di Arturo Garavaglia
NC-284
13.03.2025
Il cinema di Shin’ya Tsukamoto si è continuamente interrogato sull’identità. Lo ha fatto confrontandosi con diversi generi, dal body horror fino al neo noir. Quasi sempre, nella sua produzione, la riflessione sul corpo è strettamente legata al rapporto che esso intrattiene con la società contemporanea. La poetica del regista è percorsa da dualità le cui tensioni dialettiche vengono rese visibili nei suoi film: corpo e società, dolore e autocoscienza, fisicità e anima, umano e meccanico. Nel corso della sua carriera, Tsukamoto si è inoltre interrogato sul rapporto fra l’uomo e gli strumenti di distruzione che adopera, una riflessione urgente che il cineasta ha però sempre legato alla contemporaneità in opere come Tetsuo (1989) e Bullet Ballet (1998).
Assume quindi un certo rilievo la direzione presa dal suo cinema negli ultimi dieci anni, in cui l'autore ha diretto tre film girati nel passato che hanno come comune denominatore la guerra e la volontà di scavare nell’identità nazionale giapponese: Fires on the Plain (2014), Killing (2018) e Hokage (2023), in uscita nelle sale italiane il 13 marzo distribuito da Cat People, Minerva e Raro Video.
Prima di questi film, solo con Gemini (1999) Tsukamoto si era confrontato con un’ambientazione, utilizzando però il setting per rifarsi all’immaginario delle storie di fantasmi (kaidan) giapponesi. Tutte e tre le opere presentano elementi stilistici tipici del cinema di Tsukamoto. Fra questi, l’utilizzo di un montaggio ipercinetico, la camera a mano, l’uso ricorrente della dissolvenza incrociata, una fotografia digitale che esalta la plasticità dei corpi e l’utilizzo contingentato delle location.
Bullet Ballet (1998)
Gemini (1999)
I film, inoltre, instaurano un dialogo diretto con opere della classicità del cinema giapponese. Se Fires on the Plain è tratto dallo stesso romanzo che ispirò il capolavoro del 1959 firmato da Kon Ichikawa, è difficile non ritrovare in Killing temi ricorrenti dei jidai-geki che hanno scritto pagine importanti della storia del cinema. È infine semplice guardare ad Hokage rapportandolo al vasto numero di lungometraggi che raccontano il Giappone post-bellico prodotti sin dagli anni ’40. Opere come Children of the Beehive (1948) di Hiroshi Shimizu o Children of Hiroshima (1952) di Kaneto Shindo sono solo due dei titoli che spiccano nel mare di opere che vedono come protagonisti i bambini giapponesi nell’immediato dopoguerra e che raccontano la difficoltà di ricostruzione del tessuto sociale di un Paese in macerie.
L’ambientazione storica delle pellicole, lungi dall’essere un semplice dato di fatto, è il primo elemento di nostro interesse. Fires on the Plain è ambientato durante la guerra, in una foresta delle Filippine. Killing è ambientato anch’esso in una foresta, ma nel Giappone dei mesi antecedenti alla caduta dello shogunato Tokugawa e alla conseguente restaurazione Meiji che porterà il Giappone ad entrare nella modernità. Hokage, infine, è ambientato nell’immediato dopoguerra e presenta un Atto interamente girato in un bosco.
Nei tre film l'autore si confronta con ciò che c’è prima di quella contemporaneità protagonista di tutti i suoi lavori sin dagli esordi. Tsukamoto, il regista cyberpunk per antonomasia, guarda al passato. Guarda al passato per cercare la genesi, e le forme embrionali, di quella società giapponese contemporanea analizzata in gran parte delle sue opere.
Fires on the Plain (2014)
Rivolgendosi indietro nel tempo, il regista cerca i momenti chiave che hanno formato l’uomo contemporaneo giapponese, scava nei suoi traumi, nelle sue relazioni, nei suoi impulsi. Cerca, in sintesi, i riti di passaggio che hanno plasmato l’identità contemporanea di un popolo. Lo fa collocandosi, in Killing, alle soglie della modernità. La stessa che condurrà il Giappone all’imperialismo e al conseguente massacro mostrato in Fires on the Plain ,che sarà a sua volta il trauma, l’ombra di fuoco, di cui porta i segni Hokage.
In tutte e tre le opere Tsukamoto cala i protagonisti in una condizione di liminalità. Essa è la fase che, nei riti di passaggio, segue il distacco dell’individuo dalla comunità e precede l’ingresso dentro una nuova fase della propria vita data dall’assunzione definitiva di un’identità. Nelle società primitive, la fase liminale è spesso associata all’abbandono dell’individuo in ambienti non antropizzati come foreste, giungle o deserti.
In Fires on the Plain la giungla delle Filippine è il luogo infernale in cui l’uomo giapponese fa esperienza del massacro e viene identificato come strumento di distruzione per uscirne profondamente cambiato. In Killing il giovane samurai interpretato da Sosuke Ikematsu deve imparare ad uccidere per poter andare a Edo a servire lo Shogun. L’apprendistato, il rito di passaggio, non può che avvenire nella foresta.
Killing (2018)
Sempre in un ambiente isolato avviene il compimento del coming-of-age del giovane protagonista di Hokage, un’educazione alla violenza e al male necessaria per permettergli di crescere e diventare proprio quell’uomo contemporaneo protagonista di buona parte della filmografia di Tsukamoto. In Fires on the Plain e in Killing, inoltre, compaiono figure che assumono per i personaggi dei connotati paterni. Sono dei cattivi padri, che educano i propri figli all’atto di uccidere per poi venire uccisi dagli stessi.
I tre film, dunque, pur con le loro specificità, collocano i protagonisti nella condizione di formazione di un’identità e sembrano direttamente collegati. Ad esempio, Fires on the Plain si conclude con i fuochi che danno titolo al film che si sovrappongono all’immagine del reduce Tamura. Con il fuoco che forgia una lama si apre il successivo Killing, un’opera che si interroga - come da titolo - sull’uccisione, sullo strumento e sulle modalità dell’uccidere. La “soggettiva senza soggetto” che chiude l'opera sembra essere la stessa che troviamo nelle primissime immagini di Hokage.
Proprio quest’ultimo, infine, si chiude con la scomparsa del giovane protagonista tra la folla del mercato mediante una dissolvenza incrociata. Il primo espediente - la sparizione - è lo stesso che conclude Killing, con il giovane samurai che diventa lo sguardo invisibile su cui scorrono i titoli di coda del film. Il secondo - la dissolvenza - è invece lo stesso adoperato da Tsukamoto per simboleggiare l’impossibilità del reduce di Fires on the Plain di uscire da quella giungla nel quale ha esperito l’orrore della "perdita di umanità".
Hokage (2023)
Il finale di Killing è certamente quello più ambiguo. Da un lato, il vagare nel bosco fino (forse) alla morte del giovane samurai può simboleggiare la fine dell’era della sua casta, che verrà soppressa con la restaurazione Meiji. Dall’altro, se si interpreta l’intera pellicola come un percorso di educazione all’atto di uccidere il vagare dissanguato del protagonista sembra più una prefigurazione dell’esito a cui questa "educazione alla morte" porterà il Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale. La foresta in cui si arena il samurai ferito è la stessa nella quale muoiono smembrati i soldati di Fires on the Plain ed è la medesima in cui avviene la presa di coscienza del trauma del bambino protagonista di Hokage.
Se, però, nei finali dei due film precedenti non sembra esserci alcuno spazio per il futuro, nelle ultime sequenze di Hokage Tsukamoto sembra suggerire che un futuro, comunque, ci sarà. Il domani non cancellerà le tracce del fuoco, ma, almeno, sarà in grado di cicatrizzarle ed evitare che le ferite portino al dissanguamento. Non è un caso che, fra i tre film, Hokage sia l’unico in cui non avviene alcun parricidio e (quindi) alcuna perpetrazione del male.
La pistola, ovvero l’evoluzione tecnica della lama dei samurai di Killing, non è più la garanzia d’identità di cui prova a liberarsi - senza riuscirci - il Tamura di Fires on the Plain. La pistola può essere abbandonata. Certo, altre pistole spareranno. Certo, il trauma non verrà guarito. Ma, perlomeno, esiste un’alternativa.
di Arturo Garavaglia
NC-284
13.03.2025
Bullet Ballet (1998)
Il cinema di Shin’ya Tsukamoto si è continuamente interrogato sull’identità. Lo ha fatto confrontandosi con diversi generi, dal body horror fino al neo noir. Quasi sempre, nella sua produzione, la riflessione sul corpo è strettamente legata al rapporto che esso intrattiene con la società contemporanea. La poetica del regista è percorsa da dualità le cui tensioni dialettiche vengono rese visibili nei suoi film: corpo e società, dolore e autocoscienza, fisicità e anima, umano e meccanico. Nel corso della sua carriera, Tsukamoto si è inoltre interrogato sul rapporto fra l’uomo e gli strumenti di distruzione che adopera, una riflessione urgente che il cineasta ha però sempre legato alla contemporaneità in opere come Tetsuo (1989) e Bullet Ballet (1998).
Assume quindi un certo rilievo la direzione presa dal suo cinema negli ultimi dieci anni, in cui l'autore ha diretto tre film girati nel passato che hanno come comune denominatore la guerra e la volontà di scavare nell’identità nazionale giapponese: Fires on the Plain (2014), Killing (2018) e Hokage (2023), in uscita nelle sale italiane il 13 marzo distribuito da Cat People, Minerva e Raro Video.
Prima di questi film, solo con Gemini (1999) Tsukamoto si era confrontato con un’ambientazione, utilizzando però il setting per rifarsi all’immaginario delle storie di fantasmi (kaidan) giapponesi. Tutte e tre le opere presentano elementi stilistici tipici del cinema di Tsukamoto. Fra questi, l’utilizzo di un montaggio ipercinetico, la camera a mano, l’uso ricorrente della dissolvenza incrociata, una fotografia digitale che esalta la plasticità dei corpi e l’utilizzo contingentato delle location.
Gemini (1999)
I film, inoltre, instaurano un dialogo diretto con opere della classicità del cinema giapponese. Se Fires on the Plain è tratto dallo stesso romanzo che ispirò il capolavoro del 1959 firmato da Kon Ichikawa, è difficile non ritrovare in Killing temi ricorrenti dei jidai-geki che hanno scritto pagine importanti della storia del cinema. È infine semplice guardare ad Hokage rapportandolo al vasto numero di lungometraggi che raccontano il Giappone post-bellico prodotti sin dagli anni ’40. Opere come Children of the Beehive (1948) di Hiroshi Shimizu o Children of Hiroshima (1952) di Kaneto Shindo sono solo due dei titoli che spiccano nel mare di opere che vedono come protagonisti i bambini giapponesi nell’immediato dopoguerra e che raccontano la difficoltà di ricostruzione del tessuto sociale di un Paese in macerie.
L’ambientazione storica delle pellicole, lungi dall’essere un semplice dato di fatto, è il primo elemento di nostro interesse. Fires on the Plain è ambientato durante la guerra, in una foresta delle Filippine. Killing è ambientato anch’esso in una foresta, ma nel Giappone dei mesi antecedenti alla caduta dello shogunato Tokugawa e alla conseguente restaurazione Meiji che porterà il Giappone ad entrare nella modernità. Hokage, infine, è ambientato nell’immediato dopoguerra e presenta un Atto interamente girato in un bosco.
Nei tre film l'autore si confronta con ciò che c’è prima di quella contemporaneità protagonista di tutti i suoi lavori sin dagli esordi. Tsukamoto, il regista cyberpunk per antonomasia, guarda al passato. Guarda al passato per cercare la genesi, e le forme embrionali, di quella società giapponese contemporanea analizzata in gran parte delle sue opere.
Fires on the Plain (2014)
Rivolgendosi indietro nel tempo, il regista cerca i momenti chiave che hanno formato l’uomo contemporaneo giapponese, scava nei suoi traumi, nelle sue relazioni, nei suoi impulsi. Cerca, in sintesi, i riti di passaggio che hanno plasmato l’identità contemporanea di un popolo. Lo fa collocandosi, in Killing, alle soglie della modernità. La stessa che condurrà il Giappone all’imperialismo e al conseguente massacro mostrato in Fires on the Plain ,che sarà a sua volta il trauma, l’ombra di fuoco, di cui porta i segni Hokage.
In tutte e tre le opere Tsukamoto cala i protagonisti in una condizione di liminalità. Essa è la fase che, nei riti di passaggio, segue il distacco dell’individuo dalla comunità e precede l’ingresso dentro una nuova fase della propria vita data dall’assunzione definitiva di un’identità. Nelle società primitive, la fase liminale è spesso associata all’abbandono dell’individuo in ambienti non antropizzati come foreste, giungle o deserti.
In Fires on the Plain la giungla delle Filippine è il luogo infernale in cui l’uomo giapponese fa esperienza del massacro e viene identificato come strumento di distruzione per uscirne profondamente cambiato. In Killing il giovane samurai interpretato da Sosuke Ikematsu deve imparare ad uccidere per poter andare a Edo a servire lo Shogun. L’apprendistato, il rito di passaggio, non può che avvenire nella foresta.
Killing (2018)
Sempre in un ambiente isolato avviene il compimento del coming-of-age del giovane protagonista di Hokage, un’educazione alla violenza e al male necessaria per permettergli di crescere e diventare proprio quell’uomo contemporaneo protagonista di buona parte della filmografia di Tsukamoto. In Fires on the Plain e in Killing, inoltre, compaiono figure che assumono per i personaggi dei connotati paterni. Sono dei cattivi padri, che educano i propri figli all’atto di uccidere per poi venire uccisi dagli stessi.
I tre film, dunque, pur con le loro specificità, collocano i protagonisti nella condizione di formazione di un’identità e sembrano direttamente collegati. Ad esempio, Fires on the Plain si conclude con i fuochi che danno titolo al film che si sovrappongono all’immagine del reduce Tamura. Con il fuoco che forgia una lama si apre il successivo Killing, un’opera che si interroga - come da titolo - sull’uccisione, sullo strumento e sulle modalità dell’uccidere. La “soggettiva senza soggetto” che chiude l'opera sembra essere la stessa che troviamo nelle primissime immagini di Hokage.
Proprio quest’ultimo, infine, si chiude con la scomparsa del giovane protagonista tra la folla del mercato mediante una dissolvenza incrociata. Il primo espediente - la sparizione - è lo stesso che conclude Killing, con il giovane samurai che diventa lo sguardo invisibile su cui scorrono i titoli di coda del film. Il secondo - la dissolvenza - è invece lo stesso adoperato da Tsukamoto per simboleggiare l’impossibilità del reduce di Fires on the Plain di uscire da quella giungla nel quale ha esperito l’orrore della "perdita di umanità".
Hokage (2023)
Il finale di Killing è certamente quello più ambiguo. Da un lato, il vagare nel bosco fino (forse) alla morte del giovane samurai può simboleggiare la fine dell’era della sua casta, che verrà soppressa con la restaurazione Meiji. Dall’altro, se si interpreta l’intera pellicola come un percorso di educazione all’atto di uccidere il vagare dissanguato del protagonista sembra più una prefigurazione dell’esito a cui questa "educazione alla morte" porterà il Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale. La foresta in cui si arena il samurai ferito è la stessa nella quale muoiono smembrati i soldati di Fires on the Plain ed è la medesima in cui avviene la presa di coscienza del trauma del bambino protagonista di Hokage.
Se, però, nei finali dei due film precedenti non sembra esserci alcuno spazio per il futuro, nelle ultime sequenze di Hokage Tsukamoto sembra suggerire che un futuro, comunque, ci sarà. Il domani non cancellerà le tracce del fuoco, ma, almeno, sarà in grado di cicatrizzarle ed evitare che le ferite portino al dissanguamento. Non è un caso che, fra i tre film, Hokage sia l’unico in cui non avviene alcun parricidio e (quindi) alcuna perpetrazione del male.
La pistola, ovvero l’evoluzione tecnica della lama dei samurai di Killing, non è più la garanzia d’identità di cui prova a liberarsi - senza riuscirci - il Tamura di Fires on the Plain. La pistola può essere abbandonata. Certo, altre pistole spareranno. Certo, il trauma non verrà guarito. Ma, perlomeno, esiste un’alternativa.