INT-91
27.03.2025
Come nasce il nostro amore per il cinema? Cosa ci spinge a voler trascorrere ore in una stanza buia a fissare uno schermo? E perché consideriamo la sala cinematografica un “luogo sacro”? Sono queste le domande alla base di Spectateurs! (2024), il nuovo film di Arnaud Desplechin presentato lo scorso anno al Festival di Cannes e in arrivo nelle nostre sale grazie ad Academy Two.
Per rispondere a questi interrogativi, il rinomato cineasta francese sceglie di dirigere un peculiare ibrido tra narrazione e finzione, nel quale esplora le motivazioni che portano una persona a diventare “spettatore”. Desplechin non vuole raccontare le proprie origini da regista o i motivi che lo hanno spinto a intraprendere questa carriera, ma piuttosto riflettere, a tutto tondo, sulla figura dello spettatore e sulla bellezza dell’esperienza cinematografica. Per farlo, “richiama” uno dei suoi personaggi più iconici: Paul Dedalus, il suo alter ego già protagonista di alcune sue opere passate, che occupa la maggior parte delle sequenze di finzione all’interno dell’opera.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Arnaud Desplechin, che ci ha svelato alcune curiosità sulla produzione di Spectateurs! e come il film sia connesso alle sue opere precedenti. Inoltre, ci ha intrattenuto con aneddoti cinefili del suo passato e condiviso alcune riflessioni sul cinema contemporaneo, soffermandosi sulle ultime opere di James Gray e Jonathan Glazer.
Paul Dedalus (Louis Birman) a 6 anni in una scena di Spectateurs! (2024)
Da cosa è stata dettata questa scelta di dirigere un ibrido tra fiction e documentario?
Il progetto è nato grazie al produttore Charles Gillibert. Siccome siamo entrambi degli estimatori del filosofo statunitense Stanley Cavell, mi aveva proposto di girare un documentario sulle sale cinematografiche e gli avevo subito risposto di no ovviamente, che non avrei mai fatto un documentario vero e proprio. Quindi mi è venuta in mente l’idea di un film d'essai, di un saggio cinematografico dove si hanno parti di finzione e diverse clip di lungometraggi del passato. Devo ammettere che sono stato anche influenzato da Armageddon Time (2022) di James Gray, soprattutto perché mostra questa “retrospettiva” sulla gioventù del protagonista, come se lui stesso fosse uno spettatore. Amo quel film, mi ricordo che la stampa francese ed internazionale non lo aveva apprezzato molto, le recensioni erano state piuttosto tiepide, ma considero l’opera di Gray un capolavoro. Inoltre, durante la fase finale del processo di scrittura, è successa una tragedia, piuttosto prevedibile e logica sotto un certo punto di vista, che ha influenzato il film, ovvero la morte di Jean-Luc Godard. Non mi definisco un “godardiano” a tutti gli effetti, ma ho sempre rispettato il suo lavoro, amo alcuni dei suoi film e, quando ha preso la decisione di sottoporsi al suicidio assistito, mi sono reso conto dell’enorme perdita che il mondo del cinema aveva subito. Non credo la gente abbia ancora realizzato quanto tragica sia stata la sua scomparsa. Ho visto tre volte Histoire(s) du cinéma (1989), un saggio cinematografico sull’arte di fare film, e ho pensato che quello che stavo scrivendo si accompagnava benissimo all’immenso progetto di Godard, perché è un essai sull’arte di essere uno spettatore… e con questo intendo me, te e chiunque altro (il regista indica diverse persone all’interno della stanza, n.d.r.), non solo registi o artisti rinomati, semplicemente spettatori.
Paul Dedalus è un personaggio di tua creazione, un alter ego della tua persona che hai già utilizzato in un paio dei tuoi film precedenti, come mai hai deciso di implementarlo all’interno della storia che hai raccontato? Inoltre, nel film hai percorso la strada che lo ha portato a diventare un cineasta, quanto è stato importante aggiungere questo aspetto?
È stato importante, ma non fondamentale, prendi ad esempio una delle sequenze finali del film: il personaggio interpretato da Salif Cissé dice che vorrebbe girare un film, lo farà davvero? Non credo proprio, ma non si sa mai, l’esperienza da spettatore e la visione del film di Truffaut gli hanno fatto venire in mente certi pensieri. Non ero intenzionato a raccontare di un ragazzino che diventa un regista, ma come questo diventa uno spettatore. Ho deciso di utilizzare il mio alter ego, come lo hai definito tu, perché Paul mi permette di esplorare e creare diversi personaggi. In Rois et Reine (Il re e la regina, 2004), Mathieu Amalric interpreta Ismaël Vuillard, una persona dai tratti brutali e crudeli, in poche parole un personaggio con delle caratteristiche specifiche… Paul non è così “specifico”, ha solo una caratteristica principale: è un ammiratore. Ammira le sue amanti, i suoi amici, i libri che legge ed infine il cinema, e questo lo rende lo spettatore perfetto. Mi piace la “neutralità” di Paul e sapevo già che avrei dovuto utilizzare diversi attori nel film, come i giovani Louis Birman e Milo Machado-Graner, che interpretano rispettivamente le versioni di Paul a sei e quattordici anni, oppure il già citato Salif Cissé e Olga Milshtein, che rappresentato anch’essi delle versioni feticcio di Paul Dedalus.
Rimanendo sul discorso Paul Dedalus, volevo approfondire uno dei due giovani attori con cui ha collaborato, Milo Machado-Graner, la rivelazione di Anatomie d’une chute (Anatomia di una caduta, 2023) di Justine Triet. Com'è stato lavorare con lui?
L’avevo conosciuto ancora prima di iniziare la sceneggiatura e ho scritto il personaggio apposta per lui. Di solito penso già agli attori che voglio per certi ruoli, ad esempio, sapevo già che il film si sarebbe concluso con la versione di Paul interpretata da Salif. Avevo girato le sequenze con Milo prima ancora del Festival di Cannes del 2023 e quindi della presentazione di Anatomie d’une chute. Era solo un ragazzo “normale” con poche esperienze attoriali, ma sin dai primi momenti ha mostrato grandi abilità recitative e soprattutto una certa sensibilità che non si trova spesso negli interpreti più giovani. Aveva già la consapevolezza del proprio ruolo come artista, e questo si è potuto riscontrare nella maturità con cui ha portato sullo schermo il personaggio. Quando ho visto il film di Justine Triet, Milo mi ha impressionato tantissimo e ho pensato “Wow, sa davvero fare tutto questo? Forse avrei dovuto approfondire di più la sua versione di Paul nel film” (il regista ride, n.d.r.), ma ormai era troppo tardi e non ho potuto fare nulla. É un peccato che non sia potuto rimanere di più al Festival di Cannes, doveva girare un film ed è andato via… ho visto come interagiva con i giornalisti e sembrava così intelligente e maturo. Quello che posso dire é che è stato un piacere lavorare con Milo, davvero un grande piacere.
Paul Dedalus adulto (Mathieu Amalric) in una scena del film
Visto che Spectateurs! è un film che mostra come sia nata la grande ammirazione del pubblico verso la Settima Arte, volevo chiederti se ci fosse stato un film, nello specifico, che ti ha fatto innamorare del mondo del cinema.
Credo che il mio amore verso il cinema non sia nato all’interno di una sala cinematografica, ma grazie allo schermo di un televisore. Potrei citare molti titoli, ma mi limiterò ad uno, Marnie (1964) di Alfred Hitchcock. Lo avevo visto da bambino a casa dei miei nonni, era una domenica pomeriggio e mi ricordo che quel film mi aveva scioccato, soprattutto la scena in cui la protagonista tenta il suicidio in una piscina dopo lo stupro perpetrato dal marito. Ero così terrorizzato che ho pensato “è davvero così la vita degli adulti?”, vedere certe dinamiche mi ha così incuriosito che ho iniziato a vedere sempre più film.
In Spectateurs! si possono vedere diverse clip di film, volevi mostrare quelli che hanno ispirato la tua carriera o quella di Paul?
In questo caso ho “barato” un pochino (il regista ride, n.d.r.), nel senso: nelle scene del Cineclub si possono vedere i film di Věra Chytilová, ma nella realtà, quando devo selezionare dei film in occasione di degli incontri, faccio vedere le opere di Glauber Rocha, come Antonio das Mortes (1969). Ho optato di mostrare le opere della Chytilová perché ho pensato fossero più “cool”, e inoltre i dialoghi della scena mostrata si sposano perfettamente con il film e con il personaggio di Marguerite. Ho usato certi ricordi personali legati al cinema, ma devo ammettere anche che la mia intenzione non era quella di mostrare i film più importanti o quelli che mi hanno influenzato. Non riguarda me. Certe scelte sono state dettate dalla narrazione del film… sarebbe stato un po’ idiosincrasico da parte mia, ma è ciò che ci accomuna. Prendi ad esempio Chimes at Midnight (Falstaff, 1965) di Orson Welles, lo reputo un capolavoro, ma ho mostrato sequenze anche di King Kong (1976) di John Guillermin, che non è proprio un capolavoro… volevo semplicemente mostrare diversi film che hanno creato una connessione con il pubblico.
Spectateurs! mostra l’importanza di vedere i film all’interno di una sala cinematografica e descrive la sensazione di condividere quell'esperienza con altre persone, ma allo stesso tempo, le case distributrici internazionali rilasciano i film con anni di ritardo e, visto l’avvento delle piattaforme streaming, spesso le persone si trovano “costrette” a vedere certi film da casa. E probabilmente la gente vedrà Spectateurs! su qualche piattaforma nei prossimi mesi… cosa ne pensi di questo argomento?
Oh, è qualcosa che non mi dispiace ad essere sincero. Sono cresciuto in un piccolo paese, il cinema locale mostrava pochi film. Potevo andare al cinema della città più vicina certamente, ma distava quarantacinque minuti di auto e non era molto comodo fare quel viaggio. Ho scoperto molti grandi classici della storia del cinema sullo schermo di un televisore. Non voglio essere frainteso ovviamente, vedere un film al cinema è un’altra esperienza, l’immagine più larga, l’uso del suono, c’è una certa magia nella sala cinematografica come sai. Ma non sono contro le piattaforme streaming. Per farti un esempio ti citerei Roma (2018) di Alfonso Cuarón, è stato mostrato alla Cinémathèque française e tutti i miei amici hanno posto enfasi su quanto sia importante vedere il film in sala… ma in quel momento non ho avuto l’occasione di recuperarlo, e così l’ho visto a casa sulla tv e l’ho amato lo stesso!
Secondo te, quali film recenti verranno considerati dei classici fra quindici/venti anni?
Molti film recenti diventeranno dei classici. Prima ho citato Armageddon Time, un film che a Cannes non ha ricevuto buone recensioni, ma citerei anche i film di PTA (Paul Thomas Anderson, n.d.r.) e un lungometraggio che reputo allo stesso livello di Roma, ovvero Once Upon a Time in Hollywood (C'era una volta a Hollywood, 2019) di Quentin Tarantino.
Rimanendo sempre su Armageddon Time e la dinamica tra nonno e nipote nel film, questa rimanda molto a quella tra Paul e sua nonna in Spectateurs!. Da cosa è stata dettata questa scelta? Allora il film di Gray è stato veramente un grande punto di riferimento?
Diciamo che quando non riesci ad avere un buon rapporto con i genitori, è più facile trovare quella connessione con i nonni (il regista ride, n.d.r.). Però, non sto cercando di evitare la tua domanda, ma sento che devo aggiungere un po’ di contesto. Quando mi sono trasferito a Parigi per studiare cinema (inizio anni ‘80, n.d.r.), la figura di “padre”, intesa come punto di riferimento del cinema francese di quel periodo, era Maurice Pialat e il “nuovo realismo” francese. Tutta la mia generazione di cineasti amava Pialat… ma io no. Non ero appassionato di quel tipo di realismo, ero più interessato alle figure dei “nonni” del cinema francese, la nouvelle vague, la generazione di mio “padre” in poche parole. Quindi ho deciso di schierarmi dalla parte della nouvelle vague rispetto a quella del nuovo realismo… e quindi dalla “parte” dei miei nonni.
Paul (Louis Birman) e sua nonna (Françoise Lebrun)
Nel film sono presenti alcune sequenze dove vengono intervistate diverse persone sulla loro esperienza al cinema, volevo chiederti se potevi approfondire meglio questo discorso e, inoltre, volevo sapere come avessi scelto i volti che compaiono in quelle scene.
Quelle parti potevano essere più lunghe ad essere sincero, le persone che ho intervistato mi hanno sorpreso molto. Per sceglierle mi sono totalmente affidato ad un casting director, doveva essere tutto casuale. Ho chiesto di scegliere persone che non erano per forza dei “cinefili”, alcune di queste vanno tre volte a settimana al cinema, mentre altre solo due volte all’anno per dirti. Non mi interessava che fossero degli appassionati, come anche l’età. Abbiamo girato queste scene sempre a fine giornata e, come puoi immaginare, ero sempre piuttosto stanco in quei momenti, ma, nonostante ciò, era importante che creassero con me una certa connessione, perché era la prima volta che magari si trovavano davanti ad una cinepresa e dovevo metterli a loro agio. È stata un’esperienza importante visto che queste sequenze rappresentano una sorta di metafora o metonimia del film, perché al suo centro ci sono gli spettatori, coloro che stanno nell’ombra durante la proiezione. Si trovano al buio, sono anonimi, ma in questo caso loro sono al centro della storia e possono raccontare di queste esperienza collettiva.
Come hai ideato la struttura narrativa del film? È interessante come all’inizio ci sia questo parallelismo tra il romanticismo e il cinema, che poi viene a decadere una volta che inserisci le clip di Shoah (1985).
Sapevo di volere un qualcosa di romantico all’interno del film e alla base c’era la domanda “ho mai frequentato qualcuno all’interno di una sala cinematografica?”. Mi è capitato in passato (il regista ride, n.d.r.) e ho pensato di inserire questo elemento che potesse intrattenere l’ audience… inoltre questi segmenti si sposavano perfettamente con le citazioni a Coppola e la passione mostrata dai giovani ragazzi nel voler discutere dei film appena visti dopo la loro proiezione. Per quanto riguarda Shoah, ho avuto il piacere di conoscere Claude Lanzmann, eravamo buoni amici e avevo visto il documentario anni prima del nostro incontro. Scoprire quel lavoro è stato piuttosto importante per me e sapevo che avrei dedicato un intero capitolo a Shoah. All’inizio non pensavo sarebbe stato un capitolo lungo, ma avevo capito che in qualche modo rappresentava il “cuore” dell’opera, una parte emotiva fondamentale, anche perché credo che la visione di Shoah sia stata una delle esperienze cinematografiche più radicali che abbia mai vissuto. Ricordo ancora che ci è voluto diverso tempo per riprendermi dopo la visione, dovevo riflettere e processare tutto ciò a cui avevo assistito. Ero un testimone di questa esperienza come dico nel voice over. Questa è una cosa che riguarda anche te e il tuo lavoro. Guardi un film e devi cercare di spiegare o convincere la gente ad andare a vederlo, prendi ad esempio Emilia Pérez (2024) di Audiard, è un bel film ma non rientra in dei canoni classici per il pubblico, oppure Megalopolis di Coppola, che è bizzarro e strano, ma pur sempre affascinante. A volte la gente non ti crederà e tu devi motivare il perché delle tue parole, devi dimostrare, appunto, che sei stato un “testimone” dell’effettivo valore di un’opera. Quando vidi Shoah per la prima volta cercai di convincere invano i miei amici ad andare a vederlo, mi presero per pazzo quando scoprirono che la durata era di nove ore e mezza. Inoltre, pensavano di sapere già “tutto” sullo sterminio degli ebrei in Europa, al che risposi che non era vero e che dovevamo comunque andare a vederlo… in quel caso non riuscii a spiegare o a “testimoniare” la mia esperienza.
Giusto per curiosità, cosa ne pensi di The Zone of Interest (La zona d'interesse, 2023) di Jonathan Glazer e dell’approccio con cui ha affrontato la tematica dell’Olocausto?
Non mi piace criticare negativamente o attaccare un film, è una questione morale per me… per quanto riguarda Glazer, ho amato Birth (2004) e tutti i suoi film in generale, quindi “devo amare” anche The Zone of Interest in qualche modo. Mi ha fatto piacere che il film abbia avuto così tanto successo, perché la gente dice che le nuove generazioni non hanno interesse verso ciò che successo nel passato, che non voglio scavare nelle ragioni socio politiche che hanno portato a determinati eventi - il che non è per niente vero. Non si può negare che il film sia austero, ovviamente, e vedere i cinema sold out per un’opera del genere è stata una grandissima notizia. Però devo ammettere che, a differenza di Son of Saul (Il figlio di Saul, 2015), il film di László Nemes, ci sono alcuni aspetti di The Zone of Interest che mi hanno lasciato perplesso. Si ha questo muro che separa il giardino dal campo di concentramento e quindi dalle camere a gas. Diverse persone sono morte anche in altre maniere atroci. Per me non c’è differenza, in entrambi i casi si parla di uno sterminio. Vedendo il film, ho notato come si ponga molta enfasi a ciò che c’è dietro al muro, ovvero la camera a gas, e mi è venuto da pensare che non mi interessa il modo in cui queste persone hanno perso la vita. Quello che mi interessa è sapere quante persone sono morte e, soprattutto, il perché di queste atroci azioni. Per questo preferisco Son of Saul, il cui finale è così poetico. Davvero un gran bel film.
Paul Dedalus (Milo Machado-Graner) a 14 anni
Quale è stato il tuo criterio per la scelta delle opere mostrate in Spectateurs! ?
Il mio intento non era quello di sedurre lo spettatore con una selezione di film, inoltre credo che non bisognerebbe fare una distinzione tra generi o tematiche, quindi, in poche parole, posso ammirare un film come Shoah quanto Notting Hill (1999). Il cinema non è un arte nobile, come la pittura o il teatro, i film sono nati per essere “popolari” e moriranno allo stesso modo. Per spiegarti meglio, prendi ad esempio It Happened One Night (Accadde una notte, 1934), tutti dicono “è un capolavoro, è di Frank Capra!” e io penso che anche la scena in cui Julia Roberts è sotto le coperte in Notting Hill sia un capolavoro.
Quest’ultimo periodo si può dire che è stato piuttosto prolifico per te, nel 2021 è stato presentato Tromperie, poi l’anno seguente Frère et Sœur (Fratello e sorella) e l’anno scorso Spectateurs!. Cosa puoi dirmi dei tuoi progetti futuri?
Di solito prendo solo una settimana di “ferie” all’anno, il che non è tanto generoso nei confronti di mio figlio, ma purtroppo sono fatto così. Un paio di anni fa ho optato per una vacanza più lunga e in quell’occasione ho approfittato per pensare a diversi progetti. Così subito dopo aver terminato la sceneggiatura di Spectateurs! mi sono messo di nuovo a lavorare. Quello che doveva essere il mio prossimo film, ovvero una commedia parigina in inglese con un cast statunitense, è slittato per via del calendario di alcuni attori, quindi ho deciso di dare la priorità a un melodramma ambientato nel mondo della musica classica, l’ho girato lo scorso settembre a Lione (Une affaire, con protagonista François Civil, n.d.r.).
Per quale film ti piacerebbe essere ricordato?
Oh, non penso mai ai miei film, quello è il tuo lavoro (il regista ride, n.d.r.), altrimenti rimarrei bloccato e non potrei iniziare un nuovo progetto. Fare un film è come crescere un figlio, all’inizio devi prenderti cura di lui e “aiutarlo”, ma quando diventa grande, sarà in grado di badare a se stesso, non so se mi sono spiegato.
Vorrei concludere questa conversazione chiedendoti se avessi qualche aneddoto cinefilo particolare che vorresti condividere con noi.
Un po’ di anni fa Orson Welles fece una visita alla Cinémathèque française e, come puoi immaginare, molti studenti di cinema erano presenti, tutti volevano sentire le sagge parole di un Maestro come Welles. Ricordo ancora che ci eravamo messi in fila tre ore prima dell’inizio dell’incontro, eravamo veramente emozionati. Una volta seduti nel teatro, vediamo arrivare questo omone su una sedia a rotelle. Durante la masterclass chiese ai presenti chi volesse diventare un regista e tutti alzarono la mano. Subito dopo chiese chi volesse fare “intrattenimento”, solo io e il mio amico Eric alzammo la mano… fare quel tipo di cinema all’epoca era visto come un “peccato” (il regista ride, n.d.r.) e sono sempre stato contrario a questa concezione snob della Settima Arte.
Il trailer di Spectateurs! (2024)
INT-91
27.03.2025
Come nasce il nostro amore per il cinema? Cosa ci spinge a voler trascorrere ore in una stanza buia a fissare uno schermo? E perché consideriamo la sala cinematografica un “luogo sacro”? Sono queste le domande alla base di Spectateurs! (2024), il nuovo film di Arnaud Desplechin presentato lo scorso anno al Festival di Cannes e in arrivo nelle nostre sale grazie ad Academy Two.
Per rispondere a questi interrogativi, il rinomato cineasta francese sceglie di dirigere un peculiare ibrido tra narrazione e finzione, nel quale esplora le motivazioni che portano una persona a diventare “spettatore”. Desplechin non vuole raccontare le proprie origini da regista o i motivi che lo hanno spinto a intraprendere questa carriera, ma piuttosto riflettere, a tutto tondo, sulla figura dello spettatore e sulla bellezza dell’esperienza cinematografica. Per farlo, “richiama” uno dei suoi personaggi più iconici: Paul Dedalus, il suo alter ego già protagonista di alcune sue opere passate, che occupa la maggior parte delle sequenze di finzione all’interno dell’opera.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Arnaud Desplechin, che ci ha svelato alcune curiosità sulla produzione di Spectateurs! e come il film sia connesso alle sue opere precedenti. Inoltre, ci ha intrattenuto con aneddoti cinefili del suo passato e condiviso alcune riflessioni sul cinema contemporaneo, soffermandosi sulle ultime opere di James Gray e Jonathan Glazer.
Paul Dedalus (Louis Birman) a 6 anni in una scena di Spectateurs! (2024)
Da cosa è stata dettata questa scelta di dirigere un ibrido tra fiction e documentario?
Il progetto è nato grazie al produttore Charles Gillibert. Siccome siamo entrambi degli estimatori del filosofo statunitense Stanley Cavell, mi aveva proposto di girare un documentario sulle sale cinematografiche e gli avevo subito risposto di no ovviamente, che non avrei mai fatto un documentario vero e proprio. Quindi mi è venuta in mente l’idea di un film d'essai, di un saggio cinematografico dove si hanno parti di finzione e diverse clip di lungometraggi del passato. Devo ammettere che sono stato anche influenzato da Armageddon Time (2022) di James Gray, soprattutto perché mostra questa “retrospettiva” sulla gioventù del protagonista, come se lui stesso fosse uno spettatore. Amo quel film, mi ricordo che la stampa francese ed internazionale non lo aveva apprezzato molto, le recensioni erano state piuttosto tiepide, ma considero l’opera di Gray un capolavoro. Inoltre, durante la fase finale del processo di scrittura, è successa una tragedia, piuttosto prevedibile e logica sotto un certo punto di vista, che ha influenzato il film, ovvero la morte di Jean-Luc Godard. Non mi definisco un “godardiano” a tutti gli effetti, ma ho sempre rispettato il suo lavoro, amo alcuni dei suoi film e, quando ha preso la decisione di sottoporsi al suicidio assistito, mi sono reso conto dell’enorme perdita che il mondo del cinema aveva subito. Non credo la gente abbia ancora realizzato quanto tragica sia stata la sua scomparsa. Ho visto tre volte Histoire(s) du cinéma (1989), un saggio cinematografico sull’arte di fare film, e ho pensato che quello che stavo scrivendo si accompagnava benissimo all’immenso progetto di Godard, perché è un essai sull’arte di essere uno spettatore… e con questo intendo me, te e chiunque altro (il regista indica diverse persone all’interno della stanza, n.d.r.), non solo registi o artisti rinomati, semplicemente spettatori.
Paul Dedalus è un personaggio di tua creazione, un alter ego della tua persona che hai già utilizzato in un paio dei tuoi film precedenti, come mai hai deciso di implementarlo all’interno della storia che hai raccontato? Inoltre, nel film hai percorso la strada che lo ha portato a diventare un cineasta, quanto è stato importante aggiungere questo aspetto?
È stato importante, ma non fondamentale, prendi ad esempio una delle sequenze finali del film: il personaggio interpretato da Salif Cissé dice che vorrebbe girare un film, lo farà davvero? Non credo proprio, ma non si sa mai, l’esperienza da spettatore e la visione del film di Truffaut gli hanno fatto venire in mente certi pensieri. Non ero intenzionato a raccontare di un ragazzino che diventa un regista, ma come questo diventa uno spettatore. Ho deciso di utilizzare il mio alter ego, come lo hai definito tu, perché Paul mi permette di esplorare e creare diversi personaggi. In Rois et Reine (Il re e la regina, 2004), Mathieu Amalric interpreta Ismaël Vuillard, una persona dai tratti brutali e crudeli, in poche parole un personaggio con delle caratteristiche specifiche… Paul non è così “specifico”, ha solo una caratteristica principale: è un ammiratore. Ammira le sue amanti, i suoi amici, i libri che legge ed infine il cinema, e questo lo rende lo spettatore perfetto. Mi piace la “neutralità” di Paul e sapevo già che avrei dovuto utilizzare diversi attori nel film, come i giovani Louis Birman e Milo Machado-Graner, che interpretano rispettivamente le versioni di Paul a sei e quattordici anni, oppure il già citato Salif Cissé e Olga Milshtein, che rappresentato anch’essi delle versioni feticcio di Paul Dedalus.
Rimanendo sul discorso Paul Dedalus, volevo approfondire uno dei due giovani attori con cui ha collaborato, Milo Machado-Graner, la rivelazione di Anatomie d’une chute (Anatomia di una caduta, 2023) di Justine Triet. Com'è stato lavorare con lui?
L’avevo conosciuto ancora prima di iniziare la sceneggiatura e ho scritto il personaggio apposta per lui. Di solito penso già agli attori che voglio per certi ruoli, ad esempio, sapevo già che il film si sarebbe concluso con la versione di Paul interpretata da Salif. Avevo girato le sequenze con Milo prima ancora del Festival di Cannes del 2023 e quindi della presentazione di Anatomie d’une chute. Era solo un ragazzo “normale” con poche esperienze attoriali, ma sin dai primi momenti ha mostrato grandi abilità recitative e soprattutto una certa sensibilità che non si trova spesso negli interpreti più giovani. Aveva già la consapevolezza del proprio ruolo come artista, e questo si è potuto riscontrare nella maturità con cui ha portato sullo schermo il personaggio. Quando ho visto il film di Justine Triet, Milo mi ha impressionato tantissimo e ho pensato “Wow, sa davvero fare tutto questo? Forse avrei dovuto approfondire di più la sua versione di Paul nel film” (il regista ride, n.d.r.), ma ormai era troppo tardi e non ho potuto fare nulla. É un peccato che non sia potuto rimanere di più al Festival di Cannes, doveva girare un film ed è andato via… ho visto come interagiva con i giornalisti e sembrava così intelligente e maturo. Quello che posso dire é che è stato un piacere lavorare con Milo, davvero un grande piacere.
Paul Dedalus adulto (Mathieu Amalric) in una scena del film
Visto che Spectateurs! è un film che mostra come sia nata la grande ammirazione del pubblico verso la Settima Arte, volevo chiederti se ci fosse stato un film, nello specifico, che ti ha fatto innamorare del mondo del cinema.
Credo che il mio amore verso il cinema non sia nato all’interno di una sala cinematografica, ma grazie allo schermo di un televisore. Potrei citare molti titoli, ma mi limiterò ad uno, Marnie (1964) di Alfred Hitchcock. Lo avevo visto da bambino a casa dei miei nonni, era una domenica pomeriggio e mi ricordo che quel film mi aveva scioccato, soprattutto la scena in cui la protagonista tenta il suicidio in una piscina dopo lo stupro perpetrato dal marito. Ero così terrorizzato che ho pensato “è davvero così la vita degli adulti?”, vedere certe dinamiche mi ha così incuriosito che ho iniziato a vedere sempre più film.
In Spectateurs! si possono vedere diverse clip di film, volevi mostrare quelli che hanno ispirato la tua carriera o quella di Paul?
In questo caso ho “barato” un pochino (il regista ride, n.d.r.), nel senso: nelle scene del Cineclub si possono vedere i film di Věra Chytilová, ma nella realtà, quando devo selezionare dei film in occasione di degli incontri, faccio vedere le opere di Glauber Rocha, come Antonio das Mortes (1969). Ho optato di mostrare le opere della Chytilová perché ho pensato fossero più “cool”, e inoltre i dialoghi della scena mostrata si sposano perfettamente con il film e con il personaggio di Marguerite. Ho usato certi ricordi personali legati al cinema, ma devo ammettere anche che la mia intenzione non era quella di mostrare i film più importanti o quelli che mi hanno influenzato. Non riguarda me. Certe scelte sono state dettate dalla narrazione del film… sarebbe stato un po’ idiosincrasico da parte mia, ma è ciò che ci accomuna. Prendi ad esempio Chimes at Midnight (Falstaff, 1965) di Orson Welles, lo reputo un capolavoro, ma ho mostrato sequenze anche di King Kong (1976) di John Guillermin, che non è proprio un capolavoro… volevo semplicemente mostrare diversi film che hanno creato una connessione con il pubblico.
Spectateurs! mostra l’importanza di vedere i film all’interno di una sala cinematografica e descrive la sensazione di condividere quell'esperienza con altre persone, ma allo stesso tempo, le case distributrici internazionali rilasciano i film con anni di ritardo e, visto l’avvento delle piattaforme streaming, spesso le persone si trovano “costrette” a vedere certi film da casa. E probabilmente la gente vedrà Spectateurs! su qualche piattaforma nei prossimi mesi… cosa ne pensi di questo argomento?
Oh, è qualcosa che non mi dispiace ad essere sincero. Sono cresciuto in un piccolo paese, il cinema locale mostrava pochi film. Potevo andare al cinema della città più vicina certamente, ma distava quarantacinque minuti di auto e non era molto comodo fare quel viaggio. Ho scoperto molti grandi classici della storia del cinema sullo schermo di un televisore. Non voglio essere frainteso ovviamente, vedere un film al cinema è un’altra esperienza, l’immagine più larga, l’uso del suono, c’è una certa magia nella sala cinematografica come sai. Ma non sono contro le piattaforme streaming. Per farti un esempio ti citerei Roma (2018) di Alfonso Cuarón, è stato mostrato alla Cinémathèque française e tutti i miei amici hanno posto enfasi su quanto sia importante vedere il film in sala… ma in quel momento non ho avuto l’occasione di recuperarlo, e così l’ho visto a casa sulla tv e l’ho amato lo stesso!
Secondo te, quali film recenti verranno considerati dei classici fra quindici/venti anni?
Molti film recenti diventeranno dei classici. Prima ho citato Armageddon Time, un film che a Cannes non ha ricevuto buone recensioni, ma citerei anche i film di PTA (Paul Thomas Anderson, n.d.r.) e un lungometraggio che reputo allo stesso livello di Roma, ovvero Once Upon a Time in Hollywood (C'era una volta a Hollywood, 2019) di Quentin Tarantino.
Rimanendo sempre su Armageddon Time e la dinamica tra nonno e nipote nel film, questa rimanda molto a quella tra Paul e sua nonna in Spectateurs!. Da cosa è stata dettata questa scelta? Allora il film di Gray è stato veramente un grande punto di riferimento?
Diciamo che quando non riesci ad avere un buon rapporto con i genitori, è più facile trovare quella connessione con i nonni (il regista ride, n.d.r.). Però, non sto cercando di evitare la tua domanda, ma sento che devo aggiungere un po’ di contesto. Quando mi sono trasferito a Parigi per studiare cinema (inizio anni ‘80, n.d.r.), la figura di “padre”, intesa come punto di riferimento del cinema francese di quel periodo, era Maurice Pialat e il “nuovo realismo” francese. Tutta la mia generazione di cineasti amava Pialat… ma io no. Non ero appassionato di quel tipo di realismo, ero più interessato alle figure dei “nonni” del cinema francese, la nouvelle vague, la generazione di mio “padre” in poche parole. Quindi ho deciso di schierarmi dalla parte della nouvelle vague rispetto a quella del nuovo realismo… e quindi dalla “parte” dei miei nonni.
Paul (Louis Birman) e sua nonna (Françoise Lebrun)
Nel film sono presenti alcune sequenze dove vengono intervistate diverse persone sulla loro esperienza al cinema, volevo chiederti se potevi approfondire meglio questo discorso e, inoltre, volevo sapere come avessi scelto i volti che compaiono in quelle scene.
Quelle parti potevano essere più lunghe ad essere sincero, le persone che ho intervistato mi hanno sorpreso molto. Per sceglierle mi sono totalmente affidato ad un casting director, doveva essere tutto casuale. Ho chiesto di scegliere persone che non erano per forza dei “cinefili”, alcune di queste vanno tre volte a settimana al cinema, mentre altre solo due volte all’anno per dirti. Non mi interessava che fossero degli appassionati, come anche l’età. Abbiamo girato queste scene sempre a fine giornata e, come puoi immaginare, ero sempre piuttosto stanco in quei momenti, ma, nonostante ciò, era importante che creassero con me una certa connessione, perché era la prima volta che magari si trovavano davanti ad una cinepresa e dovevo metterli a loro agio. È stata un’esperienza importante visto che queste sequenze rappresentano una sorta di metafora o metonimia del film, perché al suo centro ci sono gli spettatori, coloro che stanno nell’ombra durante la proiezione. Si trovano al buio, sono anonimi, ma in questo caso loro sono al centro della storia e possono raccontare di queste esperienza collettiva.
Come hai ideato la struttura narrativa del film? È interessante come all’inizio ci sia questo parallelismo tra il romanticismo e il cinema, che poi viene a decadere una volta che inserisci le clip di Shoah (1985).
Sapevo di volere un qualcosa di romantico all’interno del film e alla base c’era la domanda “ho mai frequentato qualcuno all’interno di una sala cinematografica?”. Mi è capitato in passato (il regista ride, n.d.r.) e ho pensato di inserire questo elemento che potesse intrattenere l’ audience… inoltre questi segmenti si sposavano perfettamente con le citazioni a Coppola e la passione mostrata dai giovani ragazzi nel voler discutere dei film appena visti dopo la loro proiezione. Per quanto riguarda Shoah, ho avuto il piacere di conoscere Claude Lanzmann, eravamo buoni amici e avevo visto il documentario anni prima del nostro incontro. Scoprire quel lavoro è stato piuttosto importante per me e sapevo che avrei dedicato un intero capitolo a Shoah. All’inizio non pensavo sarebbe stato un capitolo lungo, ma avevo capito che in qualche modo rappresentava il “cuore” dell’opera, una parte emotiva fondamentale, anche perché credo che la visione di Shoah sia stata una delle esperienze cinematografiche più radicali che abbia mai vissuto. Ricordo ancora che ci è voluto diverso tempo per riprendermi dopo la visione, dovevo riflettere e processare tutto ciò a cui avevo assistito. Ero un testimone di questa esperienza come dico nel voice over. Questa è una cosa che riguarda anche te e il tuo lavoro. Guardi un film e devi cercare di spiegare o convincere la gente ad andare a vederlo, prendi ad esempio Emilia Pérez (2024) di Audiard, è un bel film ma non rientra in dei canoni classici per il pubblico, oppure Megalopolis di Coppola, che è bizzarro e strano, ma pur sempre affascinante. A volte la gente non ti crederà e tu devi motivare il perché delle tue parole, devi dimostrare, appunto, che sei stato un “testimone” dell’effettivo valore di un’opera. Quando vidi Shoah per la prima volta cercai di convincere invano i miei amici ad andare a vederlo, mi presero per pazzo quando scoprirono che la durata era di nove ore e mezza. Inoltre, pensavano di sapere già “tutto” sullo sterminio degli ebrei in Europa, al che risposi che non era vero e che dovevamo comunque andare a vederlo… in quel caso non riuscii a spiegare o a “testimoniare” la mia esperienza.
Giusto per curiosità, cosa ne pensi di The Zone of Interest (La zona d'interesse, 2023) di Jonathan Glazer e dell’approccio con cui ha affrontato la tematica dell’Olocausto?
Non mi piace criticare negativamente o attaccare un film, è una questione morale per me… per quanto riguarda Glazer, ho amato Birth (2004) e tutti i suoi film in generale, quindi “devo amare” anche The Zone of Interest in qualche modo. Mi ha fatto piacere che il film abbia avuto così tanto successo, perché la gente dice che le nuove generazioni non hanno interesse verso ciò che successo nel passato, che non voglio scavare nelle ragioni socio politiche che hanno portato a determinati eventi - il che non è per niente vero. Non si può negare che il film sia austero, ovviamente, e vedere i cinema sold out per un’opera del genere è stata una grandissima notizia. Però devo ammettere che, a differenza di Son of Saul (Il figlio di Saul, 2015), il film di László Nemes, ci sono alcuni aspetti di The Zone of Interest che mi hanno lasciato perplesso. Si ha questo muro che separa il giardino dal campo di concentramento e quindi dalle camere a gas. Diverse persone sono morte anche in altre maniere atroci. Per me non c’è differenza, in entrambi i casi si parla di uno sterminio. Vedendo il film, ho notato come si ponga molta enfasi a ciò che c’è dietro al muro, ovvero la camera a gas, e mi è venuto da pensare che non mi interessa il modo in cui queste persone hanno perso la vita. Quello che mi interessa è sapere quante persone sono morte e, soprattutto, il perché di queste atroci azioni. Per questo preferisco Son of Saul, il cui finale è così poetico. Davvero un gran bel film.
Paul Dedalus (Milo Machado-Graner) a 14 anni
Quale è stato il tuo criterio per la scelta delle opere mostrate in Spectateurs! ?
Il mio intento non era quello di sedurre lo spettatore con una selezione di film, inoltre credo che non bisognerebbe fare una distinzione tra generi o tematiche, quindi, in poche parole, posso ammirare un film come Shoah quanto Notting Hill (1999). Il cinema non è un arte nobile, come la pittura o il teatro, i film sono nati per essere “popolari” e moriranno allo stesso modo. Per spiegarti meglio, prendi ad esempio It Happened One Night (Accadde una notte, 1934), tutti dicono “è un capolavoro, è di Frank Capra!” e io penso che anche la scena in cui Julia Roberts è sotto le coperte in Notting Hill sia un capolavoro.
Quest’ultimo periodo si può dire che è stato piuttosto prolifico per te, nel 2021 è stato presentato Tromperie, poi l’anno seguente Frère et Sœur (Fratello e sorella) e l’anno scorso Spectateurs!. Cosa puoi dirmi dei tuoi progetti futuri?
Di solito prendo solo una settimana di “ferie” all’anno, il che non è tanto generoso nei confronti di mio figlio, ma purtroppo sono fatto così. Un paio di anni fa ho optato per una vacanza più lunga e in quell’occasione ho approfittato per pensare a diversi progetti. Così subito dopo aver terminato la sceneggiatura di Spectateurs! mi sono messo di nuovo a lavorare. Quello che doveva essere il mio prossimo film, ovvero una commedia parigina in inglese con un cast statunitense, è slittato per via del calendario di alcuni attori, quindi ho deciso di dare la priorità a un melodramma ambientato nel mondo della musica classica, l’ho girato lo scorso settembre a Lione (Une affaire, con protagonista François Civil, n.d.r.).
Per quale film ti piacerebbe essere ricordato?
Oh, non penso mai ai miei film, quello è il tuo lavoro (il regista ride, n.d.r.), altrimenti rimarrei bloccato e non potrei iniziare un nuovo progetto. Fare un film è come crescere un figlio, all’inizio devi prenderti cura di lui e “aiutarlo”, ma quando diventa grande, sarà in grado di badare a se stesso, non so se mi sono spiegato.
Vorrei concludere questa conversazione chiedendoti se avessi qualche aneddoto cinefilo particolare che vorresti condividere con noi.
Un po’ di anni fa Orson Welles fece una visita alla Cinémathèque française e, come puoi immaginare, molti studenti di cinema erano presenti, tutti volevano sentire le sagge parole di un Maestro come Welles. Ricordo ancora che ci eravamo messi in fila tre ore prima dell’inizio dell’incontro, eravamo veramente emozionati. Una volta seduti nel teatro, vediamo arrivare questo omone su una sedia a rotelle. Durante la masterclass chiese ai presenti chi volesse diventare un regista e tutti alzarono la mano. Subito dopo chiese chi volesse fare “intrattenimento”, solo io e il mio amico Eric alzammo la mano… fare quel tipo di cinema all’epoca era visto come un “peccato” (il regista ride, n.d.r.) e sono sempre stato contrario a questa concezione snob della Settima Arte.
Il trailer di Spectateurs! (2024)