INT-87
11.03.2025
Nel corso degli ultimi dodici mesi il norvegese Dag Johan Haugerud ha presentato il suo nuovo progetto cinematografico, la trilogia “Sex, Dreams, Love”, che affronta le diverse sfaccettature delle relazioni moderne all’interno di un mondo dove essere liberamente se stessi risulta ancora difficile.
Il primo capitolo, Sex, era stato presentato nella sezione Panorama al Festival di Berlino dello scorso anno e si concentrava sulle vicende di due amici eterosessuali che, attraverso nuove esperienze, giungono ad una nuova concezione del sesso e dell’identità di genere. Love, la seconda parte selezionata in Competizione allo scorso Festival di Venezia, è invece un’affascinante esplorazione di come ci rapportiamo alle tecnologie moderne per cercare l’amore o semplicemente un incontro fugace. Infine, Dreams è stato presentato il mese scorso al Festival di Berlino, dove è riuscito a vincere l’Orso d’Oro, e narra la storia di Johanne, adolescente che scopre l’amore dopo essersi infatuata della propria insegnante.
La trilogia uscirà nelle sale italiane grazie a Wanted Cinema cominciando con Dreams, il 13 marzo, proseguendo con Love, il 17 aprile, e chiudendosi infine con Sex, il 12 Giugno. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Dag Johan Haugerud, che ci ha raccontato delle principali connessioni all’interno della trilogia e delle diverse scelte compiute a livello di scrittura e regia.
Johanna (Selome Emnetu) e la sua insegnante (Selome Emnetu) in una scena di Dreams (2024)
Vorrei cominciare con Dreams. Nella prima parte del film c’è un dettaglio particolare che mi ha colpito; quando Johanne va a casa dell’insegnante e, una volta chiusa la porta dell’appartamento, lo schermo diventa completamente verde. Un tocco stilistico che hai già usato in uno dei tuoi film precedenti, Barn (2019), quindi volevo chiederti se ci fosse qualche significato o simbolismo dietro a questa scelta?
Direi che non c’è un significato preciso, è un escamotage per comunicare allo spettatore che è passato del tempo, e di solito utilizzo i colori invece di scrivere ad esempio “tre anni dopo”. Credo anche che “guardare” i colori possa scaturire determinate sensazioni nello spettatore, ma quali esse siano o il significato preciso non lo so. Prendi ad esempio Blue (1993) di Derek Jarman, quello è un grande esempio di come il colore può influenzare la visione di un film, in questo caso per darti quella sensazione blue (malinconica, triste, n.d.r.).
Il verde diventa sempre più presente nel film dopo quella scena, subito dopo si vede Johanne parlare nello studio della nonna Karin e il verde è ovunque, nei maglioni che indossano, nelle piante e nei vasi che le contengano... per questo pensavo ci fosse qualche significato remoto dietro a questa sfumatura.
Dreams è comunque un film sull'essere green e giovani, che esplora le cosiddette “prime volte”. Più banalmente ti dico che il verde rappresenta anche lo stato d’animo della giovane protagonista, che continua a sperare che la sua insegnante si innamori di lei. Sappiamo bene come andrà, ma il film finisce su questa nota speranzosa per Johanne dopo che incontra un’altra ragazza.
Questo sentimento di speranza l’ho intravisto di più nel personaggio della nonna, soprattutto nella parte finale. C’è anche una frase che Johanne usa per descrivere quest'ultima che mi ha colpito molto, “She dreamt about the books she never wrote, as well as sex. And God.” che forse racchiude alla perfezione i sogni e le speranze di Karin. Come hai sviluppato questo personaggio?
Tutto è nato da alcune conversazioni che ho avuto con Anne Marit Jacobsen (l’attrice che interpreta Karin, n.d.r.), prima ancora di scrivere la sceneggiatura. Aveva iniziato a riflettere sulla propria vita, sui rimorsi che aveva, sulla sua vita sessuale, sull’essere non più giovani e cosa significa essere vicini alla morte. Tutto ciò è stato una fonte d’ispirazione e nel film ho cercato di rispondere a quesiti come “quali sogni le sono rimasti?”. Ed è qui che entra in gioco la sequenza musicale, ora lei è nel posto tanto decantato nei suoi sogni. Sa benissimo che non è la realtà, ma almeno può ancora sperare tramite i suoi sogni.
Kristin (Ane Dahl Torp), Johanne (Ella Øverbye) e Karin (Anne Marit Jacobsen) in una scena di Dreams (2024)
C’è anche una sequenza musicale in Sex, era un modo per creare una connessione tra i due film?
Esatto. Volevo inserire una sequenza musicale anche in Love e l’avevamo girata, ma alla fine non l’ho più inserita perché stonava con il ritmo del film e non aggiungeva nulla di significativo.
Un elemento che accomuna tutte e tre le opere è l'uso dell'umorismo, attraverso il quale riesci ad analizzare i preconcetti delle persone sul genere o il sesso. Per Dreams mi viene da citare la conversazione tra Karin e Kristin sul film Flashdance (1983). Come hai sviluppato questo aspetto nella trilogia?
Lo humor per me è molto importante, non solo nel cinema ma anche nella vita di tutti giorni, perché ci aiuta a rapportarci con libertà e a "vedere" più lucidamente determinate situazioni. Nella trilogia, questo tono “leggero” non vuole essere solo un comic relief per smorzare le scene maggiormente drammatiche, anche perché quando devi dire qualcosa di serio ad una persona in un certo senso c’è sempre qualcosa di “burlesco” dietro alla conversazione che stai compiendo. Credo che il senso dell’umorismo nei film ci avvicini di più alla realtà, aiutando lo spettatore a credere nella finzione e a legarsi ai personaggi.
Thorbjørn Harr e Jan Gunnar Røise, i due protagonisti di Sex (2024)
Ritornando a Sex, volevo chiederti del piano sequenza iniziale della durata di dieci minuti. Quanto è stata impegnativa la scena? Hai dovuto fare tante riprese prima di ottenere quello che volevi?
Abbiamo dovuto girare la scena molte volte, ma credo che la difficoltà principale non fosse la recitazione degli attori, anche perché hanno un background teatrale, quindi sono abituati a lunghe conversazioni. Oggigiorno credo che i dialoghi siano troppo corti, spesso si ha la tendenza a tagliare troppo in fase di montaggio, e credo che avere una scena di 9/10 minuti li abbia entusiasmati in qualche modo. La parte più impegnativa è stata sicuramente trovare la tecnica giusta con la quale riprendere la scena, ma anche scegliere quale take inserire nel film. Ogni ripresa era diversa dalla precedente, aveva il proprio charme, ed era interessante paragonare le emozioni che ognuna scaturiva. Dovevo trovare il tono giusto che rispecchiasse il resto del film, c’era una ripresa che preferivo, ma non ho potuto sceglierla perché non si amalgamava nel quadro generale. Inoltre anche le automobili nello sfondo o il traffico hanno avuto una leggera influenza (il regista ride, n.d.r.), ce ne erano alcune che mi piacevano di più.
Uno dei punti principali in Love è l’utilizzo delle app per incontri, che spesso vengono usate per cercare l’amore o solo del sesso, ed è stato affascinante vedere come metti a confronto due generazioni differenti e il rapporto che hanno con queste applicazioni, mostrando in un certo senso il lato positivo di esse.
Come puoi vedere nel film, Marianne non ha mai utilizzato queste app, è abituata ad incontrare le persone dal vivo o a flirtare fugacemente in un locale, e ho pensato che poteva essere divertente che il personaggio esplorasse il mondo delle piattaforme per incontri. Il problema con queste app è che sembrano per lo più dei menu dove sei invogliato a scegliere il piatto con la foto migliore. Ma al tempo stesso ci sono persone che hanno incontrato il vero amore e si sono poi sposate grazie a queste applicazioni. È quindi difficile dare un giudizio sulla loro efficacia, le persone che usano Grindr si trovano piuttosto bene perché, a volte, cercano solo del sesso, quindi non mi sento di dire che sono contrario al loro utilizzo. Ma penso comunque che bisognerebbe incontrarsi dal vivo e non tramite delle tecnologie. Stiamo perdendo questa abitudine purtroppo.
Marianne (Andrea Bræin Hovig) e Tor (Tayo Cittadella Jacobsen) in una scena di Love (2024)
Cosa puoi dirmi del personaggio di Tor in Love? È un personaggio a cui mi sono affezionato per la sua genuinità, gentilezza e per il modo in cui si prende cura non solo del suo partner, ma anche dei suoi pazienti.
Credo che il concetto di “gentilezza” sia piuttosto interessante. Se ci comportiamo in maniera gentile tra di noi, si viene a formare una situazione piacevole da cui entrambi traiamo vantaggio. Secondo me oggi il cinema non mostra quasi mai questo tipo di rapporto e può risultare sorprendente vedere un personaggio così empatico come quello di Tor. Ho trovato anche interessante scrivere di una persona con una vita sessuale piuttosto attiva e mostrare come non sia una cosa negativa (il regista ride, n.d.r.). La sessualità non deve essere vista come un tabù o qualcosa di non appagante, spesso è connessa proprio alla gentilezza.
Direi che tutti i personaggi maschili nella trilogia hanno queste relazioni piuttosto positive tra di loro, mi vien da pensare anche al rapporto tra i due protagonisti o quello tra padre e figlio in Sex. È un tratto che non si trova spesso nel cinema contemporaneo, forse perché la società ha creato degli stereotipi dove l’uomo non può esprimere emozioni e deve essere un ”duro”.
Probabilmente questo è dovuto alle diverse società in cui viviamo e a come viene visto il concetto di mascolinità. Spesso la società ci impone come dobbiamo essere e quello che non possiamo fare, nel mio caso ho cercato di creare dei personaggi che non si discostano dalla mia realtà e dal rapporto che ho con i miei amici. Nel cinema e nella letteratura siamo stati abituati a queste figure maschili stereotipate, ed è diventato questo lo standard da seguire. Quindi bisogna creare dei nuovi modelli che possano portare a dei cambiamenti positivi.
Concluderei questa conversazione chiedendoti di David Bowie, cosa ti ha spinto ad utilizzare la sua figura per il sogno erotico in Sex?
Avevo bisogno di un “persona simbolica” piuttosto conosciuta, e David Bowie era perfetto perché è forse la rappresentazione più iconica dell’androginia, quella figura in grado di “interpretare” entrambi i generi. Potevo scegliere altre persone, ma per via della notorietà è stato naturale scegliere Bowie. Inoltre mi piace molto anche la sua musica (il regista ride, n.d.r.).
Il trailer di Dreams (2024)
INT-87
11.03.2025
Nel corso degli ultimi dodici mesi il norvegese Dag Johan Haugerud ha presentato il suo nuovo progetto cinematografico, la trilogia “Sex, Dreams, Love”, che affronta le diverse sfaccettature delle relazioni moderne all’interno di un mondo dove essere liberamente se stessi risulta ancora difficile.
Il primo capitolo, Sex, era stato presentato nella sezione Panorama al Festival di Berlino dello scorso anno e si concentrava sulle vicende di due amici eterosessuali che, attraverso nuove esperienze, giungono ad una nuova concezione del sesso e dell’identità di genere. Love, la seconda parte selezionata in Competizione allo scorso Festival di Venezia, è invece un’affascinante esplorazione di come ci rapportiamo alle tecnologie moderne per cercare l’amore o semplicemente un incontro fugace. Infine, Dreams è stato presentato il mese scorso al Festival di Berlino, dove è riuscito a vincere l’Orso d’Oro, e narra la storia di Johanne, adolescente che scopre l’amore dopo essersi infatuata della propria insegnante.
La trilogia uscirà nelle sale italiane grazie a Wanted Cinema cominciando con Dreams, il 13 marzo, proseguendo con Love, il 17 aprile, e chiudendosi infine con Sex, il 12 Giugno. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Dag Johan Haugerud, che ci ha raccontato delle principali connessioni all’interno della trilogia e delle diverse scelte compiute a livello di scrittura e regia.
Johanna (Selome Emnetu) e la sua insegnante (Selome Emnetu) in una scena di Dreams (2024)
Vorrei cominciare con Dreams. Nella prima parte del film c’è un dettaglio particolare che mi ha colpito; quando Johanne va a casa dell’insegnante e, una volta chiusa la porta dell’appartamento, lo schermo diventa completamente verde. Un tocco stilistico che hai già usato in uno dei tuoi film precedenti, Barn (2019), quindi volevo chiederti se ci fosse qualche significato o simbolismo dietro a questa scelta?
Direi che non c’è un significato preciso, è un escamotage per comunicare allo spettatore che è passato del tempo, e di solito utilizzo i colori invece di scrivere ad esempio “tre anni dopo”. Credo anche che “guardare” i colori possa scaturire determinate sensazioni nello spettatore, ma quali esse siano o il significato preciso non lo so. Prendi ad esempio Blue (1993) di Derek Jarman, quello è un grande esempio di come il colore può influenzare la visione di un film, in questo caso per darti quella sensazione blue (malinconica, triste, n.d.r.).
Il verde diventa sempre più presente nel film dopo quella scena, subito dopo si vede Johanne parlare nello studio della nonna Karin e il verde è ovunque, nei maglioni che indossano, nelle piante e nei vasi che le contengano... per questo pensavo ci fosse qualche significato remoto dietro a questa sfumatura.
Dreams è comunque un film sull'essere green e giovani, che esplora le cosiddette “prime volte”. Più banalmente ti dico che il verde rappresenta anche lo stato d’animo della giovane protagonista, che continua a sperare che la sua insegnante si innamori di lei. Sappiamo bene come andrà, ma il film finisce su questa nota speranzosa per Johanne dopo che incontra un’altra ragazza.
Questo sentimento di speranza l’ho intravisto di più nel personaggio della nonna, soprattutto nella parte finale. C’è anche una frase che Johanne usa per descrivere quest'ultima che mi ha colpito molto, “She dreamt about the books she never wrote, as well as sex. And God.” che forse racchiude alla perfezione i sogni e le speranze di Karin. Come hai sviluppato questo personaggio?
Tutto è nato da alcune conversazioni che ho avuto con Anne Marit Jacobsen (l’attrice che interpreta Karin, n.d.r.), prima ancora di scrivere la sceneggiatura. Aveva iniziato a riflettere sulla propria vita, sui rimorsi che aveva, sulla sua vita sessuale, sull’essere non più giovani e cosa significa essere vicini alla morte. Tutto ciò è stato una fonte d’ispirazione e nel film ho cercato di rispondere a quesiti come “quali sogni le sono rimasti?”. Ed è qui che entra in gioco la sequenza musicale, ora lei è nel posto tanto decantato nei suoi sogni. Sa benissimo che non è la realtà, ma almeno può ancora sperare tramite i suoi sogni.
Kristin (Ane Dahl Torp), Johanne (Ella Øverbye) e Karin (Anne Marit Jacobsen) in una scena di Dreams (2024)
C’è anche una sequenza musicale in Sex, era un modo per creare una connessione tra i due film?
Esatto. Volevo inserire una sequenza musicale anche in Love e l’avevamo girata, ma alla fine non l’ho più inserita perché stonava con il ritmo del film e non aggiungeva nulla di significativo.
Un elemento che accomuna tutte e tre le opere è l'uso dell'umorismo, attraverso il quale riesci ad analizzare i preconcetti delle persone sul genere o il sesso. Per Dreams mi viene da citare la conversazione tra Karin e Kristin sul film Flashdance (1983). Come hai sviluppato questo aspetto nella trilogia?
Lo humor per me è molto importante, non solo nel cinema ma anche nella vita di tutti giorni, perché ci aiuta a rapportarci con libertà e a "vedere" più lucidamente determinate situazioni. Nella trilogia, questo tono “leggero” non vuole essere solo un comic relief per smorzare le scene maggiormente drammatiche, anche perché quando devi dire qualcosa di serio ad una persona in un certo senso c’è sempre qualcosa di “burlesco” dietro alla conversazione che stai compiendo. Credo che il senso dell’umorismo nei film ci avvicini di più alla realtà, aiutando lo spettatore a credere nella finzione e a legarsi ai personaggi.
Thorbjørn Harr e Jan Gunnar Røise, i due protagonisti di Sex (2024)
Ritornando a Sex, volevo chiederti del piano sequenza iniziale della durata di dieci minuti. Quanto è stata impegnativa la scena? Hai dovuto fare tante riprese prima di ottenere quello che volevi?
Abbiamo dovuto girare la scena molte volte, ma credo che la difficoltà principale non fosse la recitazione degli attori, anche perché hanno un background teatrale, quindi sono abituati a lunghe conversazioni. Oggigiorno credo che i dialoghi siano troppo corti, spesso si ha la tendenza a tagliare troppo in fase di montaggio, e credo che avere una scena di 9/10 minuti li abbia entusiasmati in qualche modo. La parte più impegnativa è stata sicuramente trovare la tecnica giusta con la quale riprendere la scena, ma anche scegliere quale take inserire nel film. Ogni ripresa era diversa dalla precedente, aveva il proprio charme, ed era interessante paragonare le emozioni che ognuna scaturiva. Dovevo trovare il tono giusto che rispecchiasse il resto del film, c’era una ripresa che preferivo, ma non ho potuto sceglierla perché non si amalgamava nel quadro generale. Inoltre anche le automobili nello sfondo o il traffico hanno avuto una leggera influenza (il regista ride, n.d.r.), ce ne erano alcune che mi piacevano di più.
Uno dei punti principali in Love è l’utilizzo delle app per incontri, che spesso vengono usate per cercare l’amore o solo del sesso, ed è stato affascinante vedere come metti a confronto due generazioni differenti e il rapporto che hanno con queste applicazioni, mostrando in un certo senso il lato positivo di esse.
Come puoi vedere nel film, Marianne non ha mai utilizzato queste app, è abituata ad incontrare le persone dal vivo o a flirtare fugacemente in un locale, e ho pensato che poteva essere divertente che il personaggio esplorasse il mondo delle piattaforme per incontri. Il problema con queste app è che sembrano per lo più dei menu dove sei invogliato a scegliere il piatto con la foto migliore. Ma al tempo stesso ci sono persone che hanno incontrato il vero amore e si sono poi sposate grazie a queste applicazioni. È quindi difficile dare un giudizio sulla loro efficacia, le persone che usano Grindr si trovano piuttosto bene perché, a volte, cercano solo del sesso, quindi non mi sento di dire che sono contrario al loro utilizzo. Ma penso comunque che bisognerebbe incontrarsi dal vivo e non tramite delle tecnologie. Stiamo perdendo questa abitudine purtroppo.
Marianne (Andrea Bræin Hovig) e Tor (Tayo Cittadella Jacobsen) in una scena di Love (2024)
Cosa puoi dirmi del personaggio di Tor in Love? È un personaggio a cui mi sono affezionato per la sua genuinità, gentilezza e per il modo in cui si prende cura non solo del suo partner, ma anche dei suoi pazienti.
Credo che il concetto di “gentilezza” sia piuttosto interessante. Se ci comportiamo in maniera gentile tra di noi, si viene a formare una situazione piacevole da cui entrambi traiamo vantaggio. Secondo me oggi il cinema non mostra quasi mai questo tipo di rapporto e può risultare sorprendente vedere un personaggio così empatico come quello di Tor. Ho trovato anche interessante scrivere di una persona con una vita sessuale piuttosto attiva e mostrare come non sia una cosa negativa (il regista ride, n.d.r.). La sessualità non deve essere vista come un tabù o qualcosa di non appagante, spesso è connessa proprio alla gentilezza.
Direi che tutti i personaggi maschili nella trilogia hanno queste relazioni piuttosto positive tra di loro, mi vien da pensare anche al rapporto tra i due protagonisti o quello tra padre e figlio in Sex. È un tratto che non si trova spesso nel cinema contemporaneo, forse perché la società ha creato degli stereotipi dove l’uomo non può esprimere emozioni e deve essere un ”duro”.
Probabilmente questo è dovuto alle diverse società in cui viviamo e a come viene visto il concetto di mascolinità. Spesso la società ci impone come dobbiamo essere e quello che non possiamo fare, nel mio caso ho cercato di creare dei personaggi che non si discostano dalla mia realtà e dal rapporto che ho con i miei amici. Nel cinema e nella letteratura siamo stati abituati a queste figure maschili stereotipate, ed è diventato questo lo standard da seguire. Quindi bisogna creare dei nuovi modelli che possano portare a dei cambiamenti positivi.
Concluderei questa conversazione chiedendoti di David Bowie, cosa ti ha spinto ad utilizzare la sua figura per il sogno erotico in Sex?
Avevo bisogno di un “persona simbolica” piuttosto conosciuta, e David Bowie era perfetto perché è forse la rappresentazione più iconica dell’androginia, quella figura in grado di “interpretare” entrambi i generi. Potevo scegliere altre persone, ma per via della notorietà è stato naturale scegliere Bowie. Inoltre mi piace molto anche la sua musica (il regista ride, n.d.r.).
Il trailer di Dreams (2024)