di Omar Franini
NC-280
02.03.2025
Lo scorso weekend si è conclusa la 75ª edizione della Berlinale e, come di consueto, è il momento di tirare le somme e analizzare nel dettaglio i vincitori.
Questa è stata la prima edizione sotto la direzione di Tricia Tuttle, subentrata dopo l’era di Carlo Chatrian e Mariette Rissenbeek. Durante il loro mandato, i due co-direttori erano riusciti a dare al festival una chiara identità, rendendolo una valida alternativa a Cannes e Venezia. Tuttavia, la scelta di eliminare la sezione Encounters per fare spazio a Perspectives, dedicata alle opere prime, non è stata accolta positivamente, e il programma in generale non ha mostrato quella ventata di novità “mainstream” che molti si aspettavano. Valutare l’operato di Tuttle dopo una sola edizione è prematuro, ma la sensazione è che questa Berlinale sia stata piuttosto sottotono, se non addirittura deludente, rispetto agli anni precedenti.
La selezione dei film in competizione ne è la prova più evidente. Sebbene ci siano state visioni piacevoli, che citeremo a breve, è innegabile che questa variopinta selezione sia mancata di originalità e ambizione - il peggior difetto possibile per un festival riconosciuto come punto di riferimento del cinema d’essai o “di nicchia”. Inoltre, relegare Leibniz - Chronicle of a Lost Painting di Edgar Reitz e No Beast. So Fierce. di Burhan Qurbani nella sezione Berlinale Special Gala è sembrata una scelta insensata: entrambe le opere, per la loro straordinaria qualità, avrebbero meritato un posto in competizione.
Il poster di Berlino 2025
Dag Johan Haugerud con l’Orso d’Oro in mano, insieme ai produttori Yngve Sæther and Hege Hauff Hvattum, © Richard Hübner / Berlinale 2025
La giuria, presieduta da Todd Haynes e composta da Rodrigo Moreno, Nabil Ayouch, Fan Bingbing, Maria Schrader, Bina Daigeler e Amy Nicholson, ha avuto il difficile compito di assegnare i premi ai film in competizione. Già dall’inizio della serata si poteva intuire un entusiasmo forzato nei volti dei giurati, come se le scelte fossero il risultato di un compromesso che non aveva pienamente soddisfatto tutti. A confermarlo è stato lo stesso Haynes che, quando gli è stato chiesto se ci fossero stati scontri interni, ha esitato prima di rispondere, aggirando poi la domanda con un discorso generico sulle diverse personalità della giuria.
Insomma, il palmarès sembra essere frutto di una mediazione tra le varie sensibilità ed esigenze dei giurati. Il primo premio assegnato è stato quello per il miglior contributo tecnico, un riconoscimento che abbiamo sempre apprezzato perché nei grandi festival raramente si dà spazio alla fotografia, al suono o alla colonna sonora. C’era grande curiosità e, alla vigilia, ci si aspettava un premio per la colonna sonora o il suono a Mother’s Baby di Johanna Moder, oppure un riconoscimento al reparto tecnico di Reflet dans un diamant mort di Hélène Cattet e Bruno Forzani. La scelta è invece ricaduta su La tour de glace di Lucile Hadžihalilović, premiato con il riconoscimento per il Creative Ensemble alla regista - un titolo il cui significato rimane ancora un mistero. Probabilmente qualcuno all’interno della giuria spingeva per assegnarle un premio più importante, come quello per la miglior regia, ma alla fine ci si è dovuti “accontentare” di questo atipico riconoscimento.
Subito dopo, Rodrigo Moreno ha consegnato il premio per la miglior sceneggiatura a Radu Jude, una vittoria che ci ha leggermente sorpreso, considerando che Kontinental ‘25 era il favorito per l’Orso d’Oro. Salito sul palco, l’eclettico regista rumeno ha iniziato il suo discorso parlando dei fondi a disposizione dei cineasti, raccontando un aneddoto su un incontro tra Luis Buñuel e Nicholas Ray e criticando la logica hollywoodiana dei grossi budget, definendola “stupida”. Ha poi espresso la speranza di un cambiamento nell’industria cinematografica, soprattutto in Romania, affinché vengano date maggiori opportunità agli artisti indipendenti. Infine, ha concluso con un messaggio di solidarietà verso i paesi europei governati da tirannie, augurandosi che la Corte penale internazionale possa portare giustizia e condannare certi “murderous bastards”.
Radu Jude sul palco con il premio per la miglior sceneggiatura, © Richard Hübner / Berlinale 2025
La cerimonia è poi proseguita con i due premi per le migliori interpretazioni e, per il secondo anno consecutivo, i riconoscimenti sono andati ad attori anglofoni piuttosto rinomati: Rose Byrne per If I Had Legs I’d Kick You come Miglior attrice protagonista e Andrew Scott per Blue Moon in quella di non protagonista. La vittoria di Byrne non ha sorpreso affatto: la sua prova è stata tra le più acclamate del festival e rappresenta il vero fulcro del secondo lungometraggio di Mary Bronstein, un film che, purtroppo, fatica a sfruttare appieno il potenziale della storia e l’eccellente prova dell’interprete australiana. Inoltre, dopo la Coppa Volpi vinta nel 2000 per The Goddess of 1967 di Clara Law, questo nuovo riconoscimento avvicina sempre di più Rose Byrne alla tripletta dei premi più prestigiosi dei festival europei - Berlino, Cannes e Venezia - un traguardo finora raggiunto solo da Juliette Binoche e Julianne Moore.
La vittoria di Andrew Scott, invece, ha sorpreso inizialmente, poiché ci si aspettava un riconoscimento alla sceneggiatura per Linklater o un premio per l’interpretazione a Ethan Hawke. Tuttavia, riflettendoci, il caso di Scott non è così insolito: la sua è una di quelle performance secondarie che catturano subito l’attenzione, sia per il lungo buildup prima della sua apparizione nel secondo atto, sia per il modo in cui l’attore irlandese riesce a bilanciare il carisma e la fragilità del suo personaggio.
Due interpretazioni più che meritevoli, dunque, anche se avremmo sperato in qualche scelta meno scontata - come, ad esempio, Andranic Manet per il suo splendido lavoro in Ari di Leonor Serraille. La cerimonia è poi proseguita con i premi più importanti, a partire da quello per la miglior regia, assegnato a Huo Meng per Living the Land, un raffinato dramma corale che racconta la storia di una famiglia allargata per esplorare il conflitto tra tradizione e modernità, passato e presente, vita e morte. Un premio più che meritato, soprattutto per la straordinaria sequenza finale, citata con enfasi dalla giuria prima di premiare un cineasta da tenere d’occhio negli anni a venire.
Rose Byrne sul palco con il premio per la miglior interpretazione, © Richard Hübner / Berlinale 2025
Il Premio della Giuria è stato invece assegnato a Iván Fund per El Mensaje, film sublime che esplora la connessione tra l’uomo e il mondo animale attraverso la figura Anika, una bambina di nove anni che possiede la capacità telepatica di comunicare con gli animali. Come Radu Jude, anche Fund ha colto l’occasione per mandare un messaggio di unione e di resilienza, citando la disastrosa situazione nell’industria cinematografica e culturale Argentina dopo i tagli drastici del presidente Javier Milei.
Gabriel Mascaro ha fatto invece un discorso piuttosto breve una volta salito sul palco a ritirare il Gran Premio della Giuria per O Último Azul. Il riconoscimento non ha soddisfatto appieno, non perché il suo lungometraggio non fosse buono, ma conoscendo le opere precedenti di Mascaro, forse ci si aspettava qualcosa di più. Dopo il ringraziamento iniziale al suo team, il cineasta brasiliano ha ricordato il messaggio alla base del film, l’importanza di sognare e trovare un nuovo significato alla propria vita.
A proposito di “sogni”, il film che si è aggiudicato l’ambito Orso d’Oro è stato Dreams, non il film di Michel Franco presentato anch’esso nella competizione, ma Drømmer, il terzo capitolo della trilogia Sex Dreams Love di Dag Johan Haugerud. Il film, che uscirà nelle nostre sale il 13 Marzo grazie a Wanted, parla di Johanne, studentessa che si innamora, per la prima volta, della sua insegnante di liceo. Per preservare i suoi sentimenti, la giovane documenta le sue emozioni e le sue esperienze per iscritto affidandole al suo diario. Quando sua madre e sua nonna leggono ciò che ha scritto, inizialmente rimangono scioccate dal contenuto fattuale, ma presto riconoscono il potenziale letterario del testo. Mentre discutono se pubblicarlo o meno, Johanne cerca di colmare il divario tra la sua fantasia romantica e la realtà, e tutte e tre le donne si confrontano con le loro differenti visioni sull'amore, la sessualità e la scoperta di sé. La vittoria di Dreams è stata più che meritata visto che l’opera di Haugerud era la migliore dell’intera competizione ed è una conclusione dignitosa che in parte salva un festival da dimenticare.
Iván Fund sul palco con il Premio della Giuria, © Richard Hübner / Berlinale 2025
di Omar Franini
NC-280
02.03.2025
Il poster di Berlino 2025
Lo scorso weekend si è conclusa la 75ª edizione della Berlinale e, come di consueto, è il momento di tirare le somme e analizzare nel dettaglio i vincitori.
Questa è stata la prima edizione sotto la direzione di Tricia Tuttle, subentrata dopo l’era di Carlo Chatrian e Mariette Rissenbeek. Durante il loro mandato, i due co-direttori erano riusciti a dare al festival una chiara identità, rendendolo una valida alternativa a Cannes e Venezia. Tuttavia, la scelta di eliminare la sezione Encounters per fare spazio a Perspectives, dedicata alle opere prime, non è stata accolta positivamente, e il programma in generale non ha mostrato quella ventata di novità “mainstream” che molti si aspettavano. Valutare l’operato di Tuttle dopo una sola edizione è prematuro, ma la sensazione è che questa Berlinale sia stata piuttosto sottotono, se non addirittura deludente, rispetto agli anni precedenti.
La selezione dei film in competizione ne è la prova più evidente. Sebbene ci siano state visioni piacevoli, che citeremo a breve, è innegabile che questa variopinta selezione sia mancata di originalità e ambizione - il peggior difetto possibile per un festival riconosciuto come punto di riferimento del cinema d’essai o “di nicchia”. Inoltre, relegare Leibniz - Chronicle of a Lost Painting di Edgar Reitz e No Beast. So Fierce. di Burhan Qurbani nella sezione Berlinale Special Gala è sembrata una scelta insensata: entrambe le opere, per la loro straordinaria qualità, avrebbero meritato un posto in competizione.
Dag Johan Haugerud con l’Orso d’Oro in mano, insieme ai produttori Yngve Sæther and Hege Hauff Hvattum, © Richard Hübner / Berlinale 2025
La giuria, presieduta da Todd Haynes e composta da Rodrigo Moreno, Nabil Ayouch, Fan Bingbing, Maria Schrader, Bina Daigeler e Amy Nicholson, ha avuto il difficile compito di assegnare i premi ai film in competizione. Già dall’inizio della serata si poteva intuire un entusiasmo forzato nei volti dei giurati, come se le scelte fossero il risultato di un compromesso che non aveva pienamente soddisfatto tutti. A confermarlo è stato lo stesso Haynes che, quando gli è stato chiesto se ci fossero stati scontri interni, ha esitato prima di rispondere, aggirando poi la domanda con un discorso generico sulle diverse personalità della giuria.
Insomma, il palmarès sembra essere frutto di una mediazione tra le varie sensibilità ed esigenze dei giurati. Il primo premio assegnato è stato quello per il miglior contributo tecnico, un riconoscimento che abbiamo sempre apprezzato perché nei grandi festival raramente si dà spazio alla fotografia, al suono o alla colonna sonora. C’era grande curiosità e, alla vigilia, ci si aspettava un premio per la colonna sonora o il suono a Mother’s Baby di Johanna Moder, oppure un riconoscimento al reparto tecnico di Reflet dans un diamant mort di Hélène Cattet e Bruno Forzani. La scelta è invece ricaduta su La tour de glace di Lucile Hadžihalilović, premiato con il riconoscimento per il Creative Ensemble alla regista - un titolo il cui significato rimane ancora un mistero. Probabilmente qualcuno all’interno della giuria spingeva per assegnarle un premio più importante, come quello per la miglior regia, ma alla fine ci si è dovuti “accontentare” di questo atipico riconoscimento.
Subito dopo, Rodrigo Moreno ha consegnato il premio per la miglior sceneggiatura a Radu Jude, una vittoria che ci ha leggermente sorpreso, considerando che Kontinental ‘25 era il favorito per l’Orso d’Oro. Salito sul palco, l’eclettico regista rumeno ha iniziato il suo discorso parlando dei fondi a disposizione dei cineasti, raccontando un aneddoto su un incontro tra Luis Buñuel e Nicholas Ray e criticando la logica hollywoodiana dei grossi budget, definendola “stupida”. Ha poi espresso la speranza di un cambiamento nell’industria cinematografica, soprattutto in Romania, affinché vengano date maggiori opportunità agli artisti indipendenti. Infine, ha concluso con un messaggio di solidarietà verso i paesi europei governati da tirannie, augurandosi che la Corte penale internazionale possa portare giustizia e condannare certi “murderous bastards”.
Radu Jude sul palco con il premio per la miglior sceneggiatura, © Richard Hübner / Berlinale 2025
La cerimonia è poi proseguita con i due premi per le migliori interpretazioni e, per il secondo anno consecutivo, i riconoscimenti sono andati ad attori anglofoni piuttosto rinomati: Rose Byrne per If I Had Legs I’d Kick You come Miglior attrice protagonista e Andrew Scott per Blue Moon in quella di non protagonista. La vittoria di Byrne non ha sorpreso affatto: la sua prova è stata tra le più acclamate del festival e rappresenta il vero fulcro del secondo lungometraggio di Mary Bronstein, un film che, purtroppo, fatica a sfruttare appieno il potenziale della storia e l’eccellente prova dell’interprete australiana. Inoltre, dopo la Coppa Volpi vinta nel 2000 per The Goddess of 1967 di Clara Law, questo nuovo riconoscimento avvicina sempre di più Rose Byrne alla tripletta dei premi più prestigiosi dei festival europei - Berlino, Cannes e Venezia - un traguardo finora raggiunto solo da Juliette Binoche e Julianne Moore.
La vittoria di Andrew Scott, invece, ha sorpreso inizialmente, poiché ci si aspettava un riconoscimento alla sceneggiatura per Linklater o un premio per l’interpretazione a Ethan Hawke. Tuttavia, riflettendoci, il caso di Scott non è così insolito: la sua è una di quelle performance secondarie che catturano subito l’attenzione, sia per il lungo buildup prima della sua apparizione nel secondo atto, sia per il modo in cui l’attore irlandese riesce a bilanciare il carisma e la fragilità del suo personaggio.
Due interpretazioni più che meritevoli, dunque, anche se avremmo sperato in qualche scelta meno scontata - come, ad esempio, Andranic Manet per il suo splendido lavoro in Ari di Leonor Serraille. La cerimonia è poi proseguita con i premi più importanti, a partire da quello per la miglior regia, assegnato a Huo Meng per Living the Land, un raffinato dramma corale che racconta la storia di una famiglia allargata per esplorare il conflitto tra tradizione e modernità, passato e presente, vita e morte. Un premio più che meritato, soprattutto per la straordinaria sequenza finale, citata con enfasi dalla giuria prima di premiare un cineasta da tenere d’occhio negli anni a venire.
Rose Byrne sul palco con il premio per la miglior interpretazione, © Richard Hübner / Berlinale 2025
Il Premio della Giuria è stato invece assegnato a Iván Fund per El Mensaje, film sublime che esplora la connessione tra l’uomo e il mondo animale attraverso la figura Anika, una bambina di nove anni che possiede la capacità telepatica di comunicare con gli animali. Come Radu Jude, anche Fund ha colto l’occasione per mandare un messaggio di unione e di resilienza, citando la disastrosa situazione nell’industria cinematografica e culturale Argentina dopo i tagli drastici del presidente Javier Milei.
Gabriel Mascaro ha fatto invece un discorso piuttosto breve una volta salito sul palco a ritirare il Gran Premio della Giuria per O Último Azul. Il riconoscimento non ha soddisfatto appieno, non perché il suo lungometraggio non fosse buono, ma conoscendo le opere precedenti di Mascaro, forse ci si aspettava qualcosa di più. Dopo il ringraziamento iniziale al suo team, il cineasta brasiliano ha ricordato il messaggio alla base del film, l’importanza di sognare e trovare un nuovo significato alla propria vita.
A proposito di “sogni”, il film che si è aggiudicato l’ambito Orso d’Oro è stato Dreams, non il film di Michel Franco presentato anch’esso nella competizione, ma Drømmer, il terzo capitolo della trilogia Sex Dreams Love di Dag Johan Haugerud. Il film, che uscirà nelle nostre sale il 13 Marzo grazie a Wanted, parla di Johanne, studentessa che si innamora, per la prima volta, della sua insegnante di liceo. Per preservare i suoi sentimenti, la giovane documenta le sue emozioni e le sue esperienze per iscritto affidandole al suo diario. Quando sua madre e sua nonna leggono ciò che ha scritto, inizialmente rimangono scioccate dal contenuto fattuale, ma presto riconoscono il potenziale letterario del testo. Mentre discutono se pubblicarlo o meno, Johanne cerca di colmare il divario tra la sua fantasia romantica e la realtà, e tutte e tre le donne si confrontano con le loro differenti visioni sull'amore, la sessualità e la scoperta di sé. La vittoria di Dreams è stata più che meritata visto che l’opera di Haugerud era la migliore dell’intera competizione ed è una conclusione dignitosa che in parte salva un festival da dimenticare.
Iván Fund sul palco con il Premio della Giuria, © Richard Hübner / Berlinale 2025