Welles, Polański, Kurzel, Coen,
quattro visioni a confronto,
di Mattia Pescitelli
TR-123
08.03.2025
Il cineasta è un ladro. Può suonare come la testimonianza di un traditore, ma è un'affermazione che non va intesa in modo dispregiativo. In un'ottica più ampia, ogni cantastorie è un ladro. Più è abile, più il suo furto passa inosservato, nascosto, non visto. Può essere bravo a tal punto da riuscire a spacciare la sua storia come originale, un qualcosa di mai visto e sentito, divenendo a sua volta il punto di partenza per altri ladri, che continueranno a tramandare, in forme diverse, la stessa narrazione camuffata. Volete una storia inedita? La vivete ogni giorno. Ma vorreste vederla su schermo? Così com'è? Senza imbellettamenti, senza l’enfasi del racconto?
Tutti, almeno una volta, abbiamo pensato che la nostra esistenza potesse essere un film. E può esserlo, solo che non sarebbe più la nostra vita. Diventerebbe qualcosa di totalmente diverso. Perché, pur non rendendocene conto, anche quando iniziamo a raccontare della nostra giornata, diventiamo cantastorie, esaltiamo un momento piuttosto che un altro, diamo spazio a riflessioni riguardanti eventi che sono durati una frazione di secondo. Utilizziamo, insomma, una forma del comunicare che abbiamo fatto nostra, ma a partire da una via comune, collaudata nell’efficacia e nelle intenzioni.
William Shakespeare, il "Bardo dell'Avon"
Non esistono più storie realmente originali da quando l’umanità ha iniziato a raccontare. Siamo teatranti, lo siamo sempre stati. Mettiamo in scena cose che non siamo, perché ci proteggono, sia mentalmente che fisicamente. Lo facciamo per sopravvivere: al domani, al feroce predatore che vuole farci la pelle, alla morte. Raccontare ci illude che ci sia altro, che siamo altro, che possiamo puntare a qualcosa fuori dalla nostra portata. E raccontare ci rassicura, perché ne riconosciamo le modalità, le istanze, le ricorrenze; anche non avendole studiate, anche non avendoci mai posto troppa attenzione. E, quindi, da migliaia di anni, ascoltiamo sempre la stessa storia, in vesti differenti, mutata quel tanto che basta per illuderci che sì, questa non l’abbiamo mai sentita.
Tutto ciò si traduce anche a livello prettamente storico. L'evento, pur condividendo le medesime coordinate (il più delle volte), muta a seconda del punto di vista; diventa rilevante per il vincitore e un'onta per lo sconfitto; insignificante per l'esploratore, fondamentale per gli indigeni. Il singolo vede ciò che ritiene significativo, a partire dalla sua esperienza, dal suo vissuto, dalla sua sensibilità. Questo è il fascino dietro l’adattamento: rivedere la stessa storia, ma sotto un'ottica differente (letteralmente, nel caso del cinema). Prendere in esame tale tema nella sua interezza è, in questa sede, abbastanza complesso, quindi ci focalizzeremo su un singolo caso: Macbeth di William Shakespeare.
Il personale adattamento teatrale del Macbeth di Orson Welles (1937)
Cosa ha rappresentato Macbeth
Agli albori del Seicento, il Bardo dell'Avon compose una delle tragedie teatrali più sublimi dell'era moderna. Era una storia di bramosia, tradimento, morte, ma soprattutto parlava della fallibilità dell'animo umano dinanzi a una promessa scritta nel vento. Macbeth è un vile, un debole, un arrivista senza spina dorsale. Lady Macbeth è il suo opposto. Si aggira, serpeggiante, per i corridoi; guida la mano che calerà la lama. Ma, anche per lei, il peso del rimorso è troppo grande. La pazzia, come ben sappiamo, porterà entrambi alla morte, seguendo l'ingannevole trama sapientemente tessuta dalle norne.
Così come concepita, in questa storia non sembra esserci molto spazio per l’interpretazione personale. Macbeth è un’opera fatta di azioni, che a loro volta hanno conseguenze. Il concetto, l’idea, resta in secondo piano. Le reazione dei personaggi agli eventi sono istintive, quasi animalesche. Ha del selvaggio, questa vicenda. La Scozia raccontata da Shakespeare sembra abitata da leoni alla costante ricerca della supremazia sull’altro. Sono individui che seguono la legge naturale, che fanno parte di una civiltà non civilizzata. C'è più dell'intrigo di corte; più della vendetta personale di Amleto; più dell'eminenza grigia alle spalle di Otello. Il Macbeth porta lo spettatore su un altro piano del reale, dove la Scozia diventa un mero nome per demarcare i confini di un lembo di terra piatto, oltre il quale si estende, a perdita d’occhio, un velo di foschia invalicabile.
Mettere in scena questo vile agire dell’uomo non è mai stato facile, tanto che, in ambito teatrale, per scaramanzia, non viene mai nominato il nome dell’opera da parte di chi si trova a portarla sul palco. La chiamano The Scottish Play, la “tragedia scozzese”, un testo il cui malaugurio risuona in ogni parola, in ogni atto, in ogni interazione. L’opera più cupa di Shakespeare. Forse anche per questo, per la sua natura maledetta, a tratti indomabile, in così tanti sono attratti dalla sua terra fosca; dai suoi personaggi infernali.
Roman Polański dirige l'attore Jon Finch in The Tragedy of Macbeth (Macbeth, 1971)
Macbeth al cinema
Il cinema nasce alla fine dell’Ottocento. Il successo è immediato. Il film si fa araldo più brillante della nascente società di massa. Con pochi spicci, si esce dal torpore quotidiano per perdersi in storie che fanno volare il pubblico in territori mai visti prima. Ciò che, spesso, diamo per scontato, però, è che il cinema sia nato “già con la camicia”, ma non è così. Il pubblico (pur non divenendo isterico come i leggendari resoconti vogliono farci credere) ha impiegato diverso tempo per abituarsi alla narrazione cinematografica.
In uno dei tanti saggi sul cinema a cura di uno dei molti, grandi osservatori dei primi decenni di vita del medium, ricordo di aver letto un resoconto: quando una conoscente dello studioso (la domestica?), che non era mai stata al cinema, si ritrovò in sala per la prima volta, rimase sconvolta dal fatto di aver assistito a un macello. Ciò che aveva visto, per lei, non erano altro che brandelli d’uomo: una mano, una testa, un torso, un occhio. Testimonianze come questa ci ricordano che ciò che per noi è naturale, per qualcun'altro non lo è stato affatto. Anzi, per abituarsi al nuovo linguaggio è stato necessario imparare tutta una nuova serie di norme, che sono state assorbite, con gli anni, all’interno dell’enciclopedia percettiva dell'uomo. Ma, inizialmente, quello stesso modo del comunicare, che per noi risulta così scontato, andava inventato. E da quale punto di partenza cominciare se non da quello che più si avvicinava a quel tipo di spettacolo?
Il Macbeth (2015) di Justin Kurzel
Il teatro ha posto le fondamenta per la narrazione cinematografica (ma anche fumettistica, nata nel medesimo periodo). Di conseguenza, non risulta difficile immaginare che le prime storie complesse portate su schermo derivassero proprio dalla tradizione del palcoscenico. La più antica apparizione di Macbeth al cinema (Duel Scene from Macbeth), risalente al 1905, arriva dagli Stati Uniti, che non si smentiscono mai e mettono in scena un bel duello adrenalinico. Da qui in poi, la vicenda scozzese inonda il cinema.
Dalla Francia, alla Germania, all'Italia, fino al Giappone e ritorno in territori anglofoni, l’opera si è evoluta con la tecnologia, sottolineando come non solo l’industria sia mutata nel tempo, ma anche le tematiche, il ritmo, la portata. Ci basta prendere in esame quattro di questi film per comprendere non solo le tappe della crescita cinematografica, ma anche come differenti visioni da altrettanto differenti momenti nel tempo portino a un'interpretazione inedita di una storia ampiamente conosciuta.
Joel Coen sul set di The Tragedy of Macbeth (2021)
Macbeth (1948) di Orson Welles
Prima di cambiare per sempre il modo di fare cinema, Orson Welles è stato un grande drammaturgo e interprete dei più grandi testi teatrali. Proprio del Macbeth aveva già portato sul palco, nel 1936, una versione con solo attori di colore, ambientata nei Caraibi e intitolata Voodoo Macbeth. Alla fine degli anni Quaranta decise di imbarcarsi in questa impresa alquanto sconsiderata e, con non poca fatica, riuscì a convincere Herbert Yates, presidente della Republic Pictures, a investire 700.000 dollari nel progetto. La somma, specialmente per gli standard dell’epoca, si dimostrò insufficiente e portò a tutte le limitazioni del caso, da un set striminzito a costumi racimolati dai film western realizzati in precedenza dalla casa di produzione. Tuttavia, è proprio questa “pochezza” a rendere la visione di Welles tanto interessante.
Girata in appena 23 giorni, con accento scozzese (cosa che, dopo le iniziali lamentele da parte del pubblico americano, portò la casa di distribuzione a doppiare nuovamente il film in un inglese più classico), tale versione fa del testo originale una bussola fondamentale per la messa in scena, ma non per questo imprescindibile. Ne è un esempio la morte di Lady Macbeth, che in questa trasposizione non solo viene mostrata esplicitamente, ma diventa, addirittura, uno dei momenti più emblematici della pellicola, consumato dall’alto di una scogliera. L'occhio di Welles, come quello di molti altri cineasti del periodo, tra cui l’Hitchcock di Saboteur (Sabotatori, 1941), non si ritrae, mostrando allo spettatore il funesto destino che attenderà la donna alla base di quel dirupo e soffermandosi a scrutarne l’atto distruttivo, esaltandone la tragicità attraverso lo spettacolo audiovisivo.
Le labirintiche scenografie del Macbeth di Welles
La messinscena di Welles sembra essere un'estensione dell'esperienza teatrale. Il regista fa di un unico set la sua Scozia. Tutto si svolge tra le mura rocciose di una roccaforte sguarnita, costantemente bagnata, visibilmente artificiale. Solo raramente veniamo portati al di fuori di quelle mura, ad esempio quando ci viene mostrata l’avanzata della guarnigione inglese. La scelta (parzialmente imposta dal fattore economico) di rimanere nella staticità spaziale, in questo castello circondato dalle tenebre, composto da stretti cunicoli scavati nella roccia fradicia, attraverso i quali si aggira il tiranno, grondante sudore e terrore, restituisce un senso di claustrofobia che supera quello dato dal palcoscenico.
Macbeth pare una preda in trappola, frapposto tra il mare in tempesta e un mondo al quale non può più fare ritorno, che forse non è mai esistito, almeno fino al momento in cui ha smesso di vagare per le fosche vallate della vita mondana per dirigersi nelle limpide terre del fato cruento. La sua prigione è fatta di pietra affilata e ferro battuto. Come un moderno Poseidone, nelle fasi finali si aggira tra gli stalagmiti di un'Atlantide emersa (o in procinto di affondare assieme a lui) agghindato nella sua armatura espressionista - frutto di quanto disponibile nei magazzini della Republic Pictures, tanto che Welles stesso non era convinto del risultato finale, “sembravo la Statua della Libertà” disse a Peter Bogdanovich in un’intervista che finì nel libro This is Orson Welles.
L'oscura coppia
Ed è proprio l’espressionismo cinematografico a guidare la messa in scena wellesiana. Per il regista, la storia del Macbeth (nel modo in cui l’aveva visualizzata per lo schermo) era il perfetto incontro tra Cime Tempestose e La moglie di Frankenstein (The Bride of Frankenstein, 1935). Tra i contrasti chiaroscurali tedeschi degli anni Venti e le gotiche apparizioni orrorifiche statunitensi degli anni Trenta, Welles crea un mondo di ombre colossali che sovrastano le anime perdute intrappolate su uno scoglio fatale - lo fa qui, ma lo stesso discorso vale per ogni suo adattamento shakespeariano al cinema, primo tra tutti Otello (1951).
Ogni inquadratura distorce la realtà attraverso focali corte, che rendono i volti maschere spettrali, di persone che paiono essersi appena destate da un sogno premonitore. La costante necessità di inquadrare dal basso, inoltre, eleva i personaggi a colossi ellenici sopra i quali la furia divina si scaglierà con tutta la sua forza. Il Macbeth di Welles racconta anche della supremazia del cristianesimo sui riti pagani in un periodo di forte cambiamento per la cultura britannica. La vittoria inglese dà inizio a una lunga stirpe di re, mentre la discendenza del tiranno, ammaliato dalla promessa pagana (forse stessa fautrice di quella transizione o inerme osservatrice del cambiamento inevitabile), è destinata a interrompersi con la sua testa piantata su una picca.
Le tre streghe osservano il castello di Inverness
The Tragedy of Macbeth (1971) di Roman Polański
Roman Polański, dopo l’efferato omicidio di sua moglie incinta, Sharon Tate, da parte di alcuni membri della famiglia Manson, decise di tornare al cinema con un film che racchiudeva tutto il lugubre pessimismo avvinghiatoglisi da quella sera d’estate infernale. Nessuno sembrava voler produrre la sua personale visione della tragedia shakespeariana, ma, di colpo, uscì allo scoperto Hugh Hefner con la sua Playboy Production.
La partecipazione di una figura così rilevante del panorama erotico mondiale potrebbe trarre in inganno. Non c'è malizia nello sguardo che scruta il corpo femminile e, quando la nudità arriva su schermo, lo fa in maniera naturale, mostrando corpi non sessualizzati, la cui carne è scoperta solo per scherno o per sottolineare il legame perduto con un mondo naturale che ora nasconde le proprie peccaminose cicatrici coprendosi con vesti e titoli, fino a che la colpa non viene asfissiata, oscurata e rinchiusa in una cella di sfarzo. Prende, così, forma una pellicola contorta, inusuale, folle, in una certa misura.
Macbeth e il pugnale che trafigge Re Duncan
Già a partire dalla sequenza iniziale ci accorgiamo che il film si muove su un piano tutto suo. Dopo la breve sequenza introduttiva con le streghe, che compiono un rito su una spiaggia deserta, un fumo denso invade l’inquadratura, portando con sé i titoli di testa, accompagnati da una colonna sonora fatta di grida di battaglia, ferro stridente e urla strazianti. Il suono incalza fino a che la nebbia non si dirada. La spiaggia ora è invasa da cadaveri adagiati in pozze d’acqua e sangue. Un soldato, vittorioso ma stanco, setaccia i morti per assicurarsi che non ci siano superstiti. Un finto cadavere inizia a strisciare, dolorante. Il guerriero lo nota e lo fustiga sulla schiena con una mazza chiodata, macchiando di sangue fresco, sempre più a ogni colpo inferto, le insegne del suo nemico morente. Tutto ciò, dal momento dell’uscita di scena delle streghe, fino alla violenta esecuzione del moribondo, senza mai cambiare inquadratura.
Questo mette subito in chiaro due cose: non si tratta della solita versione “ben vestita” della tragedia e le possibilità offerte dal cinema verranno sfruttate con solerzia, andando anche a spingere i confini della tecnica per raggiungere risultati capaci di disturbare lo spettatore con la loro brutale verosimiglianza. Un esempio è la morte di Lady Macbeth. Al contrario di Welles, la visione della caduta è preclusa allo spettatore. Ciò che rimane è solo l’amara conclusione di quella vita, fracassata sul suolo nudo del castello medievale, scomposta innaturalmente su quel terriccio tanto poco regale, come a rievocare il ritorno alle origini dalle quali la coppia maledetta è partita.
I coniugi Macbeth cospirano
Anche la sequenza della morte di Duncan, cruenta, con diversi artifici tecnici atti a mostrare l’assassinio in tutta la sua furia sanguinaria, evidenzia la necessità di mostrare ciò che è stato nascosto fino a quel momento (un po' puritanamente, un po' per le complicazioni pratiche di sequenze del genere) agli spettatori. Ma tutto l'orrore che albergava nella mente di Polański si sprigiona nella tragica scena dell’eccidio della famiglia di Macduff. Sono evidentemente i minuti più sofferti della pellicola, crudi, violenti.
Il regista non sorvola su temi come lo stupro e l’infanticidio. Al contrario, vi ci si sofferma, ma non per un puro effetto sensazionalistico, da exploitation movie, quanto per affrontare un trauma e cercare di esorcizzarlo (o, almeno, di rinchiuderlo, anche solo in minima parte, all’interno della prigione cinematografica). La visione del Macbeth da parte di Roman Polański è strettamente legata a quello che era il suo stato mentale dopo i terribili avvenimenti che lo avevano colpito così da vicino. Il mondo diventa un posto sporco, dove a brillare sono solo i pugnali fantasma che guidano la mano dell'uomo. Tutto è lurido, marcio, corrotto. Non sembra esserci domani, ma solo corsi e ricorsi storici pronti a susseguirsi su una terra pregna di sangue.
La follia di Lady Macbeth
Macbeth (2015) di Justin Kurzel
Con un balzo di più di cinquant'anni, arriviamo a quando Justin Kurzel (regista emergente che si era distinto già nel 2011 con Snowtown, un lungometraggio ispirato alla vera storia di uno dei più brutali casi criminali dell’Australia contemporanea, tema che diventerà ricorrente nella sua carriera cinematografica) propose al pubblico internazionale una delle interpretazioni del Macbeth visivamente più evocative che si siano mai viste sullo schermo (e fuori). L'approccio di Kurzel è una via di mezzo tra la fiaba oscura raccontata da Welles e la post-apocalisse dell'umano messa in scena da Polański. Il Macbeth del regista australiano è plausibile, come il mondo che lo circonda.
All'uscita si era parlato di quanto il film fosse fedele all'opera originale, il che, in parte, è vero. Ma Kurzel non esita a cambiare rotta, a muovere situazioni e disporle in maniera che le azioni dei suoi personaggi provengano da reazioni più viscerali. Possiamo citare, a tal proposito, il momento in cui Malcolm coglie in fallo Macbeth, con i pugnali insanguinati vicino al cadavere martoriato di Duncan. Qui, Kurzel anticipa il monologo del protagonista al figlio del defunto re, durante il quale lo informa che “la fonte, fronte e fontana del tuo stesso sangue sono state ostruite”, affibbiandogli, in questo modo, tutt'altra connotazione.
Le parole del Bardo risuonano nella bocca di questo Macbeth come un monito, una minaccia aperta nei confronti del ragazzo che, vedendosi crollare il mondo addosso, non riesce a far altro che fuggire nella notte. Ciò rende la convinzione (iniziale) dei sudditi riguardo al parricidio maggiormente credibile o, meglio, facile da digerire per coloro che, a differenza dello spettatore, non hanno avuto modo di assistere al fatto.
Il Macbeth di Kurzel
La volontà di ambientare il secondo atto in quello che sembra essere un accampamento di fortuna, a sottolineare maggiormente l'ambizione che lega i coniugi, rende l’arrivo al castello e la solenne incoronazione nell'immensa cattedrale ancora più significativi, nuovi padroni in casa d'altri. Un ulteriore mossa astuta la si trova nella sequenza iniziale, durante la quale Kurzel ci mostra il funerale di uno dei figli della coppia e, di conseguenza, la suggestione dell'impossibilità della dinastia dei Macbeth di piantare radici durature attorno al trono. L'ossessione di diventare una figura paterna non abbandona il Macbeth di Kurzel, anzi, lo avvinghia in ogni sua scelta. La perdita di un ragazzo che aveva preso sotto la sua ala durante la straordinaria battaglia iniziale lo insegue per tutta la pellicola, prima divenendo il “pugnale” che lo guida al letto di Duncan, poi facendosi visione della profezia che segnerà il fato del monarca.
Ogni aspetto si allontana dalla leggenda e dalla profezia per trovare soluzioni razionali. Il bosco di Birnam arriva alle colline di Dunsinae sotto forma di cenere, che tinge l’ultimo atto d’arancio. La guerra è mostrata in tutta la sua ferocia; la sofferenza e lo sforzo sono palpabile in ogni inquadratura al rallentatore. Il monologo finale di Lady Macbeth assume tutto un altro significato quando un controcampo ci mostra l'interlocutore fantasma della regina: il figlio deceduto. La morte di quest'ultima torna nel regno del fuori campo, mostrandocela già spirata sul suo letto di morte, uccisa dal peso delle sue scelte, che hanno portato a una spirale di dolore non preventivata la donna accecata dalla promessa di egemonia. La brutalità umana è lasciata nelle mani della mascolinità, il cui istinto guida le lame più velocemente del pensiero ponderato.
La profezia delle streghe
The Tragedy of Macbeth (2021) di Joel Coen
Il Macbeth di Joel Coen sembra chiudere un cerchio, il nostro cerchio, apertosi con la trasposizione dell’opera da parte di Welles. Interamente girato in teatro di posa, con pellicola in bianco e nero e rapporto d’aspetto 1.37:1, il film evoca, una volta di più, l'orma che i grandi registi tedeschi del cinema muto hanno lasciato ai loro successori, ma non solo. Tra il Dreyer di La passion de Jeanne d'Arc (La passione di Giovanna d’Arco, 1928) e il Bergman di Det sjunde inseglet (Il Settimo Sigillo, 1957), Coen porta l'Europa di Shakespeare in America. Il suo sguardo, fissato per anni sui vasti campi del Midwest, radica la tragedia scozzese in un medioevo che gli Stati Uniti non hanno mai sperimentato.
Come accadde per l’Odissea in O Brother, Where Art Thou? (Fratello dove sei?, 2000), Coen adatta l’universo narrativo alle sue origini. Questa trasposizione abbandona il mondo del reale per raggiungere territori astratti, da trama parallela al vivere umano. In parte come fece Welles nel ‘48, gli spazi che queste figure ambigue abitano sembrano privi di vie di fuga, fondali di un quadro che non permette di evadere dai suoi confini di legno.
Tra il teatro e i primi anni del cinema, Coen ricrea un regno attufato, che toglie il fiato non solo per le sue doti espressive, ma, in particolar modo, per la sua atmosfera opprimente. Atmosfera amplificata dalle suggestive melodie di Carter Burwell, collaboratore storico dei Coen, la cui esperienza accumulata lavorando per il duo registico esonda in questa composizione da folklore western, che pare allungare le ombre attorno ai protagonisti con quel suo violino straziato. Ma Burwell fa di più: eleva la canzone shakespeariana a tal punto da farla diventare suono extradiegetico, tutt’uno con il commento musicale, esaltandone il lirismo di fondo in maniera inedita.
Le ombre espressioniste della versione di Joel Coen
Quattro visioni
Abbiamo analizzato ogni film singolarmente, ma è fondamentale metterli a confronto in maniera più diretta. Quattro punti di vista per la stessa opera; quattro voci per un testo. Il Macbeth di Shakespeare metteva in evidenza i difetti dell’uomo, ma anche quelli della società che abitava. Allo stesso modo, Welles, Polański, Kurzel e Coen hanno messo i mali del mondo al servizio della propria visione del reale.
Welles racconta il disincanto del mistero e l’apparente vittoria del razionale sull’occulto. Polański adopera la tragedia come veicolo del suo dolore e della sua desolazione. Kurzel porta tutto sul piano del tangibile, trattando questi eventi come una qualsiasi storia criminale, che poteva accadere nelle lontane terre di Scozia come nei sobborghi di Adelaide, a lui ben più familiari. Coen è il suo opposto: si spinge nel regno del surreale, raccontando una vicenda senza tempo e spazio, elevandola a una sorta di mitologia statunitense (ma degli U.S.A. dei Coen).
Il disastro che incombe incessante nel corso della narrazione
I Macbeth
Quattro attori differenti per quattro interpretazioni diametralmente opposte. Orson Welles, come da tradizione, oltre che l'occhio, ci mette anche la faccia. Il suo tiranno è forse il più indeciso di tutti. Vaga per i corridoi cavernosi del castello come un'anima scissa, febrile, piena di un rimorso evocato da ogni singolo monologo. Procede verso la sua rovina come per inerzia, convinto (ma non troppo) delle profezie delle tre streghe. C'è nel suo sguardo una certa preoccupazione anche quando crede di essere completamente al sicuro, come se fosse sempre stato cosciente del fatto che il suo destino è da tempo segnato.
Il Macbeth di Polański (interpretato da un magnetico Jon Finch) è quello più chiaroscurale. La consorte non lo manipola così come fa in altri adattamenti. La loro scelta condivisa li mette praticamente sullo stesso piano, come coppia che ha deciso di rischiare tutto pur di ottenere ciò che è stato loro promesso. La sua follia è composta. Accetta il suo destino a testa alta, con fierezza, anche quando gli è evidente che la sua ora è giunta.
Orson Welles e Jon Finch nei panni dell'anti-eroe maledetto dal fato
Il Macbeth interpretato da Michael Fassbender per la regia di Kurzel risulta diametralmente opposto. Il più “piccolo” di tutti, quello maggiormente attaccato alla "sottana" della moglie. La sua indole è debole. Agisce per istinti, senza pensare alle conseguenze, guidato da sussurri nelle sue orecchie, posti da donne che governano effettivamente i fili della sua esistenza. Avvinghiato dalla follia più degli altri, si aggira per gli spazi, zuppo di sudore, con vesti fantasmatiche, spettro tra gli spettri.
Questo Macbeth sembra liberarsi degli “ostacoli” sul suo cammino a un ritmo che sorpassa tutte le altre trasposizioni. Ha paura e, come un animale messo all’angolo, attacca senza guardare in faccia nessuno, guidato da una mano invisibile che gli fa scivolare tutta la morte addosso come fosse acqua di fonte. La sua inarrestabilità è ciò che spaventa tutti, a partire dalla moglie, ed è il suo spingersi “oltre” a terrorizzare la sua complice, fino a portarla alla prematura morte.
A chiudere troviamo il Macbeth di Coen, portato in vita da Denzel Washington. Strisciando nel reame del mito e avvelenando le sue prede senza rimorso apparente, questa versione del tiranno è manovrata dall'invidia non celata, dalla spavalderia e dallo sberleffo. Non si degna neanche di nascondere i suoi loschi piani o, meglio, lo fa, ma senza impegnarsi più di tanto. Perché lui adora il fatto che, finalmente, tutti siano in grado di vedere quanto vale e che nessun giovane gli ruberà il potere da sotto al naso per diritto di nascita. Si sente inarrestabile e, tra tutti, è quello che ostenta la sua onnipotenza fino alla fine, ucciso dalla sua stessa superbia - durante lo scontro finale con Macduff, pur di raccogliere la corona da terra, si espone a tal punto da farsi tagliare la testa.
Michael Fassbender e Denzel Washington
Le Lady Macbeth
Tanto importante, se non più importante di Macbeth stesso, è il ruolo di Lady Macbeth. Quest'ultima è il motore che spinge la vicenda fino al suo inesorabile schianto. Anche in questo caso, ogni film preso in esame ci restituisce una differente interpretazione dell'ambiziosa regina.
Welles imprime su pellicola il talento di Jeanette Nolan, al suo primo ruolo di rilievo nel cinema. In completa armonia con gli stilemi del tempo, questa Lady Macbeth è imperiosa, tenace e decisa, anche nel momento della sua morte, pur non nascondendo il velo di preoccupazione che copre il personaggio sin dalla fatidica notte.
Con Polański si assiste invece a una sorta di evoluzione di quest'ultima. Come già detto per il Macbeth di Finch, la Lady di Francesca Annis è strettamente legata al marito in questa congiura attuata in armonia. La sua figura sul muro di cinta, mentre vede arrivare a corte la vittima della sua lama traditrice, rimane uno dei fotogrammi più suggestivi ed esplicativi di un personaggio così sfaccettato, capace di veicolare con il solo sguardo tutta la sicurezza di riuscire a farsi beffe del fato.
Jeanette Nolan e Francesca Annis nel ruolo di Lady Macbeth
Kurzel ci mostra la disparità della relazione tra la Lady Macbeth di Marion Cotillard e il Macbeth di Fassbender in due sequenze che si possono sovrapporre: quando la regina convince il marito a “compiere l'atto” e quando quest'ultimo, una volta incoronato, cerca di persuadere la novella regnante a stare al gioco durante la sua follia omicida dettata dalla paranoia. In entrambi i casi, i due cercano di utilizzare il piacere e la seduzione come moneta di scambio, ma, mentre l’uomo cede senza esitazione al volere della donna, quest’ultima resiste e gli si nega completamente.
Ciò pone i due personaggi su livelli differenti, sottolineando l'incomunicabilità che intercorre tra loro. Il regicida risulta completamente succube della moglie, ma ciò non gli impedisce di agire alle sue spalle, credendo che, facendo ciò, lei finalmente riconoscerà il suo valore e, magari, sarà in grado di amarla nello stesso, perverso modo in cui questi ama lui.
Frances McDormand, diretta da Coen, mostra una regina inedita, scolpita dalla vita e dura abbastanza da resistere alle sferzate che questa occasione nefasta le ha offerto. Fredda e decisa, non esita a redarguire il marito nei suoi momenti di debolezza, pur non potendo porre rimedio a ogni confessione parziale che quest’ultimo si lascia sfuggire alla presenza dei sudditi. La sua pazzia è intima e multiforme, rendendo il famoso monologo della “macchia dannata” un dialogo tra le differenti incrinature della sua personalità spezzata.
Marion Cotillard e Frances McDormand
L’importanza di raccontare la propria realtà
Queste quattro interpretazioni, pur non essendo le uniche apparse sullo schermo, rendono l'idea di quanto il singolo possa fare la differenza quando si trova a raccontare un testo condiviso. I punti di vista, le soluzioni, le letture sono potenzialmente infinite, legate al tempo, al luogo e alla sensibilità di chi decide di metterle in scena.
Non esiste una versione che sia meglio dell'altra se non per pura preferenza personale. Tutte hanno esattamente lo stesso diritto di esistere come testimonianza non tanto di uno scritto che ha segnato la nostra cultura, quanto di come quello stesso testo di partenza riesca a riflettere le sensazioni, le paure e le convinzioni di una mente convalescente, di un interprete dell’attualità o, semplicemente, di una delle tante epoche del pensiero umano.
Welles, Polański, Kurzel, Coen,
quattro visioni a confronto,
di Mattia Pescitelli
TR-123
08.03.2025
Il cineasta è un ladro. Può suonare come la testimonianza di un traditore, ma è un'affermazione che non va intesa in modo dispregiativo. In un'ottica più ampia, ogni cantastorie è un ladro. Più è abile, più il suo furto passa inosservato, nascosto, non visto. Può essere bravo a tal punto da riuscire a spacciare la sua storia come originale, un qualcosa di mai visto e sentito, divenendo a sua volta il punto di partenza per altri ladri, che continueranno a tramandare, in forme diverse, la stessa narrazione camuffata. Volete una storia inedita? La vivete ogni giorno. Ma vorreste vederla su schermo? Così com'è? Senza imbellettamenti, senza l’enfasi del racconto?
Tutti, almeno una volta, abbiamo pensato che la nostra esistenza potesse essere un film. E può esserlo, solo che non sarebbe più la nostra vita. Diventerebbe qualcosa di totalmente diverso. Perché, pur non rendendocene conto, anche quando iniziamo a raccontare della nostra giornata, diventiamo cantastorie, esaltiamo un momento piuttosto che un altro, diamo spazio a riflessioni riguardanti eventi che sono durati una frazione di secondo. Utilizziamo, insomma, una forma del comunicare che abbiamo fatto nostra, ma a partire da una via comune, collaudata nell’efficacia e nelle intenzioni.
William Shakespeare, il "Bardo dell'Avon"
Non esistono più storie realmente originali da quando l’umanità ha iniziato a raccontare. Siamo teatranti, lo siamo sempre stati. Mettiamo in scena cose che non siamo, perché ci proteggono, sia mentalmente che fisicamente. Lo facciamo per sopravvivere: al domani, al feroce predatore che vuole farci la pelle, alla morte. Raccontare ci illude che ci sia altro, che siamo altro, che possiamo puntare a qualcosa fuori dalla nostra portata. E raccontare ci rassicura, perché ne riconosciamo le modalità, le istanze, le ricorrenze; anche non avendole studiate, anche non avendoci mai posto troppa attenzione. E, quindi, da migliaia di anni, ascoltiamo sempre la stessa storia, in vesti differenti, mutata quel tanto che basta per illuderci che sì, questa non l’abbiamo mai sentita.
Tutto ciò si traduce anche a livello prettamente storico. L'evento, pur condividendo le medesime coordinate (il più delle volte), muta a seconda del punto di vista; diventa rilevante per il vincitore e un'onta per lo sconfitto; insignificante per l'esploratore, fondamentale per gli indigeni. Il singolo vede ciò che ritiene significativo, a partire dalla sua esperienza, dal suo vissuto, dalla sua sensibilità. Questo è il fascino dietro l’adattamento: rivedere la stessa storia, ma sotto un'ottica differente (letteralmente, nel caso del cinema). Prendere in esame tale tema nella sua interezza è, in questa sede, abbastanza complesso, quindi ci focalizzeremo su un singolo caso: Macbeth di William Shakespeare.
Il personale adattamento teatrale del Macbeth di Orson Welles (1937)
Cosa ha rappresentato Macbeth
Agli albori del Seicento, il Bardo dell'Avon compose una delle tragedie teatrali più sublimi dell'era moderna. Era una storia di bramosia, tradimento, morte, ma soprattutto parlava della fallibilità dell'animo umano dinanzi a una promessa scritta nel vento. Macbeth è un vile, un debole, un arrivista senza spina dorsale. Lady Macbeth è il suo opposto. Si aggira, serpeggiante, per i corridoi; guida la mano che calerà la lama. Ma, anche per lei, il peso del rimorso è troppo grande. La pazzia, come ben sappiamo, porterà entrambi alla morte, seguendo l'ingannevole trama sapientemente tessuta dalle norne.
Così come concepita, in questa storia non sembra esserci molto spazio per l’interpretazione personale. Macbeth è un’opera fatta di azioni, che a loro volta hanno conseguenze. Il concetto, l’idea, resta in secondo piano. Le reazione dei personaggi agli eventi sono istintive, quasi animalesche. Ha del selvaggio, questa vicenda. La Scozia raccontata da Shakespeare sembra abitata da leoni alla costante ricerca della supremazia sull’altro. Sono individui che seguono la legge naturale, che fanno parte di una civiltà non civilizzata. C'è più dell'intrigo di corte; più della vendetta personale di Amleto; più dell'eminenza grigia alle spalle di Otello. Il Macbeth porta lo spettatore su un altro piano del reale, dove la Scozia diventa un mero nome per demarcare i confini di un lembo di terra piatto, oltre il quale si estende, a perdita d’occhio, un velo di foschia invalicabile.
Mettere in scena questo vile agire dell’uomo non è mai stato facile, tanto che, in ambito teatrale, per scaramanzia, non viene mai nominato il nome dell’opera da parte di chi si trova a portarla sul palco. La chiamano The Scottish Play, la “tragedia scozzese”, un testo il cui malaugurio risuona in ogni parola, in ogni atto, in ogni interazione. L’opera più cupa di Shakespeare. Forse anche per questo, per la sua natura maledetta, a tratti indomabile, in così tanti sono attratti dalla sua terra fosca; dai suoi personaggi infernali.
Roman Polański dirige l'attore Jon Finch in The Tragedy of Macbeth (Macbeth, 1971)
Macbeth al cinema
Il cinema nasce alla fine dell’Ottocento. Il successo è immediato. Il film si fa araldo più brillante della nascente società di massa. Con pochi spicci, si esce dal torpore quotidiano per perdersi in storie che fanno volare il pubblico in territori mai visti prima. Ciò che, spesso, diamo per scontato, però, è che il cinema sia nato “già con la camicia”, ma non è così. Il pubblico (pur non divenendo isterico come i leggendari resoconti vogliono farci credere) ha impiegato diverso tempo per abituarsi alla narrazione cinematografica.
In uno dei tanti saggi sul cinema a cura di uno dei molti, grandi osservatori dei primi decenni di vita del medium, ricordo di aver letto un resoconto: quando una conoscente dello studioso (la domestica?), che non era mai stata al cinema, si ritrovò in sala per la prima volta, rimase sconvolta dal fatto di aver assistito a un macello. Ciò che aveva visto, per lei, non erano altro che brandelli d’uomo: una mano, una testa, un torso, un occhio. Testimonianze come questa ci ricordano che ciò che per noi è naturale, per qualcun'altro non lo è stato affatto. Anzi, per abituarsi al nuovo linguaggio è stato necessario imparare tutta una nuova serie di norme, che sono state assorbite, con gli anni, all’interno dell’enciclopedia percettiva dell'uomo. Ma, inizialmente, quello stesso modo del comunicare, che per noi risulta così scontato, andava inventato. E da quale punto di partenza cominciare se non da quello che più si avvicinava a quel tipo di spettacolo?
Il Macbeth (2015) di Justin Kurzel
Il teatro ha posto le fondamenta per la narrazione cinematografica (ma anche fumettistica, nata nel medesimo periodo). Di conseguenza, non risulta difficile immaginare che le prime storie complesse portate su schermo derivassero proprio dalla tradizione del palcoscenico. La più antica apparizione di Macbeth al cinema (Duel Scene from Macbeth), risalente al 1905, arriva dagli Stati Uniti, che non si smentiscono mai e mettono in scena un bel duello adrenalinico. Da qui in poi, la vicenda scozzese inonda il cinema.
Dalla Francia, alla Germania, all'Italia, fino al Giappone e ritorno in territori anglofoni, l’opera si è evoluta con la tecnologia, sottolineando come non solo l’industria sia mutata nel tempo, ma anche le tematiche, il ritmo, la portata. Ci basta prendere in esame quattro di questi film per comprendere non solo le tappe della crescita cinematografica, ma anche come differenti visioni da altrettanto differenti momenti nel tempo portino a un'interpretazione inedita di una storia ampiamente conosciuta.
Joel Coen sul set di The Tragedy of Macbeth (2021)
Macbeth (1948) di Orson Welles
Prima di cambiare per sempre il modo di fare cinema, Orson Welles è stato un grande drammaturgo e interprete dei più grandi testi teatrali. Proprio del Macbeth aveva già portato sul palco, nel 1936, una versione con solo attori di colore, ambientata nei Caraibi e intitolata Voodoo Macbeth. Alla fine degli anni Quaranta decise di imbarcarsi in questa impresa alquanto sconsiderata e, con non poca fatica, riuscì a convincere Herbert Yates, presidente della Republic Pictures, a investire 700.000 dollari nel progetto. La somma, specialmente per gli standard dell’epoca, si dimostrò insufficiente e portò a tutte le limitazioni del caso, da un set striminzito a costumi racimolati dai film western realizzati in precedenza dalla casa di produzione. Tuttavia, è proprio questa “pochezza” a rendere la visione di Welles tanto interessante.
Girata in appena 23 giorni, con accento scozzese (cosa che, dopo le iniziali lamentele da parte del pubblico americano, portò la casa di distribuzione a doppiare nuovamente il film in un inglese più classico), tale versione fa del testo originale una bussola fondamentale per la messa in scena, ma non per questo imprescindibile. Ne è un esempio la morte di Lady Macbeth, che in questa trasposizione non solo viene mostrata esplicitamente, ma diventa, addirittura, uno dei momenti più emblematici della pellicola, consumato dall’alto di una scogliera. L'occhio di Welles, come quello di molti altri cineasti del periodo, tra cui l’Hitchcock di Saboteur (Sabotatori, 1941), non si ritrae, mostrando allo spettatore il funesto destino che attenderà la donna alla base di quel dirupo e soffermandosi a scrutarne l’atto distruttivo, esaltandone la tragicità attraverso lo spettacolo audiovisivo.
Le labirintiche scenografie del Macbeth di Welles
La messinscena di Welles sembra essere un'estensione dell'esperienza teatrale. Il regista fa di un unico set la sua Scozia. Tutto si svolge tra le mura rocciose di una roccaforte sguarnita, costantemente bagnata, visibilmente artificiale. Solo raramente veniamo portati al di fuori di quelle mura, ad esempio quando ci viene mostrata l’avanzata della guarnigione inglese. La scelta (parzialmente imposta dal fattore economico) di rimanere nella staticità spaziale, in questo castello circondato dalle tenebre, composto da stretti cunicoli scavati nella roccia fradicia, attraverso i quali si aggira il tiranno, grondante sudore e terrore, restituisce un senso di claustrofobia che supera quello dato dal palcoscenico.
Macbeth pare una preda in trappola, frapposto tra il mare in tempesta e un mondo al quale non può più fare ritorno, che forse non è mai esistito, almeno fino al momento in cui ha smesso di vagare per le fosche vallate della vita mondana per dirigersi nelle limpide terre del fato cruento. La sua prigione è fatta di pietra affilata e ferro battuto. Come un moderno Poseidone, nelle fasi finali si aggira tra gli stalagmiti di un'Atlantide emersa (o in procinto di affondare assieme a lui) agghindato nella sua armatura espressionista - frutto di quanto disponibile nei magazzini della Republic Pictures, tanto che Welles stesso non era convinto del risultato finale, “sembravo la Statua della Libertà” disse a Peter Bogdanovich in un’intervista che finì nel libro This is Orson Welles.
L'oscura coppia
Ed è proprio l’espressionismo cinematografico a guidare la messa in scena wellesiana. Per il regista, la storia del Macbeth (nel modo in cui l’aveva visualizzata per lo schermo) era il perfetto incontro tra Cime Tempestose e La moglie di Frankenstein (The Bride of Frankenstein, 1935). Tra i contrasti chiaroscurali tedeschi degli anni Venti e le gotiche apparizioni orrorifiche statunitensi degli anni Trenta, Welles crea un mondo di ombre colossali che sovrastano le anime perdute intrappolate su uno scoglio fatale - lo fa qui, ma lo stesso discorso vale per ogni suo adattamento shakespeariano al cinema, primo tra tutti Otello (1951).
Ogni inquadratura distorce la realtà attraverso focali corte, che rendono i volti maschere spettrali, di persone che paiono essersi appena destate da un sogno premonitore. La costante necessità di inquadrare dal basso, inoltre, eleva i personaggi a colossi ellenici sopra i quali la furia divina si scaglierà con tutta la sua forza. Il Macbeth di Welles racconta anche della supremazia del cristianesimo sui riti pagani in un periodo di forte cambiamento per la cultura britannica. La vittoria inglese dà inizio a una lunga stirpe di re, mentre la discendenza del tiranno, ammaliato dalla promessa pagana (forse stessa fautrice di quella transizione o inerme osservatrice del cambiamento inevitabile), è destinata a interrompersi con la sua testa piantata su una picca.
Le tre streghe osservano il castello di Inverness
The Tragedy of Macbeth (1971) di Roman Polański
Roman Polański, dopo l’efferato omicidio di sua moglie incinta, Sharon Tate, da parte di alcuni membri della famiglia Manson, decise di tornare al cinema con un film che racchiudeva tutto il lugubre pessimismo avvinghiatoglisi da quella sera d’estate infernale. Nessuno sembrava voler produrre la sua personale visione della tragedia shakespeariana, ma, di colpo, uscì allo scoperto Hugh Hefner con la sua Playboy Production.
La partecipazione di una figura così rilevante del panorama erotico mondiale potrebbe trarre in inganno. Non c'è malizia nello sguardo che scruta il corpo femminile e, quando la nudità arriva su schermo, lo fa in maniera naturale, mostrando corpi non sessualizzati, la cui carne è scoperta solo per scherno o per sottolineare il legame perduto con un mondo naturale che ora nasconde le proprie peccaminose cicatrici coprendosi con vesti e titoli, fino a che la colpa non viene asfissiata, oscurata e rinchiusa in una cella di sfarzo. Prende, così, forma una pellicola contorta, inusuale, folle, in una certa misura.
Macbeth e il pugnale che trafigge Re Duncan
Già a partire dalla sequenza iniziale ci accorgiamo che il film si muove su un piano tutto suo. Dopo la breve sequenza introduttiva con le streghe, che compiono un rito su una spiaggia deserta, un fumo denso invade l’inquadratura, portando con sé i titoli di testa, accompagnati da una colonna sonora fatta di grida di battaglia, ferro stridente e urla strazianti. Il suono incalza fino a che la nebbia non si dirada. La spiaggia ora è invasa da cadaveri adagiati in pozze d’acqua e sangue. Un soldato, vittorioso ma stanco, setaccia i morti per assicurarsi che non ci siano superstiti. Un finto cadavere inizia a strisciare, dolorante. Il guerriero lo nota e lo fustiga sulla schiena con una mazza chiodata, macchiando di sangue fresco, sempre più a ogni colpo inferto, le insegne del suo nemico morente. Tutto ciò, dal momento dell’uscita di scena delle streghe, fino alla violenta esecuzione del moribondo, senza mai cambiare inquadratura.
Questo mette subito in chiaro due cose: non si tratta della solita versione “ben vestita” della tragedia e le possibilità offerte dal cinema verranno sfruttate con solerzia, andando anche a spingere i confini della tecnica per raggiungere risultati capaci di disturbare lo spettatore con la loro brutale verosimiglianza. Un esempio è la morte di Lady Macbeth. Al contrario di Welles, la visione della caduta è preclusa allo spettatore. Ciò che rimane è solo l’amara conclusione di quella vita, fracassata sul suolo nudo del castello medievale, scomposta innaturalmente su quel terriccio tanto poco regale, come a rievocare il ritorno alle origini dalle quali la coppia maledetta è partita.
I coniugi Macbeth cospirano
Anche la sequenza della morte di Duncan, cruenta, con diversi artifici tecnici atti a mostrare l’assassinio in tutta la sua furia sanguinaria, evidenzia la necessità di mostrare ciò che è stato nascosto fino a quel momento (un po' puritanamente, un po' per le complicazioni pratiche di sequenze del genere) agli spettatori. Ma tutto l'orrore che albergava nella mente di Polański si sprigiona nella tragica scena dell’eccidio della famiglia di Macduff. Sono evidentemente i minuti più sofferti della pellicola, crudi, violenti.
Il regista non sorvola su temi come lo stupro e l’infanticidio. Al contrario, vi ci si sofferma, ma non per un puro effetto sensazionalistico, da exploitation movie, quanto per affrontare un trauma e cercare di esorcizzarlo (o, almeno, di rinchiuderlo, anche solo in minima parte, all’interno della prigione cinematografica). La visione del Macbeth da parte di Roman Polański è strettamente legata a quello che era il suo stato mentale dopo i terribili avvenimenti che lo avevano colpito così da vicino. Il mondo diventa un posto sporco, dove a brillare sono solo i pugnali fantasma che guidano la mano dell'uomo. Tutto è lurido, marcio, corrotto. Non sembra esserci domani, ma solo corsi e ricorsi storici pronti a susseguirsi su una terra pregna di sangue.
La follia di Lady Macbeth
Macbeth (2015) di Justin Kurzel
Con un balzo di più di cinquant'anni, arriviamo a quando Justin Kurzel (regista emergente che si era distinto già nel 2011 con Snowtown, un lungometraggio ispirato alla vera storia di uno dei più brutali casi criminali dell’Australia contemporanea, tema che diventerà ricorrente nella sua carriera cinematografica) propose al pubblico internazionale una delle interpretazioni del Macbeth visivamente più evocative che si siano mai viste sullo schermo (e fuori). L'approccio di Kurzel è una via di mezzo tra la fiaba oscura raccontata da Welles e la post-apocalisse dell'umano messa in scena da Polański. Il Macbeth del regista australiano è plausibile, come il mondo che lo circonda.
All'uscita si era parlato di quanto il film fosse fedele all'opera originale, il che, in parte, è vero. Ma Kurzel non esita a cambiare rotta, a muovere situazioni e disporle in maniera che le azioni dei suoi personaggi provengano da reazioni più viscerali. Possiamo citare, a tal proposito, il momento in cui Malcolm coglie in fallo Macbeth, con i pugnali insanguinati vicino al cadavere martoriato di Duncan. Qui, Kurzel anticipa il monologo del protagonista al figlio del defunto re, durante il quale lo informa che “la fonte, fronte e fontana del tuo stesso sangue sono state ostruite”, affibbiandogli, in questo modo, tutt'altra connotazione.
Le parole del Bardo risuonano nella bocca di questo Macbeth come un monito, una minaccia aperta nei confronti del ragazzo che, vedendosi crollare il mondo addosso, non riesce a far altro che fuggire nella notte. Ciò rende la convinzione (iniziale) dei sudditi riguardo al parricidio maggiormente credibile o, meglio, facile da digerire per coloro che, a differenza dello spettatore, non hanno avuto modo di assistere al fatto.
Il Macbeth di Kurzel
La volontà di ambientare il secondo atto in quello che sembra essere un accampamento di fortuna, a sottolineare maggiormente l'ambizione che lega i coniugi, rende l’arrivo al castello e la solenne incoronazione nell'immensa cattedrale ancora più significativi, nuovi padroni in casa d'altri. Un ulteriore mossa astuta la si trova nella sequenza iniziale, durante la quale Kurzel ci mostra il funerale di uno dei figli della coppia e, di conseguenza, la suggestione dell'impossibilità della dinastia dei Macbeth di piantare radici durature attorno al trono. L'ossessione di diventare una figura paterna non abbandona il Macbeth di Kurzel, anzi, lo avvinghia in ogni sua scelta. La perdita di un ragazzo che aveva preso sotto la sua ala durante la straordinaria battaglia iniziale lo insegue per tutta la pellicola, prima divenendo il “pugnale” che lo guida al letto di Duncan, poi facendosi visione della profezia che segnerà il fato del monarca.
Ogni aspetto si allontana dalla leggenda e dalla profezia per trovare soluzioni razionali. Il bosco di Birnam arriva alle colline di Dunsinae sotto forma di cenere, che tinge l’ultimo atto d’arancio. La guerra è mostrata in tutta la sua ferocia; la sofferenza e lo sforzo sono palpabile in ogni inquadratura al rallentatore. Il monologo finale di Lady Macbeth assume tutto un altro significato quando un controcampo ci mostra l'interlocutore fantasma della regina: il figlio deceduto. La morte di quest'ultima torna nel regno del fuori campo, mostrandocela già spirata sul suo letto di morte, uccisa dal peso delle sue scelte, che hanno portato a una spirale di dolore non preventivata la donna accecata dalla promessa di egemonia. La brutalità umana è lasciata nelle mani della mascolinità, il cui istinto guida le lame più velocemente del pensiero ponderato.
La profezia delle streghe
The Tragedy of Macbeth (2021) di Joel Coen
Il Macbeth di Joel Coen sembra chiudere un cerchio, il nostro cerchio, apertosi con la trasposizione dell’opera da parte di Welles. Interamente girato in teatro di posa, con pellicola in bianco e nero e rapporto d’aspetto 1.37:1, il film evoca, una volta di più, l'orma che i grandi registi tedeschi del cinema muto hanno lasciato ai loro successori, ma non solo. Tra il Dreyer di La passion de Jeanne d'Arc (La passione di Giovanna d’Arco, 1928) e il Bergman di Det sjunde inseglet (Il Settimo Sigillo, 1957), Coen porta l'Europa di Shakespeare in America. Il suo sguardo, fissato per anni sui vasti campi del Midwest, radica la tragedia scozzese in un medioevo che gli Stati Uniti non hanno mai sperimentato.
Come accadde per l’Odissea in O Brother, Where Art Thou? (Fratello dove sei?, 2000), Coen adatta l’universo narrativo alle sue origini. Questa trasposizione abbandona il mondo del reale per raggiungere territori astratti, da trama parallela al vivere umano. In parte come fece Welles nel ‘48, gli spazi che queste figure ambigue abitano sembrano privi di vie di fuga, fondali di un quadro che non permette di evadere dai suoi confini di legno.
Tra il teatro e i primi anni del cinema, Coen ricrea un regno attufato, che toglie il fiato non solo per le sue doti espressive, ma, in particolar modo, per la sua atmosfera opprimente. Atmosfera amplificata dalle suggestive melodie di Carter Burwell, collaboratore storico dei Coen, la cui esperienza accumulata lavorando per il duo registico esonda in questa composizione da folklore western, che pare allungare le ombre attorno ai protagonisti con quel suo violino straziato. Ma Burwell fa di più: eleva la canzone shakespeariana a tal punto da farla diventare suono extradiegetico, tutt’uno con il commento musicale, esaltandone il lirismo di fondo in maniera inedita.
Le ombre espressioniste della versione di Joel Coen
Quattro visioni
Abbiamo analizzato ogni film singolarmente, ma è fondamentale metterli a confronto in maniera più diretta. Quattro punti di vista per la stessa opera; quattro voci per un testo. Il Macbeth di Shakespeare metteva in evidenza i difetti dell’uomo, ma anche quelli della società che abitava. Allo stesso modo, Welles, Polański, Kurzel e Coen hanno messo i mali del mondo al servizio della propria visione del reale.
Welles racconta il disincanto del mistero e l’apparente vittoria del razionale sull’occulto. Polański adopera la tragedia come veicolo del suo dolore e della sua desolazione. Kurzel porta tutto sul piano del tangibile, trattando questi eventi come una qualsiasi storia criminale, che poteva accadere nelle lontane terre di Scozia come nei sobborghi di Adelaide, a lui ben più familiari. Coen è il suo opposto: si spinge nel regno del surreale, raccontando una vicenda senza tempo e spazio, elevandola a una sorta di mitologia statunitense (ma degli U.S.A. dei Coen).
Il disastro che incombe incessante nel corso della narrazione
I Macbeth
Quattro attori differenti per quattro interpretazioni diametralmente opposte. Orson Welles, come da tradizione, oltre che l'occhio, ci mette anche la faccia. Il suo tiranno è forse il più indeciso di tutti. Vaga per i corridoi cavernosi del castello come un'anima scissa, febrile, piena di un rimorso evocato da ogni singolo monologo. Procede verso la sua rovina come per inerzia, convinto (ma non troppo) delle profezie delle tre streghe. C'è nel suo sguardo una certa preoccupazione anche quando crede di essere completamente al sicuro, come se fosse sempre stato cosciente del fatto che il suo destino è da tempo segnato.
Il Macbeth di Polański (interpretato da un magnetico Jon Finch) è quello più chiaroscurale. La consorte non lo manipola così come fa in altri adattamenti. La loro scelta condivisa li mette praticamente sullo stesso piano, come coppia che ha deciso di rischiare tutto pur di ottenere ciò che è stato loro promesso. La sua follia è composta. Accetta il suo destino a testa alta, con fierezza, anche quando gli è evidente che la sua ora è giunta.
Orson Welles e Jon Finch nei panni dell'anti-eroe maledetto dal fato
Il Macbeth interpretato da Michael Fassbender per la regia di Kurzel risulta diametralmente opposto. Il più “piccolo” di tutti, quello maggiormente attaccato alla "sottana" della moglie. La sua indole è debole. Agisce per istinti, senza pensare alle conseguenze, guidato da sussurri nelle sue orecchie, posti da donne che governano effettivamente i fili della sua esistenza. Avvinghiato dalla follia più degli altri, si aggira per gli spazi, zuppo di sudore, con vesti fantasmatiche, spettro tra gli spettri.
Questo Macbeth sembra liberarsi degli “ostacoli” sul suo cammino a un ritmo che sorpassa tutte le altre trasposizioni. Ha paura e, come un animale messo all’angolo, attacca senza guardare in faccia nessuno, guidato da una mano invisibile che gli fa scivolare tutta la morte addosso come fosse acqua di fonte. La sua inarrestabilità è ciò che spaventa tutti, a partire dalla moglie, ed è il suo spingersi “oltre” a terrorizzare la sua complice, fino a portarla alla prematura morte.
A chiudere troviamo il Macbeth di Coen, portato in vita da Denzel Washington. Strisciando nel reame del mito e avvelenando le sue prede senza rimorso apparente, questa versione del tiranno è manovrata dall'invidia non celata, dalla spavalderia e dallo sberleffo. Non si degna neanche di nascondere i suoi loschi piani o, meglio, lo fa, ma senza impegnarsi più di tanto. Perché lui adora il fatto che, finalmente, tutti siano in grado di vedere quanto vale e che nessun giovane gli ruberà il potere da sotto al naso per diritto di nascita. Si sente inarrestabile e, tra tutti, è quello che ostenta la sua onnipotenza fino alla fine, ucciso dalla sua stessa superbia - durante lo scontro finale con Macduff, pur di raccogliere la corona da terra, si espone a tal punto da farsi tagliare la testa.
Michael Fassbender e Denzel Washington
Le Lady Macbeth
Tanto importante, se non più importante di Macbeth stesso, è il ruolo di Lady Macbeth. Quest'ultima è il motore che spinge la vicenda fino al suo inesorabile schianto. Anche in questo caso, ogni film preso in esame ci restituisce una differente interpretazione dell'ambiziosa regina.
Welles imprime su pellicola il talento di Jeanette Nolan, al suo primo ruolo di rilievo nel cinema. In completa armonia con gli stilemi del tempo, questa Lady Macbeth è imperiosa, tenace e decisa, anche nel momento della sua morte, pur non nascondendo il velo di preoccupazione che copre il personaggio sin dalla fatidica notte.
Con Polański si assiste invece a una sorta di evoluzione di quest'ultima. Come già detto per il Macbeth di Finch, la Lady di Francesca Annis è strettamente legata al marito in questa congiura attuata in armonia. La sua figura sul muro di cinta, mentre vede arrivare a corte la vittima della sua lama traditrice, rimane uno dei fotogrammi più suggestivi ed esplicativi di un personaggio così sfaccettato, capace di veicolare con il solo sguardo tutta la sicurezza di riuscire a farsi beffe del fato.
Jeanette Nolan e Francesca Annis nel ruolo di Lady Macbeth
Kurzel ci mostra la disparità della relazione tra la Lady Macbeth di Marion Cotillard e il Macbeth di Fassbender in due sequenze che si possono sovrapporre: quando la regina convince il marito a “compiere l'atto” e quando quest'ultimo, una volta incoronato, cerca di persuadere la novella regnante a stare al gioco durante la sua follia omicida dettata dalla paranoia. In entrambi i casi, i due cercano di utilizzare il piacere e la seduzione come moneta di scambio, ma, mentre l’uomo cede senza esitazione al volere della donna, quest’ultima resiste e gli si nega completamente.
Ciò pone i due personaggi su livelli differenti, sottolineando l'incomunicabilità che intercorre tra loro. Il regicida risulta completamente succube della moglie, ma ciò non gli impedisce di agire alle sue spalle, credendo che, facendo ciò, lei finalmente riconoscerà il suo valore e, magari, sarà in grado di amarla nello stesso, perverso modo in cui questi ama lui.
Frances McDormand, diretta da Coen, mostra una regina inedita, scolpita dalla vita e dura abbastanza da resistere alle sferzate che questa occasione nefasta le ha offerto. Fredda e decisa, non esita a redarguire il marito nei suoi momenti di debolezza, pur non potendo porre rimedio a ogni confessione parziale che quest’ultimo si lascia sfuggire alla presenza dei sudditi. La sua pazzia è intima e multiforme, rendendo il famoso monologo della “macchia dannata” un dialogo tra le differenti incrinature della sua personalità spezzata.
Marion Cotillard e Frances McDormand
L’importanza di raccontare la propria realtà
Queste quattro interpretazioni, pur non essendo le uniche apparse sullo schermo, rendono l'idea di quanto il singolo possa fare la differenza quando si trova a raccontare un testo condiviso. I punti di vista, le soluzioni, le letture sono potenzialmente infinite, legate al tempo, al luogo e alla sensibilità di chi decide di metterle in scena.
Non esiste una versione che sia meglio dell'altra se non per pura preferenza personale. Tutte hanno esattamente lo stesso diritto di esistere come testimonianza non tanto di uno scritto che ha segnato la nostra cultura, quanto di come quello stesso testo di partenza riesca a riflettere le sensazioni, le paure e le convinzioni di una mente convalescente, di un interprete dell’attualità o, semplicemente, di una delle tante epoche del pensiero umano.