Un grido di libertà
recensione di Matteo Burburan
RV-93
04.03.2025
Come ha ricordato il premio Nobel per la Letteratura 2015 Svjatlana Aleksevic, è proprio nei regimi totalitari che "l’arte trova le vie più originali per sfuggire alla censura politica". L'Iran ne è una dimostrazione lampante: negli ultimi anni, i registi iraniani hanno raccontato con straordinario valore artistico le nefandezze e le oppressioni della teocrazia, conquistando numerosi riconoscimenti internazionali. Basti pensare ad Asghar Farhadi, con le sue trame intricate e dense di sfumature, o a Jafar Panahi, maestro nel costruire strutture a matrioska che confondono i confini tra realtà e finzione.
In un certo senso, Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof incarna entrambe queste tendenze, trovando un punto di equilibrio tra le due. Girato clandestinamente - come spesso accade nel cinema di Panahi - il film è giunto finalmente in sala dopo un travagliato passaggio al Festival di Cannes 2024, dove ha conquistato il Premio Speciale della Giuria. Al centro della storia c'è una famiglia borghese di Teheran, sconvolta dalla nomina del padre, Iman, a giudice istruttore presso il Tribunale rivoluzionario della capitale. Se per la madre questa promozione rappresenta un'opportunità economica, le figlie, invece, ne sono più scettiche. La rapida ascesa di Iman è dovuta alla sua capacità di aderire all’ideologia del regime e di rispettarne rigidamente le norme, ma il suo nuovo incarico lo assorbe sempre di più, allontanandolo dalla famiglia. Nel frattempo, sullo sfondo, si avvertono i segni della protesta Woman, Life, Freedom, esplosa alla fine del 2022 dopo l'uccisione di Mahsa Amini da parte della polizia morale, colpevole di non aver indossato correttamente il velo. La tensione si insinua tra le mura domestiche quando un’amica della figlia maggiore, Sadaf, viene ferita durante una manifestazione. Dopo essere stata accolta in casa e curata, scompare misteriosamente, mentre i video amatoriali delle proteste iniziano a circolare sugli schermi dei telefoni di Rezvan e Sana.
Se Il giardino persiano, uscito di recente nelle sale italiane, racconta il dissenso attraverso gli occhi di una coppia di anziani costretti a piegarsi alla legge islamica dopo un passato di libertà (prima della rivoluzione del 1979 l’Iran era una monarchia parlamentare piuttosto occidentalizzata ), Il seme del fico sacro mostra come la protesta si diffonda attraverso i movimenti universitari e internet. L’oppressione del regime si riflette nel microcosmo familiare, dove il potere patriarcale di Iman entra in crisi. La misteriosa scomparsa della sua pistola scatena un clima di paranoia, diventando una potente metafora dei meccanismi di controllo e repressione. L’uomo, unico garante della sicurezza e del benessere economico della famiglia, inizia a sospettare delle donne di casa. La principale indiziata è la figlia maggiore, per la sua vicinanza a Sadaf e per i frequenti scontri con il padre, ma anche la madre, Najmeh, finisce per essere coinvolta nei sospetti. La struttura di potere imposta da Iman si fa soffocante anche per lei (inizialmente complice del sistema) e per la figlia minore, che nel frattempo acquisisce una sempre maggiore consapevolezza.
Uno dei temi centrali del film è il rapporto tra verità e menzogna, spesso adoperato come pretesto per estorcere confessioni con metodi disumani. In questo contesto, anche i social network e le riprese video giocano un ruolo cruciale: strumenti di testimonianza ma anche di manipolazione, seguendo la lezione di Gli orsi non esistono (2022) di Panahi. Telefoni, dirette web e registrazioni video - proprio come il cinema - diventano armi politiche a doppio taglio, capaci tanto di svelare la verità quanto di costruire narrazioni distorte. Questa ambivalenza emerge con forza in una delle scene più emblematiche del film: un vero e proprio stallo alla messicana tra due simboli del potere. Da un lato, la pistola di Iman, emblema del dominio tradizionale; dall’altro, un telefono cellulare, oggetto della contemporaneità in grado di registrare e diffondere immagini che potrebbero rovinarlo pubblicamente.
La critica al regime è evidente ma mai didascalica: Rasoulof non si limita a confermare le convinzioni di un pubblico occidentale già consapevole delle atrocità della dittatura iraniana. Il seme del fico sacro cerca piuttosto di comprendere, senza giustificare, la logica di Iman, un uomo che, secondo la sua scala di valori, crede fermamente di dover agire come giustiziere in nome della fiducia e dell’ordine.
Un grido di libertà
recensione di Matteo Burburan
RV-93
04.03.2025
Come ha ricordato il premio Nobel per la Letteratura 2015 Svjatlana Aleksevic, è proprio nei regimi totalitari che "l’arte trova le vie più originali per sfuggire alla censura politica". L'Iran ne è una dimostrazione lampante: negli ultimi anni, i registi iraniani hanno raccontato con straordinario valore artistico le nefandezze e le oppressioni della teocrazia, conquistando numerosi riconoscimenti internazionali. Basti pensare ad Asghar Farhadi, con le sue trame intricate e dense di sfumature, o a Jafar Panahi, maestro nel costruire strutture a matrioska che confondono i confini tra realtà e finzione.
In un certo senso, Il seme del fico sacro di Mohammad Rasoulof incarna entrambe queste tendenze, trovando un punto di equilibrio tra le due. Girato clandestinamente - come spesso accade nel cinema di Panahi - il film è giunto finalmente in sala dopo un travagliato passaggio al Festival di Cannes 2024, dove ha conquistato il Premio Speciale della Giuria. Al centro della storia c'è una famiglia borghese di Teheran, sconvolta dalla nomina del padre, Iman, a giudice istruttore presso il Tribunale rivoluzionario della capitale. Se per la madre questa promozione rappresenta un'opportunità economica, le figlie, invece, ne sono più scettiche. La rapida ascesa di Iman è dovuta alla sua capacità di aderire all’ideologia del regime e di rispettarne rigidamente le norme, ma il suo nuovo incarico lo assorbe sempre di più, allontanandolo dalla famiglia. Nel frattempo, sullo sfondo, si avvertono i segni della protesta Woman, Life, Freedom, esplosa alla fine del 2022 dopo l'uccisione di Mahsa Amini da parte della polizia morale, colpevole di non aver indossato correttamente il velo. La tensione si insinua tra le mura domestiche quando un’amica della figlia maggiore, Sadaf, viene ferita durante una manifestazione. Dopo essere stata accolta in casa e curata, scompare misteriosamente, mentre i video amatoriali delle proteste iniziano a circolare sugli schermi dei telefoni di Rezvan e Sana.
Se Il giardino persiano, uscito di recente nelle sale italiane, racconta il dissenso attraverso gli occhi di una coppia di anziani costretti a piegarsi alla legge islamica dopo un passato di libertà (prima della rivoluzione del 1979 l’Iran era una monarchia parlamentare piuttosto occidentalizzata ), Il seme del fico sacro mostra come la protesta si diffonda attraverso i movimenti universitari e internet. L’oppressione del regime si riflette nel microcosmo familiare, dove il potere patriarcale di Iman entra in crisi. La misteriosa scomparsa della sua pistola scatena un clima di paranoia, diventando una potente metafora dei meccanismi di controllo e repressione. L’uomo, unico garante della sicurezza e del benessere economico della famiglia, inizia a sospettare delle donne di casa. La principale indiziata è la figlia maggiore, per la sua vicinanza a Sadaf e per i frequenti scontri con il padre, ma anche la madre, Najmeh, finisce per essere coinvolta nei sospetti. La struttura di potere imposta da Iman si fa soffocante anche per lei (inizialmente complice del sistema) e per la figlia minore, che nel frattempo acquisisce una sempre maggiore consapevolezza.
Uno dei temi centrali del film è il rapporto tra verità e menzogna, spesso adoperato come pretesto per estorcere confessioni con metodi disumani. In questo contesto, anche i social network e le riprese video giocano un ruolo cruciale: strumenti di testimonianza ma anche di manipolazione, seguendo la lezione di Gli orsi non esistono (2022) di Panahi. Telefoni, dirette web e registrazioni video - proprio come il cinema - diventano armi politiche a doppio taglio, capaci tanto di svelare la verità quanto di costruire narrazioni distorte. Questa ambivalenza emerge con forza in una delle scene più emblematiche del film: un vero e proprio stallo alla messicana tra due simboli del potere. Da un lato, la pistola di Iman, emblema del dominio tradizionale; dall’altro, un telefono cellulare, oggetto della contemporaneità in grado di registrare e diffondere immagini che potrebbero rovinarlo pubblicamente.
La critica al regime è evidente ma mai didascalica: Rasoulof non si limita a confermare le convinzioni di un pubblico occidentale già consapevole delle atrocità della dittatura iraniana. Il seme del fico sacro cerca piuttosto di comprendere, senza giustificare, la logica di Iman, un uomo che, secondo la sua scala di valori, crede fermamente di dover agire come giustiziere in nome della fiducia e dell’ordine.