rappresaglie da parte dell’esercito nazista, Mimmo sfrutta la bellezza fisica di Dea come veicolo per esercitare la tipica furbizia d’italiano e conquistarsi, a fine giornata, l’agognata pagnotta. Polvere di stelle è un’avventura che racconta, con ironia e disincanto, cosa vuol dire essere degli artisti al servizio della committenza che cambia di continuo. Alberto Sordi interpreta, dirige e, come nel Titus di Taymor, porta in analisi il sogno felliniano della dolce vita: qui a paragone col panorama ricco di abbagli che accoglie l’Italia appena risvegliata dallo sbarco delle forze alleate. In occasione dell’ottantaduesimo Anniversario della Liberazione, questa commedia musicale sulla cultura dell’avanspettacolo risuona, forse oggi più che in passato, come copia conforme di tutte le storture illuminate dalle luci della ribalta e dalle scintille di un proto-showbiz nato dalle ceneri del varietà e presto incorporato nel nuovo regime americano. Se nel 2017 avete esultato agli Oscar per la Vittoria di Emma Stone in La La Land, aspettate di vedere Monica Vitti nel ruolo che le conquistò il terzo David di Donatello dopo La ragazza con la pistola (1968) e Nini Tirabusciò (1970). Il sogno americano, per i nostri eroi, è destinato a rimanere tale: a noi piccoli, grandi sognatori, rimangono solo grandi speranze.
Disponibile su Amazon Prime Video.
28 Aprile. Boyz n the Hood (1991) di John Singleton
Il 28 aprile del 2019 ci lasciava John Singleton. Per celebrarlo, consigliamo l’esordio che lo ha reso noto. Boyz n the Hood è un coming of age ambientato nella Los Angeles dei primi anni Ottanta: siamo in piena amministrazione Reagan, la violenza come strumento del potere regna sovrana nei quartieri della comunità nera dove, di continuo, si consumano massacri a colpi di pistola e a danni di giovani innocenti. Un giovanissimo Cuba Gooding Jr. è Tre, un giovane ragazzo che, dopo una rissa a scuola, viene spedito da sua madre a vivere col padre Furious, che gli insegnerà a diventare un adulto responsabile. Nello storico quartiere di Crenshaw, Tre compie così la propria formazione, tra risse di vecchi rivali e nuovi amori insieme agli amici suoi coetanei Doughboy e Ricky: il primo è un aspirante giocatore di football, mentre il secondo uno spacciatore in erba fresco di penitenziario. Singleton raccoglie, attraverso il dispositivo del racconto di formazione, la condizione perenne della comunità afroamericana tra separatismo e omologazione, permeata dalla violenza nata e alimentata proprio nel ghetto dove dai colpi di pallone si passa a quelli d’arma da fuoco. Un film fondamento dell’hood genre, ma anche un documento irrinunciabile della recente storia statunitense. L’eleganza della regia dona una sincera emozione all’analisi di una tragedia che porta in scena, nel mondo della violenza razziale e dell’ingiustizia istituzionalizzata, l’eterno dramma degli enormi costi che accompagnano la conquista del rispetto, mantenendo sempre una spietata dolcezza.
Noleggiabile su Apple TV, You Tube, Google Play Film, Rakuten TV e Amazon Prime Video.
30 Aprile. Marie Antoinette (2006) di Sofia Coppola
1768: Antonia è l’ultima figlia di Maria Teresa d’Asburgo. Per consolidare la nuova alleanza con la Francia, l’imperatrice d’Austria combina in nozze la figlia con il delfino Luigi, l’erede al trono e ultimo esponente della monarchia francese. Il matrimonio ha luogo e Antonia diventa così Maria Antonietta, entrando a gamba tesa nel mondo di Versailles. Il sogno d’amore però si rivela presto un’illusione: l’etichetta osservata dai francesi, boriosa e artificiale, è molto diversa dai costumi, più modesti e austeri, della sua controparte austriaca, e la giovane donna presto regina, che non è proprio una cima, ma nemmeno una stronza, tra uno sposo poco interessato a consumare l’unione, amicizie interessate ad avvicinarsi al potere e i pericoli di nuovi, potenziali interessi romantici, cade presto nelle tentazioni degli eccessi e dei vizi già ampiamente descritti dalla tradizione epistolare di Choderlos de Laclos. Non propriamente il tramonto della monarchia francese, e nemmeno gli albori di un nuovo paradigma costituzionale: tra torte, pasticcini e confetti, cappelli, scarpe e corsetti, pranzi, feste e festini, Marie Antoinette è la contro-favola pop più bella mai realizzata dal cinema contemporaneo. Lo sguardo di Sofia Coppola regala l’ironia di una commedia romantica e dona freschezza a una storia che narra, sostanzialmente, di fiducie malriposte e spasmi bulimici. Al contempo, la Coppola Jr racconta con uno stile unico e una distinta vena autoriale, di un dramma precedentemente esplorato solo dal sottogenere della chick-lit. Dalla biografia di Antonia Fraser, sui brani pop dei Phoenix e con i costumi impreziositi dal premio Oscar Milena Canonero, festeggiamo il compleanno di Kirsten Dunst con una delle sue migliori interpretazioni.
Disponibile su Netflix e noleggiabile su Apple TV, Amazon Prime Video, You Tube, Google Play Film e Rakuten TV.
di Pavel Belli Micati
NC-292
02.04.2025
Il calendario, di solito, si appende in cucina sotto l’orologio, come a creare un asse simmetrico e incrementale di scansione del tempo. I secondi diventano ore, che diventano giorni, che diventano settimane, fino a che le caselle si esauriscono, e bisogna comprarne uno nuovo. Oltre che dal meteo e dalla notte che si avvicina o si allontana, sui calendari i mesi vengono contraddistinti da un’immagine - un’ape che raccoglie il polline, un'aerea dell’Empire State Building, un quadro di Miró - che in un modo o nell’altro cerca di racchiudere l’essenza di questa particolare trentina di giorni.
Per questo Aprile, al posto della singola illustrazione a cui siamo abituati, ODG pubblicherà una selezione di dieci film da vedere durante il mese e appositamente scelti per marcare ricorrenze, anniversari e affinità umorali.
3 Aprile. Aprile (1998) di Nanni Moretti
“C’è un trotzkista, isolato, calunniato, che solo nel suo laboratorio, tra le sue paste e le sue torte, è felice, e dimentica e balla” … No, non è una barzelletta socialista raccontata da mio zio. È l’Italia del 1994, siamo alla fine della prima repubblica e Nanni, che sta per diventare padre, deve anche dirigere un musical in stile anni Cinquanta ambientato in una pasticceria di Varsavia, ma la discesa in campo del rampante Cavaliere alle elezioni di quella stessa primavera cambia nettamente le disposizioni intellettuali del paese: il regista romano classe ‘53 firma un’avventura metacinematografica attraverso le preoccupazioni dell’intellighenzia nostrana dove, raccontando dell’inizio della fine, saggia lo stato di salute ideologico della penisola alla fine dello scorso millennio. Il nascituro del leone di Monteverde si presta così a sineddoche dell’uomo nuovo, brevettato dal nascente Impero di Silvio Berlusconi. L’ansia con cui Nanni raccoglie il materiale per un’indagine documentaria sul paese diventa la confusione per il nuovo paradigma politico che riflette, a sua volta, l’ansia di diventare genitori in un’epoca di ritrattazioni ideologiche e semplificazioni storiche.“D’Alema, dì qualcosa, reagisci!”: se la tv del desiderio è un’invenzione Fininvest, allora la manifestazione del dissenso è un atto magico che bisogna, oggi più che mai implementare dal governo Meloni. C’è chi legge Vico, e chi guarda Aprile.
Disponibile su Disney+, Now TV, Amazon Prime Video e noleggiabile su Rakuten TV, You Tube, Apple TV, Google Play Film eTim Vision.
5 Aprile. Fish Tank (2009) di Andrea Arnold
Dal cuore di Monteverde alle periferie londinesi: per il compleanno della regista premio Oscar 2005 per Wasp, abbiamo scelto il suo secondo lungometraggio, insignito del premio della giuria a Cannes 2009. Fish Tank racconta l’educazione sentimentale di Mia, una piccola brat in via di sviluppo: quindici anni, uno spirito libero, l’amore per i cavalli e la passione per l’hip-pop. La giovane vive con la sorella minore Tyler e la madre Joanne, un’alcolista disoccupata, insieme al nuovo compagno della donna, Connor, per cui la ragazza nutre dei sentimenti confusi. Così, tra gli squallidi interni di case popolari della periferia di Londra e gli scorci di un cielo eternamente stanco e fiacco, Mia impara a conoscere se stessa, i suoi desideri e ridimensiona presto le sue aspettative. Per chiunque abbia amato Anora, questi sono i veri prodromi delle ambizioni della sua controparte europea. Come Arnold racconta di temi delicati come la sessualità precoce e la post-genitorialità, sullo sfondo impoetico dei bassifondi inglesi abbagliati dal grande sogno americano, nessuno mai: nata sotto il segno dei Pesci, la regista originaria del Kent firma una triste e complessa parabola adolescenziale che ci insegna che per uscire fuori dai propri confini, certe volte, bisogna necessariamente bruciare qualche tappa o forse più.
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7 Aprile. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003) di Kim Ki-duk
Se l’incertezza ideologica è riflessa dall’incertezza climatica di un tempo che non è né freddo né caldo, ma costantemente umido, allora la prima opera del regista sudcoreano distribuita in Italia può in un certo senso ripristinare la ciclicità della vita. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera racconta le fasi della vita di un monaco buddhista, narrate attraverso il ciclo stagionale: la primavera riflette la giovinezza, l’epoca in cui si conosce il giardino con le sue meraviglie; in estate ci s’inoltra nei segreti e le tentazioni che esso nasconde, finendo fuori da esso; in autunno vi si torna, dopo un lungo periodo di espiazione; mentre l’inverno offre la possibilità di imparare dai propri passi ma soprattutto ripensare ai propri errori. Attraverso le torture che prima impara a perpetrare e poi apprende a subire il nostro giovane eroe, Kim Ki-duk ci regala una storia fantastica che rilegge e porta a compimento il percorso della vita, una leggenda che insegna che se la nascita è un diritto di natura, la rinascita deve passare necessariamente per il peccato e la sofferenza, attraverso una penitenza ritagliata sul rito, spesso indomito, a volte passionale e sempre necessario, delle stagioni.
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12 Aprile. 2001: Odissea nella spazio (1968) di Stanley Kubrick
Parlando di cicli, corsi e ricorsi storici… la fine per qualcuno è l’inizio di qualcun altro: il 12 aprile del 2001 è il giorno nel futuro in cui la missione sulla base Clavius, di stanza sulla Luna, identifica un monolito dall’origine aliena, posizionato in prossimità del cratere Tycho: la missione di Bowman, capitano della Discovery, è approdare su Giove, pianeta in direzione del quale il misterioso monolito emette dei segnali radio, per capire forse e finalmente la vera origine dell’oggetto in questione. Per i fan del cinema di Nolan e gli appassionati alla saga di Alien, 2001: Odissea nella spazio è il loro precursore, la pietra miliare che ha fondato l’estetica della moderna cinematografia sci-fi, partendo dai modellini di astronavi in scala e finendo alle proiezioni frontali per donare profondità alla prospettiva cosmica; ma è anche un saggio audiovisivo che analizza attraverso l’innovazione tecnologica, gli infiniti punti di contatto e le innumerevoli barriere tra scienza e umanità. C’è chi interpreta l’opera più sperimentale di Kubrick come metafora della strategia del terrore; altri vi leggono piuttosto una riproposizione del mito di Prometeo e i paradossi etici della ricerca scientifica. Ma, che sia una metafora sull’evoluzione della specie umana o un cautionary-tale del mito fondazionalista (o tutte e due) questa missione è davvero un’odissea nel senso parodistico del termine: una farsa intergalattica che porta sullo schermo una satira sul concetto paradossale di espansionismo, sia umano che tecnologico. Magari non il migliore, forse il suo più controverso; di certo, il meno post-romantico sul genere.
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15 Aprile. Quel che resta del giorno (1993) di James Ivory
Dalle origini dell’umanità al tramonto di un impero: se per Moretti i comunisti romani negli anni Settanta guardavano tutti Happy Days, per Kazuo Ishiguro invece la campagna inglese degli anni Trenta registra il diario interiore dove il protagonista di Quel che resta del giorno sonda le illusioni, le idee e le speranze nutrite per una vita e presto cancellate dal nuovo ordine che si stabilisce dopo la fine della Seconda guerra mondiale e il crollo dell’impero britannico, descritto dalla incipiente colonizzazione statunitense. Un James Ivory in fiore, dopo gli esercizi di stile delle trasposizioni di James e Forster, firma stavolta l’adattamento biblico di un pezzo intramontabile della letteratura contemporanea. Vincitore nel 1989 del Booker Prize, il romanzo di Ishiguro rendiconta, in forma di confessione, la vita di un vecchio maggiordomo che, tramite antefatti e aneddoti, passa in rassegna i suoi anni di servizio presso Lord Darlington, un vecchio nobile caduto in disgrazia per il suo appoggio alla causa nazista. Non è nostalgia del passato l’effetto a cui punta la scrittura, piuttosto un vuoto di senso creato dalla distanza tra i sentimenti inespressi di un mondo tramontato per sempre e il suo immediato confronto con un presente che non lo riconosce più. Ivory restituisce l’effetto attraverso il copione attento di Ruth Prawer Jhabvala, sua sceneggiatrice storica, e gli occhi colmi di confusione, bramosia e stolida ritrosia di Anthony Hopkins illuminano il senso di dispercezione su cui l’ analisi si fonda.
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21 Aprile. Titus (1999) di Julie Taymor
Dalla fine dell’impero britannico al mito di quello romano: per il compleanno di Roma, Anthony Hopkins toglie i panni del maggiordomo e indossa quelli di Titus, protagonista della tragedia, diciamo meno fortunata, tra quelle scritte da Shakespeare. La visionaria più shakespeariana dei registi statunitensi contemporanei rivisita la nostra Roma imperiale: Titus è l’esordio al cinema di Julie Taymor e se la scelta dell’opera più bistrattata dalla tradizione letteraria anglosassone crea qualche dubbio, il trattamento postmoderno del tropo vendicativo da parte della drammaturga lascia invece di stucco: dopotutto, nell’orizzonte della deriva tardocapitalista, fa più scalpore raccontare gli ultimi furori di un impero, che i suoi primi germogli: su una scenografia curata dal maestro Dante Ferretti, Taymor rielabora una storia senza eroi né vinti che pone al suo centro l’avidità del potere e la pretestuosità della ritorsione che muove la conquista e il mantenimento del potere: la forza della cultura tardo-imperiale è riattualizzata sulla scorta del lavoro che Luhrmann fa con Romeo e Giulietta (1997), ma il risultato non è una rivisitazione punk di un tropo letterario, bensì il suo primo aggiornamento in uno stile cripto-nazi che fa il verso all’estetica promossa dai nuovi tesla-aficionados. Roma non è mai stata così post-felliniana, tra i freddi scorci dell’edilizia fascista all’Eur e gli ampi paesaggi dagli orizzonti post-industriali della campagna romana. Bando alle ciance, e alle primigenie: la storia occidentale, è dopotutto, un sanguinoso tête-à-tête, un tripudio di violenza ingiustificata. E, come non ho imparato niente io stando tutta la vita a Roma, anche Van Doren dice a proposito della pièce: non c’è lezione da imparare, perché il Titus è una tragedia che non ha eroi o valori, ma offre solo un trattamento pornografico dell’orrore e del dolore della guerra: così è anche, a mio avviso, la Roma degli anni Duemilaventi.
23 Aprile. White Oleander (2002) di Peter Kosminsky
Quando si alzano i caldi venti desertici di Santa Ana e riscaldano la costa della contea di Los Angeles, ha così inizio la stagione dell’oleandro. La stagione dei venti, racconta una leggenda, fa impazzire gli amanti infelici. Astrid, una solitaria quindicenne vive insieme alla madre Ingrid, un’artista single che una notte d’inverno, per gelosia, uccide Barry, il suo compagno che ha conosciuto in primavera. La donna finisce così in prigione e la giovane inizia il suo percorso di formazione, passando per istituti e famiglie affidatarie l’uno dopo l’altra, secondo una moderna e dolceamara picaresca al femminile. Astrid così scopre il peccato, perde l’innocenza, conosce il dolore e impara a non raccontarlo, cercando di derivare il senso di tutto il proprio patimento attraverso un tableau interiore dai toni tenui che registra le passioni e i loro effetti di una stagione infinita e indefinita come quella dell’amore. White Oleander è un dramma adolescenziale, ma anche un thriller psicologico che ridisegna le tappe della maturità identitaria e artistica sui temi percorsi dal memoir-letterario alla Didion. L’adattamento di Peter Kominsky è imperfetto, è vero, e la grande produzione di Hollywood forse appesantisce la sottigliezza della scrittura di Fitch che procede, più che per fatti, per sensazioni. Raccontando cosa significa diventare grandi artisti in un mondo di fragili esseri umani, Michelle Pfeiffer dà voce e corpo alla lezione più antica della tradizione confessionale: la natura, questa spietata matrigna crudele.
25 Aprile. Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi
1943. Roma è occupata dalle truppe nazi-fasciste e una coppia di bohemiens morti di fame, per mettere qualcosa tra i denti, si reca in Abruzzo dove organizza una tournée di spettacoli, tra ricezioni tiepide di pubblici indifferenti ed esibizioni comiche in luoghi desolanti. Durante i servizi al cospetto di vecchi signori insolenti e nel bel mezzo di rappresaglie da parte dell’esercito nazista, Mimmo sfrutta la bellezza fisica di Dea come veicolo per esercitare la tipica furbizia d’italiano e conquistarsi, a fine giornata, l’agognata pagnotta. Polvere di stelle è un’avventura che racconta, con ironia e disincanto, cosa vuol dire essere degli artisti al servizio della committenza che cambia di continuo. Alberto Sordi interpreta, dirige e, come nel Titus di Taymor, porta in analisi il sogno felliniano della dolce vita: qui a paragone col panorama ricco di abbagli che accoglie l’Italia appena risvegliata dallo sbarco delle forze alleate. In occasione dell’ottantaduesimo Anniversario della Liberazione, questa commedia musicale sulla cultura dell’avanspettacolo risuona, forse oggi più che in passato, come copia conforme di tutte le storture illuminate dalle luci della ribalta e dalle scintille di un proto-showbiz nato dalle ceneri del varietà e presto incorporato nel nuovo regime americano. Se nel 2017 avete esultato agli Oscar per la Vittoria di Emma Stone in La La Land, aspettate di vedere Monica Vitti nel ruolo che le conquistò il terzo David di Donatello dopo La ragazza con la pistola (1968) e Nini Tirabusciò (1970). Il sogno americano, per i nostri eroi, è destinato a rimanere tale: a noi piccoli, grandi sognatori, rimangono solo grandi speranze.
Disponibile su Amazon Prime Video.
28 Aprile. Boyz n the Hood (1991) di John Singleton
Il 28 aprile del 2019 ci lasciava John Singleton. Per celebrarlo, consigliamo l’esordio che lo ha reso noto. Boyz n the Hood è un coming of age ambientato nella Los Angeles dei primi anni Ottanta: siamo in piena amministrazione Reagan, la violenza come strumento del potere regna sovrana nei quartieri della comunità nera dove, di continuo, si consumano massacri a colpi di pistola e a danni di giovani innocenti. Un giovanissimo Cuba Gooding Jr. è Tre, un giovane ragazzo che, dopo una rissa a scuola, viene spedito da sua madre a vivere col padre Furious, che gli insegnerà a diventare un adulto responsabile. Nello storico quartiere di Crenshaw, Tre compie così la propria formazione, tra risse di vecchi rivali e nuovi amori insieme agli amici suoi coetanei Doughboy e Ricky: il primo è un aspirante giocatore di football, mentre il secondo uno spacciatore in erba fresco di penitenziario. Singleton raccoglie, attraverso il dispositivo del racconto di formazione, la condizione perenne della comunità afroamericana tra separatismo e omologazione, permeata dalla violenza nata e alimentata proprio nel ghetto dove dai colpi di pallone si passa a quelli d’arma da fuoco. Un film fondamento dell’hood genre, ma anche un documento irrinunciabile della recente storia statunitense. L’eleganza della regia dona una sincera emozione all’analisi di una tragedia che porta in scena, nel mondo della violenza razziale e dell’ingiustizia istituzionalizzata, l’eterno dramma degli enormi costi che accompagnano la conquista del rispetto, mantenendo sempre una spietata dolcezza.
Noleggiabile su Apple TV, You Tube, Google Play Film, Rakuten TV e Amazon Prime Video.
30 Aprile. Marie Antoinette (2006) di Sofia Coppola
1768: Antonia è l’ultima figlia di Maria Teresa d’Asburgo. Per consolidare la nuova alleanza con la Francia, l’imperatrice d’Austria combina in nozze la figlia con il delfino Luigi, l’erede al trono e ultimo esponente della monarchia francese. Il matrimonio ha luogo e Antonia diventa così Maria Antonietta, entrando a gamba tesa nel mondo di Versailles. Il sogno d’amore però si rivela presto un’illusione: l’etichetta osservata dai francesi, boriosa e artificiale, è molto diversa dai costumi, più modesti e austeri, della sua controparte austriaca, e la giovane donna presto regina, che non è proprio una cima, ma nemmeno una stronza, tra uno sposo poco interessato a consumare l’unione, amicizie interessate ad avvicinarsi al potere e i pericoli di nuovi, potenziali interessi romantici, cade presto nelle tentazioni degli eccessi e dei vizi già ampiamente descritti dalla tradizione epistolare di Choderlos de Laclos. Non propriamente il tramonto della monarchia francese, e nemmeno gli albori di un nuovo paradigma costituzionale: tra torte, pasticcini e confetti, cappelli, scarpe e corsetti, pranzi, feste e festini, Marie Antoinette è la contro-favola pop più bella mai realizzata dal cinema contemporaneo. Lo sguardo di Sofia Coppola regala l’ironia di una commedia romantica e dona freschezza a una storia che narra, sostanzialmente, di fiducie malriposte e spasmi bulimici. Al contempo, la Coppola Jr racconta con uno stile unico e una distinta vena autoriale, di un dramma precedentemente esplorato solo dal sottogenere della chick-lit. Dalla biografia di Antonia Fraser, sui brani pop dei Phoenix e con i costumi impreziositi dal premio Oscar Milena Canonero, festeggiamo il compleanno di Kirsten Dunst con una delle sue migliori interpretazioni.
Disponibile su Netflix e noleggiabile su Apple TV, Amazon Prime Video, You Tube, Google Play Film e Rakuten TV.